giovedì 15 novembre 2012

...a tre.



1. ...Si sarebbe alzato, come altre volte gli era capitato di fare: temendosi. Già indovinava i suoi movimenti, il corpo quasi materializzandosi, le gambe robuste, appena attaccate dal tempo, e gli avambracci dalle vene rigonfie, a dimostrazione di una forza che ancora oggi si affacciava, quasi un vezzo, nei suoi ricordi; si vedeva accostare la porta della camera da letto, con cautela, per non svegliare nessuno, e raggiungere il bagno...Lì cominciava il rituale di tutte le mattine; lì, come sguainato il corpo dalla gabbia della pelle, lentamente affondava nei timori, nelle paure, nel terrore. Solo, a volte, qualche elucubrazione mentale, qualche pensiero che urgeva o -peggio- ridondava, quasi un avanzo della notte o della giornata precedente, ostacolava la sua quotidiana discesa in quelli che lui ormai accettava come gli 'inferi del mattino'. Nessuno sapeva della maschera che indossava con tanta metodica precisione, prima e dopo quella totale e sudaticcia immersione nel male nero che lo opprimeva. Aveva notato che gli oggetti rispettavano un loro disordine naturale, quello che lui, comunque, in qualche modo casuale ma ripetitivo, assegnava loro. Quasi sempre, incredibilmente, al suo ingresso nel piccolo bagno, tutto era disposto secondo le sue aspettative. O meglio, le sue aspettative accoglievano ogni oggetto, anche il più insignificante, -una lametta usata, un tubo di dentifricio, un pettinino-, lo fagocitavano, lo conglomeravano, lo immobilizzavano in una fissità eidomatica che a lui riusciva sempre più difficile da dominare, da allontanare. Queste visioni si impadronivano del suo tempo, lo costringevano a dimorare sempre più a lungo in quello stanzino obliquamente illuminato dai raggi del sole.
Uscirne, quante volte aveva desiderato silenziosamente di scappare via da quei pochi metri quadri, arrivando a pensare che la cosa gli risultava impossibile a realizzarsi in quanto pensata, e per questo difetto di fondo, quindi, irrealizzabile, ché nessuno doveva udire i suoi pensieri, nemmeno lui stesso, che sarebbe dovuto essere, quindi e quasi per incanto, allontanato da quella pania che sempre più lo teneva incollato a quei grovigli informi di pensiero, e a quelle mattonelle che vedeva come un reticolo sempre più incombente sul suo corpo. (continua??)
2. Lo soccorrevano allora (sì, continua…) gli orari; essi tracciavano un solco, una linea di demarcazione che da tempo egli compartiva coi suoi demoni: protraendosi fino al limite estremo quella sorta di attesa annichilente, ad un certo punto, improvvisamente, l'asse intorno al quale si avvolgevano i suoi pensieri si arrestava, lasciando il posto ad un intermezzo di sospensione che solo gli concedeva di raccogliere idee e cose e consegnarsi al personaggio che gli altri, quelli di là della porta che avrebbe aperto di lì a poco, conoscevano.
Un uomo stimato quanto sconosciuto, tale si riteneva, portatore di anime differenti, non trasformista, non falso, non incoerente, ma dotato di una vita complessiva, come soleva definire quel suo modo d'essere: complessivo...lasciando che egli stesso assegnasse un significato diverso a questa parola, certo accogliendone l'ambiguità che a lui, che ne era volutamente artefice, non poteva ovviamente sfuggire...anche così giostrava nei suoi giorni, svilendoli. Tra di sé ripeteva che non c'era nulla di male, che non necessitava poi tanta intelligenza per capire che una solida incoerenza altro non era che una forma di coerenza...o viceversa, e qui cominciava a vacillare, decidendo che egli era coerentemente incoerente, che gli bastava essere sempre incoerente per essere...beh, lasciamo perdere, ché questo è il meno.
(Potrebbe continuare, ma smettere è meglio.)

