sabato 11 maggio 2013

mo' ti cuntu nu sonnu, ora ti racconto un sogno

Riprendo questa pagina di diario di qualche tempo fa, perché mi è stata esplicitamente richiesta; ci si capirà poco o nulla; parlo dei miei genitori, e del sogno (forse dovrei dire visione o immagine) che ho fatto della 'Ballata del vecchio marinaio' di S.T. Coleridge. Ho letto poco in vita mia, e quasi mai in maniera adeguata o sufficiente. Questa ballata invece l'ho anche riletta (anche perché è corta, lo ammetto), e se non l'avessi fatto mi sarei perso qualcosa. Ma questo non ha importanza. Conosco due poesie in cui si parla dell'albatro: una è questa, l'altra è di Baudelaire, e sono due meraviglie assolute. Facciamo così: non leggete le mie fesserie, ma procuratevi quelle due meraviglie alle quali accennavo.

pagina, diario, 17 agosto 2010

mo' ti cuntu nu sonnu                   ora ti racconto un sogno
e de pecchì un ti cunt, si sonn      e di perchè non te li racconto, questi sogni
lui tornava, e chiamava
con l'ape che ronzava
non aveva la patente
sembra niente
non sentiva e ci chiamava
sempre più forte
perchè non sentiva

lei non c'era
sa fimmina!                             questa donna!
sinn và semp girann                 se ne va sempre in giro
sà fìmmina                              questa donna
e quann a chiamu                     e quando la chiamo
mai na vota c'arriva                  mai una volta che arrivi

cchi teni? cchi teni?                  che hai?  che hai?
cchi c'è?                                  cosa c'è?
è troppu pisu!                          è troppo peso!

com cchi c'è, n'unn u vidi?        come cosa c'è, non lo vedi?

no, papà, n'unn u viju               no, papà, non lo vedo
mò t'aiutu ji ccù a spisa            ora ti aiuto io con la spesa
t'a portu ij dintra, un ti stancar     te la porto io in casa, non affaticarti

ma allura daver' unn u vidi?         ma allora davvero non lo vedi?
cchi teni, figghiu me'?                  che ti succede, figlio?
daver' u dici, c'unn u vidi?             davvero lo dici, che non lo vedi?

he pijat' i pisci ca ti piàcin          ho comprato i pesci che ti piacciono
e l'acqua minerala e vinu novu     e l'acqua minerale, e vino nuovo

e chissu...                                 e questo...

si stàvinu spusannu                      si stavano sposando
duj beddi giùvini                          due bei giovani
c'era fudda davant' a gghijèsa    c'era folla davanti alla chiesa
e nu vecchiju, nu marinaru            e un vecchio, un marinaio
era sulu, m'ha chijamàtu                era da solo, mi ha chiamato
m'ha dittu                                         mi ha detto
pija s'animalu                                 prendi questo animale
pìilu d'i sciddi e pòrtil a fìgghijta    prendilo per le ali e portalo a tuo figlio
u giùvinu                                        il più giovane
u sacciu ch'è benutu                         lo so che è qui
ma a mija umm vena a trova          ma non verrà a trovarmi

unn a viju, papà                                     non la vedo, papà
unn a vij sa bestia ca nun tocca terra non la vedo questa bestia che non tocca                                                                                                     terra
un zugnu statu ij ca l'he ammazzat           non sono stato io ad ucciderla
è stat' u vecchju                                     è stato quel vecchio
ma ormai mi l'ha mannata.                      e ormai me l'ha mandata.

sempre li ho amati

sempre li ho amati, i piccoli porti
e le bitte, le poste ad indovinare pensieri
il cordame svenato, come occhi
al risveglio che s'indonna
il ciarpame scordato d'umano, i rovesci dei secchi
e le luci, le tante, a catturare natanti
e i suoni delle sirene
brevemente ripieganti su sé stessi
sempre li ho amati
i miei piccoli porti di poche parole
a vela ammainate e di motori risoluti a spegnersi
come si ostina una lontananza
in orizzonte e quasi, ma a molcere
una crespa, a farsi
ridondare di vento

i miei porti sono quattro legni informi
e un rumore di croci
un gabbiano dai versi a buon mercato
una prigione alata, un sorso di libertà negata

i miei porti è dove le dita attraccano ad un volto.