3. ...Cos'hai? Eccola la frase, olofrastica, interrogativa, diretta, ellittica del soggetto, puntuale, inevitabile, in attesa di là dai vetri, attaccata di spalle allo stipite successivo della porta a soffietto dell'angolo cottura. Suona così: un cos'hai?, metallico, gutturale, con quell'attacco indiscutibile di 'ci' dura o semplicemente di kappa iniziale. 'Cos'hai?'.'..Io?', si ripeteva... cos'hai, cosasti, cos'ho...Ma dài, non farmi dire sciocchezze madornali, grossolane, in fondo merito qualcosa di meglio...
Quand'era successo? Quel giorno, sì, era quello il giorno che lo sorprese, il giorno di Santa Lucia, con il suo sinistro annuncio o presagio di essere il più breve dell'anno con il ricordo scolastico che ne era diventato tormentone e ritornello, quell'amaro ricorso a 'St. Lucy's day, being the shortest of the year...', ripetuto quasi a prender tempo o smorzare la tensione...
Era stato il tredici dicembre dell'anno appena trascorso. Era solo in casa, e di là dalla porta, quella domanda, 'cos'hai?',  non gliela avrebbe posta nessuno...Non la moglie, e nemmeno i figli...non rimaneva che lui stesso a porsi quella domanda, ma coniugare quel verbo, volgerlo in prima persona, era un passo che sentiva esiziale, sommamente rischioso: sentiva di non dovere e non potere confessare a se stesso cos'era ciò che aveva sentito, sentiva di non dover far uscire dai suoi pensieri le parole che potevano indicare ciò che lui temeva di avere. Solo lui, in una parte remota e intoccabile dei pensieri poteva ospitare quella paura che stava diventando folle, solo lui, e nessun altro, solo lui e dio, il suo dio silenzioso, quello che lo seguiva e precedeva ovunque, quello capace di sostenerlo o sprofondarlo, un dio inesistente che si era formato negli anni, silenzioso e presente, solo -a volte- distratto, o peggio, scadente.
4. Sono già usciti, tutti.
Nessuna àncora alla quale afferrarsi, nessuna marra con la quale arare il fondo, nessuna domanda alla quale rispondere con stizza o rabbia, nessun diversivo innocente offerto dalle parole di moglie o figli, nessuno a domandargli cosa avesse. E quel 'nulla' di rimando che in siffatta solitudine non riusciva a concedersi, niente, neanche un semplice, volgarissimo, dozzinale, trascurabile 'nulla' per cominciare un altro giorno che non prometteva nulla di nuovo o di diverso. Oppure no, era proprio questo ciò che più desiderava: ancora un giorno che non avesse in sé assolutamente nulla di nuovo o, forse meglio, di diverso.
Aveva sbagliato, sentiva di aver sbagliato, di aver violato un ambito pericoloso: era andato oltre, indagando il proprio corpo, saggiandolo, toccandolo dove e come non avrebbe dovuto.
Quel dolore, benché circoscritto, era stato subito lancinante: avrebbe dovuto evitare di conoscerlo, ignorarne l'esistenza, e, forse, la persistenza, ché magari esso era lì da tempo, silenzioso, ad attenderlo.
Quella scoperta, invece, era un guaio; non aveva mai creduto alla prevenzione, agli inviti dei manifesti dai corridoi d'ospedale, ne aveva sempre scorso in fretta le parole, avvertendole quasi come un malaugurio.
Silenzio, silenzio da toccare con mano, che diventava sempre più spesso, barriera in qualche modo, ma anche difesa, rete da rimagliare e penetrare, con una agilità, fisica e mentale, che sentiva declinare.
Intanto paura, sorda, inattaccabile, e una domanda persistente...'Proprio a me?'
Si risolse ad ignorare tutto, anche se stesso. E il dolore. Si guardò allo specchio, maledicendo la lampadina che non aveva mai cambiato, da quando si era fulminata. Lo scroscio dell'acqua gli sembrò rallentato, maledisse anche quello, afferrò un asciugamani e svitò il terminale dell'aeratore, vi soffiò sopra e si fermò ad osservare quel poco di ruggine e sabbia finissima che ostruiva il passaggio dell'acqua.
Riavvitò l'aeratore e pensò a cos'altro potesse esserci da maledire, ora che l'acqua scorreva libera e non serviva a guarirlo. Ora che a guarirlo non bastavano le cose che sapeva fare o le parole che sapeva dire.
5. Detestava ricorrenze e festeggiamenti, da sempre, li trovava fuori luogo, piazzate inutili, alle quale non si sentiva di partecipare in alcun modo. Eppure, fra pochi giorni, 'the shortest day' si sarebbe affacciato sul calendario omaggio del grande negozio di scarpe, campeggiante sul frigo, trattenutovi da due, o forse quattro, calamite. Meglio due, pensò tra sè, quattro saprebbero tanto di candelabri. E poi, chissà perché questi calendari hanno sempre dei richiami erotici, -si domandava-, sfuggendogli l'attrazione esercitata dalle scarpe, almeno di quelle generiche, come le sue, comprate immancabilmente ai saldi... certo, un po' lo imbarazzava comprare dei sandali in gennaio, ma insomma... insomma ogni pensiero, anche il più strampalato, poteva andar bene, purché si frapponesse tra il suo chiodo fisso e le tempie. Pensare invece a un tacco dieci, come quello del mese di novembre 2012, gli era impossibile, dacché non ne conosceva nemmeno l'esistenza.
Il pensiero tornava a quel giorno, e a quelli, i tanti, che lo avevano preceduto, a quella 'normalità' che pure, chissà quanto spesso, aveva detestato. Si trovò a pensare alla prima volta, alle tante prime volte che aveva atteso fremendo e che aveva poi dimenticato con una semplicità quasi disarmante, o meglio: inesorabile. Provò dispiacere per tutte le volte che qualcosa era iniziato e poi finito così, nel nulla...E non si trattava solo di donne, o di amori, di storie più o meno corpose (sic) o importanti, ma piuttosto di inizi, in generale, dalla prima festa degli alberi, al primo compagno conosciuto, al primo giorno di scuola, il primo impiego, il primo bacio, insomma tutte quelle volte che qualcosa di nuovo si era andata ad innestare sul corso esile dell'esistenza, senza sapere se questa parte nuova avrebbe attecchito o sarebbe svanita quanto prima. Ed ora, invece? Ora cosa gli toccava ricordare? Avvertiva un cambio di ruoli: tutte quelle prime volte da ricordare, ma obliate, cedevano il passo alle ultime volte, quelle che a nessuno è dato di decidere e ricordare, mancando, al protagonista, un prosieguo adeguato: la posterità di se stessi. Forse aveva cominciato, inconsciamente, a sminuire il valore dell'esistenza...se da qualcosa doveva staccarsi, forse era meglio, o meno doloroso, che questo qualcosa perdesse d'importanza. Del resto, sapeva di non essere nuovo a tatticismi di questo genere, ma ora la situazione era più complicata, lasciava poco spazio a diversioni e fughe in avanti. Non sapere con certezza lo attanagliava, e puntare sulla parte sbagliata di quel cinquanta e cinquanta poteva condannarlo. Cosa, questa, che voleva evitare, sapendola irreversibile. Sicché si trovò a pensare che in fondo, se si potevano dimenticare, fino a trascurarle, tutte le parti tanto imprescindibili di quel tutto rappresentato dalla vita, beh, allora, qual era il problema? Farla valere sempre meno? E sia, ma intanto decise che era non procrastinabile l'acquisto di una nuova caffettiera, ché non poteva continuare a cercare delle presine per afferrarla e versare il caffè, dandosi che... dandosi che questi accidenti di manici di plasticaccia dura si fondono sempre col calore, -e già questo, dopo quello dei saldi, era un altro pensiero accorso in aiuto. E  chissà, magari gli avanzava tempo per domandarsi quando era stata la prima volta che si era fatto un caffè da solo, o se fosse già l'ora di segnare quel giorno come la data in cui, per l'ultima volta, aveva rovesciato il caffè sul fornello...
6. E' stato chiaro, non ha fatto ricorso a fronzoli o giri di parole. Affermava la sua disapprovazione, senza insistere sui particolari, ma con un distacco che non lasciava scampo ad osservazioni né concedeva eccezioni. Stava dicendo chiaramente che così non poteva continuare. Si era sentito ferito, in qualche modo tradito. Nessuno aveva il diritto di impadronirsi dei suoi pensieri, di modulare i suoi sentimenti, né tantomeno di condurli ed indirizzarli a proprio piacimento. Neanche quel suo dio così laterale di cui spesso parlava, tra il serio e il faceto, come di qualcosa di verosimile, se non di vero, una presenza che si ostinava a difendere, con una funzione specifica, che interessava la sua esistenza. Era il dio che si era creato, quello dei silenzi, delle richieste silenziose, dei miracoli chiesti e concessi 'brevi manu', all'insaputa di tutti gli altri possibili credenti.  E che si trattasse di totem, fantoccio, idolo, giocattolo, amuleto, tutto questo non gli interessava, gli sarebbe bastato anche un semplice nome o un'idea, purché opponibile alle paure del vivere.
Finalmente, ribadiva di non avere nulla da chiedere, se non il silenzio, e che tutto questo finisse...
E così il personaggio che da decine di anni andavo strutturando, dopo pochi abbozzi, ha subito trovato la forza di ribellarsi, ha rotto le righe e gli indugi, e ha cominciato se non a dare ordini, almeno a rifiutarli.
Il personaggio, the character, el disfraz, non risponde ai comandi, e mi rendo conto solo ora di quanto io sia stato indelicato, o intempestivo, nel tentare di farlo parlare di sé proprio nel momento meno indicato, mentre egli viveva quel suo dramma, o semplice timore, - sarà il suo dio a decidere,- che tanto lo stava allontanando dai miei interessi ormai abitudinari. Ché in fondo, di questo si trattava: si era rotta e irrimediabilmente compromessa la certezza dell'abitudine.
Sicché non posso più parlarne, e  non so cosa abbia, né se si deciderà a dirmelo, o se andrà avanti così, in questo stato di speranze declinanti, mostrandosi più o meno a fatica per come tutti, me compreso, crediamo di conoscerlo. Conserva sempre una sua certa affabilità e bonomia nel portamento, una disponibilità appena velata di tristezza, a ben guardare, segnata da qualche garbata discesa verso l'elegia, e concessioni a gesti ancorché icastici, insistiti, come a sottolineare qualcosa che manca, o di irrimediabilmente perso, vallo a sapere.