venerdì 10 maggio 2013

e sapere che non ci sarà altro

e sapere che non ci sarà altro
che gli addìi non avranno dettagli
e la pena parole a razionalizzarla
sapere che il merlo che quasi irride all'avvio del giorno
potrebbe tacere il suo canto
e il ramo riparare sotto altre ali
o bandiere, armamentari, sirene
e sapere che c'è questo filo di trama
ma intriso, come di intenti mai definitivi
a dirigere strade fatte solo di altre strade
e pensieri a sospingere altri pensieri e albe
e nelle albe un rapido abrivio di speranze
a preludere ad altri lidi
dove taciti gli addìi si spengono
e falò si accendono già di deriva.


martedì 7 maggio 2013

notte di zagare



Notte di zagare di ricordo amare
Che m’accompagna lieve
Come in pendìo a mare
Scalcio per una piazza deserta
Il vuoto di una latta
Erranti note da un portone all’alto
E muta, una finestra nell’arco di una luce
Qualche voce trattenuta
Un sospiro che si smorza
Una via che riconduce
a ricomporsi una cornice nuova,
come di giorno che s’annuncia
da una linea d’orizzonte che non muta.

lunedì 6 maggio 2013

lùcia nti ruvètti, luce nei rovi (con audio)



lùcia nti ruvètti                                  
e ntunnu sul muru,                              
conètt funn, sipàl...                              
lùcia nìvura ca s'inn abbìssa                           
dde l’occhji perz i šcali šcali                
e mani šchizzijàti ‘e sanguu                             
di piri serîvàggi, e de zancu,
a faccia è muta e unn abbisogna de paròli                           
subba sa strata ppè Šcarfìzzi                
addùvə špini e amùr si su perzi            
e nti ruvètti u’ fan civilìzzi                     

ci  ţrica nu tempu ‘e scioddi c’un zi fa toccàrə
ca mi rimînìa dintra                          
nta su rigàgnu 'e coru e d'occhji                                        
e jìti tisi, e pruveràta c’un sia mai                                 
a canciarə ccu nessun’ata strata        

pecchì m'avàstinu, s'aria vrusciata             
e sa terra senza tempu                      
sutt’ a restucciata e u ventu.                 

luce nei rovi
e solo muri intorno
fondi canali, siepi...
luce che s'inabissa, nera
per gli occhi persi lungo scale
e mani screziate di sangue
di (spine di) piraini, e fango
il volto è muto e non gli servono parole
su questa strada per Carfizzi
dove spine e more (amori) si sono persi
e nei roveti non si scambiano cortesie

si ferma un tempo di calanchi che non si fa toccare
e mi rimesta dentro
in questa brocca di cuore e d'occhi
e dita tese, e polvere che mai sia
scambiare con quella di nessuna altra strada

perché mi bastano, quest'aria bruciata
e questa terra senza tempo
sotto le stoppie e il vento.

eppure dovevo

eppure dovevo essere qui
non avevo dubbi
ma ora
ma ora una leggera assenza
uno smarrimento
basta a dubitare

devo essermi dimenticato
in qualche tasca di giacca lisa
dove mi abbevero ancora a parlare di futuro
ma è solo un tempo nato a perdere
e sul nascere non c'è partita che tenga
la trama inservibile dei fili a scernere
dall'opera di tantalo

giovedì 2 maggio 2013

ho sentito l'avvio

ho sentito l'avvio dei miei passi
e l'abbrivio sapeva di buon vento
ma il glicine è poco più di attimo

ché le rovine hanno in fine
la meglio dell'infiorescenza

rimane una traccia, un'orma sul muro
l'ombra dei pensieri che s'intrecciano
scorsoi, e tramonti
quasi dita di colore
nelle linee progressive della sera...