Questa notte che devo, o dovrei, lasciarlo, mi è più difficile sapere veramente qualcosa, per piccola che possa sembrare, di qualsiasi uomo, forse ancor più di un altrettanto qualsiasi personaggio, maggiormente libero, in qualche modo, di assumere qualsiasi forma, di trasformarsi nel momento meno prevedibile e sgusciare via dalle dita, dai pensieri, e rendersi sostanza intrattenibile, come tornando ad essere per sempre, o di nuovo, solo immaginabile. Che è esattamente ciò che lui ha fatto.
E forse era proprio così che doveva andare: non avrei mai dovuto lasciarlo parlare, e rispettarlo un po' di più, il personaggio che mi abitava: credo che gli regalerò una caffettiera nuova, e qualche pensiero in meno, per farmi perdonare o perché possa sparire e tornare a sognare.
Fosse anche per l'ultima volta.
7. Dove sei, dove te ne sei andato... ti sento, al di là dello schermo, ti sento respirare... c'è sempre un diaframma che si interpone tra noi, ineludibile e necessario, sia esso schermo o respiro.
Mi sono ribellato perché la mia capacità di credere ha vacillato, non so se si rivelerà essere stato un attimo, o se si protrarrà, questa condizione che avrebbe dovuto imporre ad entrambi, a noi due dico, un silenzio quasi assoluto, e un rispetto reciproco che ho sentito venir meno. Perché ho avvertito che mi usavi, ancora una volta, come paradigma o metafora, e non sentivi più, e ancor meno tenevi in considerazione, questa mia richiesta di attenzione; da qui l'urlo che voleva eromperne e che sempre più le righe che mi hai imposto faticavano a contenere. Stai pensando a un 'esame di coscienza', lo so, e mi viene quasi da sorriderne, ma ti premetto che un abbozzo di sorriso è solo un moto istintivo, una abitudine da trattenere, e non è la via per un tentativo di ricomposizione, quella via è più lunga, è così lunga che magari non basta una vita intera a percorrerla, ad averne ragione; te lo dico sapendo di rischiare di essere patetico.
Rimango qui, in attesa. Oggi il mio dio è assente. Forse ti avrebbe parlato.
8. Magari è salito sul primo giorno utile, -o ultimo, dipende dal punto s'osservazione-, ed è sparito, o apparso altrove, -anche questo dipende dall'offerta dei dati posseduti.
La disposizione apparentemente senza un ordine degli oggetti mi dice che, contrariamente da quanto si potrebbe supporre, l'allontanamento, sparizione, o fuga che sia, non è stato improviso nè affrettato: è un disordine che gli conosco, le punte delle scarpe sono rivolte in senso contrario alla porta, i cappucci delle biro sono disposte tutte nello stesso senso, obliqui al bordo della scrivania, e ogni oggetto, ci scommetto, è in numero pari, sembra che ogni forma debba elidersi con un'altra forma, uguale, non simile, in una sorta di cancellazione speculare... verrebbe da dire che nulla sopravvive di singolare, di unico, in questa sua panoplia dismessa di  piccole armi spuntate...
Mi siedo, ed aspetto il suo dio. Oggi potrei ascoltarlo.
Non fosse per questo dolore che costringe all'immobilità, per queste mani che non sanno decidersi, che forse non vogliono, e per questo cielo che sembra abbassarsi sempre più inesorabilmente.
Che gli dico, a questo piccolo Giove di pane e volpe?, che oggi neanche una nuvola? , ed Io?...
9. Una nuvola ed Io... ed io come potrei abbandonarlo, o sopportarlo? Sa della portata negativa di queste battutacce, eppure...eppure è fatto così, passa dalla delicatezza dei dolori goethiani a queste insulsaggini, ma non riesce a rinunciare agli uni né alle altre. Dovrei prender da lui solo il bene, ad averne ancora il tempo, e rinunciare alla parte per così dire negativa, o che lui vuole presentare come tale. Potrei leggere un piacere perfido, in questi suoi atteggiamenti, ma non è così: entrambi sappiamo che quelle sue cadute di stile -'discese di alimentazione', le chiama- non sono mai casuali, c'è sempre un motivo che le ha precedute e ispirate. E' questione di tempo, ha ragione quando dice che lui stesso non riesce a capirsi: è vero quanto momentaneo, poiché non gli sfugge il germe delle sue decisioni, delle sue affermazioni. Infatti, col tempo, magari quando non sarà più necessario o importante, egli si capirà. E se ha parlato di Giove, di Io, di Goethe, vuol dire che ci tornerà su, questo è fuor di dubbio, senza concedere nè concedersi un misero 'ti ricordi quando parlavo di...? Ecc. ecc...'
Dio, quanto lo detesto. E quanto mi manca.
10. 4 maggio 1771.
.Amico mio caro, mi voglio correggere, te lo prometto, non voglio più continuare a rimuginare quel poco di male che il destino ci manda, come ho fatto fino a ora; voglio godere del presente, e lasciare che il passato sia passato. Certo tu hai ragione, mio carissimo, molto minori sarebbero i dolori degli uomini se essi - e Dio solo sa perché sono fatti così- non impiegassero tanto zelo di immaginazione nel richiamare alla memoria i mali del passato, piuttosto che sopportare un presente insignificante.
11. Eccola qui, bella e pronta all'uso, la zampata prêt-à-porter del leone sonnacchioso...cosa vi avevo detto? 
I dolori del giovane Werther, belli preconfezionati, da estrarre dalla pratica confezione e porre in microonde a 900 gradi... ed io dovrei fare la parte dell'apposito contenitore resistente alle alte temperature? Sì, in fondo anche di qualcosa del genere si è trattato. Se siamo d'accordo su tutto.
Altrimenti rinfodera i tuoi artigli, mio sonnacchioso deuteragonista:
10 maggio
Una meravigliosa serenità si è impadronita della mia anima, simile a questo dolce mattino di primavera che mi godo con tutto il cuore. Sono solo e felice della mia vita in questo paesaggio che è creato per anime come la mia. Sono così felice, mio caro, così profondamente immerso in questo sentimento di tranquilla esistenza, che la mia arte ne soffre.
Anzi, non avendo il sottoscritto turbamenti artistici, posso affermare che sono più che felice: disperato!
12. Si riavvicina, non poteva essere altrimenti, siamo legati a doppio filo, anzi no, una miriade di fili, indistinguibili, ci legano, ci intessono... vano è il tentativo di dipanarli, di affermare una diversità, di scavare e scavare nel tentativo di separarci, siamo più che siamesi: sovrapposti, coincidenti, perfettamenti uguali, non simili, non lati di  un problema geometrico, ma la stessa figura, i cui dati coincidono perfettamente... solo, a volte, speculari, come in questi giorni, in questo ultimo quasi anno ormai che lui, forse anch'io, abbiamo cercato, e paventato, un distacco. Non di quello si trattava, ma di ribadire una capacità reciproca di indagine nell'anima dell'altro.
I giorni, le paure, le attese, le ansie, le risalite spezzate, ci hanno segnato e indotti a vacillare; vorrei dirgli di resistere, di recedere da quei propositi assurdi, di opporsi all'abisso che potrebbe perderlo.
Gli direi guarda il giorno, anche questo di novembre, di nebbia sottile e buio precoce, di poco sole e troppi pensieri, respiralo, questo giorno per nulla accattivante, lasciati scivolargli dentro come un amante silenzioso e caldo, e lascia che la sua aria ti avvolga, anche questo freddo che sembra quasi minaccioso o gratuito come una violenza assurda... qui, un altro giorno, sarà maggio, tiepido e ammiccante, come a Wahlheim, o nel paese dei maggesi umidi e delle spighe turgide che promettono altro grano, nuovo, e pane, e Lotte...
13. Lotte… ed io che ci ero quasi cascato. Non è elegante dirti semplicemente...no, meglio non dirlo, non avrò uno stile, ma di certo delle maniere, e queste non contemplano l'uso di improperii, ma è quello che meriteresti.
Lotte...Riesci a farti detestare, e perdonare. Perché lo sai bene, che questa di Lotte potevi risparmiartela.
Ma ad ogni modo, se serve a distrarmi, anche un sano dolore riesce ammissibile. E' per me che lo fai, vero?
E dovrei crederti?
Sento il fruscìo di un'altra notte che si prepara, attenta ai rumori, e non ho nulla da dirti.
Il mio dio già dorme. Si è addormentato presto e, a ben guardare, non aveva consigli da darmi.
Per cui non ho bisogno di tossire.
Dormi, ora.
14. La notte è passata sulle vostre dispute, indifferente ai sussulti, ai fruscìi, a quei battiti d'ali  che tante conseguenze - almeno così dicono - riescono a provocare nell'emisfero opposto. Tornando a voi, un'altra notte è passata di bicchieri cercati a tentoni, di luci non accese per non svegliarsi a vicenda, soprattutto quando l'uno è certo dello stato di veglia dell'altro, ed è meglio risparmiarsi la fatica di un altro silenzio da riempire a forza di monosillabi. Per questo ci sarà tempo, durante il giorno, e si offriranno vie di fuga le più disparate, non come di notte, circoscritti dal buio di un letto.
Sussultate al minimo frullo d'ali, lo so, anche voi surrettizi come due emisferi, creati per fini precisi, a rischio di elisione reciproca, incapaci di produrre altra forma di pensiero che non sia retta da paure, o traumi, - se così vorrete chiamarli-, sempre afflitti dal vostro dramma di una parità solo fittizia, di una coincidenza perfetta, - sarà questo essere 'uguali', o divisibili per due?-; lo so, anche voi, come me, sapete di queille metafore perfette, di Jeckyll e Hyde...di Cyrano e i suoi doppi. - anzi: doppiati-, ma tutto questo cosa c'entra con voi? Cosa significa continuare a vivere di una Macondo fatta di dagherrotipi, di imprese del Cid, di Lazarillo, di pupi e di ricordi perduti e sparsi tra locomotive abbandonate, letti disfatti, pagine strappate, e sguardi stinti, labbra rapprese, e immagini volanti via, rondini di sola andata, e corse senza punti di partenza, né appigli, o solo portatori, forse, di ruvidità cui apprendersi.
Solo oggi vi parlo, ad entrambi, e il mio ritardo è colpevole. Come il vostro disordinato apparire.
Questa sera tornerete in me, per finire.
Raccolgo le mie e vostre cose, le ricaccio nella parte pià remota di questa macchina che è diventata parte di me, e non spingo più su alcun tasto: finisce così, come doveva.









giovedì 8 novembre 2012

...la Querti* dice. (infatti è il seguito)

...la Querti dice che stavolta forse fa sul serio, che lei quell'uomo lì non lo capisce, che ogni giorno è sempre più difficile, che anche lei non ne può più, che ci sono momenti in cui le sembra di impazzire, con quei repentini capovolgimenti di fronte e cambi d'umore, e cancellazioni, e tasti delle maiuscole che le fanno male, e poi i tasti funzione, quelli là, che dio ce ne liberi...non ne imbrocca mai uno che sia uno, e poi quei segni che appaiono in posti a dir poco inusuali, in contesti del tutto inappropriati, Ossignore!... e quando attacca con il dialetto, che già di per sé non sa come vada scritto, quale ne sia la trascrizione fonetica...ma tutti questi che prendono in mano la tastiera, (lasciano alla Querti il discorso diretto) dico, non potrebbero tenere a lato un manualetto di consultazione rapida su come non massacrare i testi? Con gli accenti no, almeno con quelli sembra che le cose non vadano poi così male, anche perché è scaltro, il tizio: fa mostra di sapere bene quando ci vuole l'acuto, il grave, a volte gli manca il circonflesso, (che  non si può avere tutto dalla vita) ...la sua grammatica è così vetusta, antiquata...si gingilla coi 'perocché', 'imperciocché', 'or non è guari', 'eziandio', 'verbigrazia'...una roba vi dico, che neanche...e poi una fatica...ma mi ci vedete raccogliere tante forze e sprecarle per realizzare un misero 'imperocché'? ...ma andiamo! Un po' di modernità, aggiornati, smuovi quelle sinapsi...io, con tutte le mie possibilità espressive, impantanata nella crinolina, mentre quelle tastierine giovani giovani, agiline, queste buone quasi a nulla, due clicchini e subito han fatto...'tvb', 'cmq', 'xche'...ma guarda che ne ce ne vuole per mandare giù questi rospi... E lui? Lui neanche un buffetto, un grazie, -se non fossi una signora mi verrebbe da dire 'una botta e via'- finisce di scribacchiare, non mi gratifica nemmeno di  una spolveratina, una spruzzatina d'aria compressa tra i tasti, -che per me sarebbero un toccasana-, se ne va di là con la sua famigliola, addenta qualcosa, poi ritorna, ripulisce le lenti e ricomincia a diteggiarmi, e lui lo sa bene, il malefico, che in fondo a me piace così, anche con qualche briciolina che mi si infila dentro... e voi piantatela di agitarvi, care le mie letterine, ché non contate nulla: vi controllo!
* QUERTI è il cognome italianizzato della tastiera QWERTY. O forse è il nome, boh!

siamo le cose (...abbozzo!!) (forse segue)

Siamo le cose che scrivi. Quelle che chiami abbozzi. O flashes. Quelle che rifuggi. O dalle quali ti schermisci. Che usi per farti bello. O per sentirti ammirato. O importante. O che strappi al sentire per farne forma o teoria, sequenza. Siamo i soldatini in forma di segni, le minime schiere che estrai dalla tua tastiera a specchio. Siamo le rondini distratte dal pensiero della ripartenza, perse su un rigo incerto di desideri e sbandamenti. Siamo i tuoi 'mah', i tuoi 'vallo a sapere', mossi dalla tua voglia di smettere tutto e tutti. Siamo le tue parole pronte ad essere strappate, le sempre soggette ai cambiamenti e alle cancellazioni, siamo il verso delle figurine in attesa di un collante che mai arriva, siamo l'album fatto solo di caselle da riempire, siamo i vuoti e l'aria che ti allontanano dal mondo. Siamo le tue mani, i tuoi pensieri, gli occhi, i fallimenti e le attese. Siamo, se ricordi ancora, le speranze, e il segno, forse il più credibile, dei sogni.
Siamo, e qui.
...
(Si volta, poi si avvicina allo schermo, spinge gli occhiali verso la fronte, come per credere meglio a ciò che crede di vedere).
E mo' queste cosa vogliono...che accidenti sta succedendo...ma cos'è, cos'è...forse un virus -rassicuranti 'sti virus, sembrano quasi la giustificazione di tutte le incomprensioni col computer- non è possibile, urlano, forse litigano per me, no, aspetta, si stanno rivolgendo contro di me, contro, capite?, le malefiche, ma tu guardale, sono poco più che pulviscolo e già si sentono imperiose come il vento, mi parlano di aria, di rondini, di fallimenti...le parole, i tasti, lettere, grafemi, questa minutaglia indegna che mi insegue da sempre...ma volete finirla, o no?! Tornate in voi, nella vostra tastiera, non siete nulla senza di me, nulla, capite? Non sarò il vostro demiurgo, ma...la vedete quella? Si chiama 'presa di corrente', non ha nulla di teorico o di poetico...basta un attimo, e zac!, ritornate nella mia testa, chiudo gli occhi e il buio dei pensieri vi inghiotte, non siete mai esistite, tornate allo stato di abbozzo, o di larva, altro che teoria forma rappresentazione...Parole, tasti...Tornate ad essere quello che eravate prima che l'uomo vi desse eleganza di lettere! Q, W, E, R, T, Y ... ma tornate ad essere quello che siete sempre state, frammenti di filo, suoni singolari da unire, uscite da questo corpo, jativìnni, ché non voglio più sentire storie!

lunedì 5 novembre 2012

...fossero solo i croccantini

...fossero solo i croccantini, o questi sacchettini gelatinosi che svuota nel mio piatto! lo chiama 'ciotola', tutti chiamano con questo nome il mio piatto, e fin qui passi pure...ma quando lo spingono col piede perché magari è troppo vicino al frigo, o perché vanno di fretta, che rabbia!... e l'acqua, anche quella per l'acqua è una ciotola? Forse dovrei cominciare a parlare come loro, a meravigliarmi a mia volta quando finalmente capiscono cosa sto dicendo o facendo...ma tu guarda! C'è stato un tempo, un periodo non breve tra l'altro, in cui 'lui' voleva insegnarmi a mangiare con le posate, dalla sua mano...credo si chiami forchetta, quella cosa spaventosa che mi agitava davanti alle labbra...e dovevate sentirlo come si mostrava carino, convincente, lezioso anche, sempre con quei micia di qua e micia di là...io facevo finta di imparare da lui e assaggiavo qualcosa, mi veniva bene la scenetta, sembrava quasi una commediola ad arte; poi lui, che sulle prime si atteggiava a gran domatore di istinti gatteschi, col tempo ha mollato la presa, ha capito che io già sapevo, e se da un lato lo assecondavo, dall'altro... beh, devo dire che un po' lo commiseravo, un po' mi faceva pena questa ossessiva ricerca degli umani di dimostrare di essere in grado di compiere con successo azioni inusuali, o perlomeno di brillare in qualche cosa...e devo dire che alla fine ha capito che a me bastava per mangiare in pace che lasciasse il mio piatto, col mio bicchiere, al loro posto, e senza spostarli col piede, soprattutto, cosa questa che io mai mi sognerei di fare sulla loro tavola, alla quale peraltro nanche siedo... Ma queste sono cose vecchie, appartengono al passato, ora comincio ad avere i miei anni ed i rimpianti crescono, anche se per mia natura non mi lamento...Forse c'è solo una cosa, purtroppo non da poco, sulla quale mi trovo spesso a riflettere, ma senza tante smorfie o lamenti: non ho avuto figli, e questa non è stata una mia scelta, sono stati loro a deciderlo per me, non lui, a dire il vero, ma siccome non ha avuto il coraggio di imporsi mi viene da dire che, se di colpa si tratta, neanche lui ne va esente. Ma tant'è...  quando ci penso ho bisogno di fermarmi a guardare da una finestra, di affacciarmi dalla porta socchiusa su un mondo di scale, e liberare i desideri, i sogni, tra i fili di pioggia, che sento potrebbero condurmi in un altro luogo lontano da questo, dove posso correre liberamente, afferrare con tenera cautela per la colllottola i piccoli che non ho avuto e dar loro tutto il mio latte e il mio bene... e  poi tornare qui, in questa casa dove tutti mi amano e coccolano.

Se non fosse che oggi il bisogno di starmene dietro i vetri, indolente come una gatta indolente, è forse più forte che mai.

Un fruscio di passi felpati che si coglie appena... non può trattarsi che di uno dei due, uomo o gatta che sia.
Purché non smettano, il silenzio e pioggia.

domenica 4 novembre 2012

... ma oggi cosa avevi

...ma oggi cosa avevi, che non riuscivi a staccarti dal letto, che mi hai atteso dietro la porta fino a quando mi sono alzato?...I piccoli sono un po' gelosi di te, ed anch'io... quando parlo di te, di quel tuo modo di stare alla finestra a guardare la pioggia...Mah! Possibile che tu sia solo una gatta? E pensare che non parli neanche...Non parli? E chi lo dice? Tu dici, eccome! Chi non ti capisce può dire che non parli...e poi, sai molto di me, e ti dirò di più: credo che tu sappia leggere, o perlomeno che capisci, fosse solo in gattesca maniera: come si spiega il tempo che passi davanti al computer, e come si spiega che devo abbassarti la coda o spostarti come il carrello di una macchina da scrivere, quando ti piazzi tra me e lo schermo e devo guardare al di sopra delle tue scapole per poter leggere e scrivere? Anche se credo che in questi ultimi casi è fin troppo evidente che lo fai per gelosia, e comunque devo dirti che in qualche modo dobbiamo cominciare a trattenerci, a darci una regolata, anche se i miei sentimenti verso di te non sono cambiati...ad esempio, quando sei in camera da letto,  e devo cambiarmi...mi faresti almeno il favore di fingere di dormire? O devo mettere un paravento?...non sta bene che mi guardi, ecco, e non sta bene che tu te ne vada in giro senza nulla addosso, e scalza, e che non ti lavi i denti, e non ti pettini, e non vai a scuola -perlomeno: non la frequenti-; ecco, tutto questo deve finire, prenditi le tue responsabilità, fai qualcosa, smettila di fissarmi come un gufo, di sgranocchiare i tuoi interminabili croccantini per gatti sterilizzati, impara a cucinarti qualcosa, togliti di mezzo che non vedo il computer, va' via dal letto che lo riempi di peli neri e onnipresenti, piantala di farti le unghie, cercati un gatto, fatti una famiglia, e togliti dalla finestra che non arrivo allo stendibiancheria....e poi comincia a miagolare, di' qualcosa, di' quello che pensi, parla per favore, parla!
Oppure stai zitta, guarda la pioggia con me, come viene giù, silenziosa, lenta, perfetta...

P.S. in casa mi dicono che da ieri Nerina non la smette di miagolare; stamattina, da quando sono tornato dal lavoro, ha smesso. Di sicuro mi ha letto nel pensiero. Forse perché pioveva quasi gentilmente, e avevo modo di seguire le scie di luci riflesse sull'asfalto e nello stesso tempo di riallacciare il discorso con la gatta, e di farle qualche domanda, o meglio di lasciarmi andare a qualche confessione, cose che comunque sono sicuro che lei sa da sempre... Ho voluto puntualizzare che prima di lei ci sono state altre gatte nella mia vita, gatte di cui non ricordo neanche il nome o il colore, gatte che affollavano il cortile del casello delle ferrovie della mia infanzia e giovinezza, lestissime e destre nel cacciare quei serpentelli che chiamavamo 'juriddi' -vallo a sapere cos'erano- che sbucavano dai sassi della massicciata dei binari e che tutti, mia madre in testa, ci esortavano ad evitare perché erano indicibilmente velenosi... Non so nemmeno se val la pena smettere di crederci, alle fole di allora; e poi... non si sa mai, queste madri di un tempo avevano, e un po' ancora conservano -almeno credo- un filo diretto con la magia, la divinità, o quello che è. Ma sarebbe una storia lunga.
Alla gatta ho parlato, senza parole, come sempre, e lei era già dietro la porta ad aspettarmi, al risveglio; so che mi sta dicendo che non le importa delle gatte che l'hanno preceduta: lei non c'era, e quelle altre non ci sono più.
E mo' dove se n'è andata, che comincia a piovere ed abbiamo qualcosa da sognare?! Micia!!!!




venerdì 2 novembre 2012

com lionèdd

com lionèdd, sciurtùt a quann a quann,
cchjiù ti para ca fùj,
cchjù si scùcchja l'unna
com 'e 'na mana ca maj ci 'ajùncia

e ppò,

...su maru maru c'unn ha riva maj*.


come piccole tartarughe, sortite a stento
più ti sembra di correre
più si allontana l'onda
come da mano che mai raggiunge


e poi,
...quest' andar per mare che non ha riva mai*.

Omofonìa con 'c'unn arriva maj', 'che non arriva mai', come in italiano, del resto.

giovedì 1 novembre 2012

dove vanno

dove vanno gli amori
forse il nasconde un luogo
e di parole folli un tempo
prende alle labbra

ho scelto le sabbie, cos'altro
poteva trattenere un attimo
forse la sparizione di un sorriso
da un angolo o da un volto

sono alti gli stanti a quest'ora
sul ponte dei segnali
e quasi a scelta, le vie
ferrate da imboccare

vedo già le lontananze e i treni hanno
code che sobbalzano
ma lievi
ché non si scosti, dalle rotaie
la notte.