case di apparenze morte
vagamente domando
se siano le cose o chi le crea
per queste vie
a sopravvivere
vorrei sapere oltre
e non questo altro, effimera differenza
vorrei affondare nei muri
dove quest'immagine a stampa
di un'edera è solo un monito,
e stanco
io non so se di case e uomini
sopravvive il tutto o la parte
forse è un percorso di metonimie
e rammendi
forse sono le crepe inestinte
a segnare i luoghi del respiro
forse è qualcosa che vince o traspira
forse è qualcosa di umido che trasuda
dagli occhi delle case vuote
qualcosa che tu esprimi, di umano
e che io solo sento
e non so, se questo mi dispera
o se è tutto quel che ho,
degli occhi, delle vie.
domenica 24 novembre 2013
giovedì 7 novembre 2013
Andrea.
Andrea.
That's
enough: a chiare lettere, è abbastanza, già basta, è bastato,
null'altro occorre, il cerchio si è richiuso, freddamente,
semplicemente, senza ammissione di repliche né remissione di
peccati, il cerchio, con poca fantasia, poca immagine, si è richiuso
come un'onda al cui interno, non visto, Andrea è tornato Andrea e le
cose cose, e ciò che già era stato, stato...
Come nelle
grammatiche più elementari: picture one is a girl, picture two is a
pencil, picture three is a dog... susseguendosi i riquadri, davanti
ad un riquadro innumerato Andrea crede di doversi fermare: questo
sono io! Bene, questo sono io, come illustrato in figura ics o tot:
Andrea, 'Sorrow' per gli amici, 'Sorrow', disgrazia, mi pare, per gli
amici, quelli di un tempo, tratto da una collezione di fumetti che
neanche per mera curiosità ho sfogliato o indagato: mi chiamavano
così, e non ho mai saputo se era per una qualche somiglianza fisica
o, per così dire, morale, con il personaggio dei fumetti... forse
oggi mi piacerebbe saperlo, ma è passato senz'altro troppo tempo
perché qualcuno dei miei amici possa ricordare l'origine, il motivo,
di quell'appellativo... o forse sono passate troppe conoscenze
successive a quegli amici per poter recuperare quell'angolino di
memoria.
E' passato tanto
tempo, in effetti, in maniera quasi inspiega-bile ed in maniera che
toglie ogni reale volontà di voltarsi indietro: quasi un baratro,
troppo, per un semplice desiderio di ripercorrere vicende ormai
destinate alla dimenticanza... vera-mente troppo, per non scivolare
nel ridicolo: 'pensi ancora a queste cose?' 'come fai a ricordarlo?',
cosi mi direbbero... e poi trovare qualcuno ancora disposto a parlare
di ciò che è stato...
No, decisamente, è
da evitare in ogni modo: no e poi no! Quell'aria tra il compreso e il
sorpreso, quell'interesse sbiadito di un improbabile interlocutore,
no, no e basta. E' da soli che bisogna ricordare, ed aventualmente
scadere, si tratti di elegia, nostalgia, rammarico, rimpianto o quel
che sia: di tanta umanità ricordare, già... Inderogabile, a volte,
la coazione a situarsi nella bolla o nella nicchia ricavata nel
tempo, perché è così, è anche, semplicemente, così, dover
ricordare, ricreare.
Tantopiù che da
sempre lo aveva creduto, che ricordare non vuol dire per forza né
sempre distruggere o annullare il presen-te o averne paura: no,
ricordare può essere tutt'altra cosa e tutt'altro impegno: ricreare,
far vivere o rivivere, situarsi nella bolla fragile, nella nicchia
attaccata dall'erosione, però, però muoversi anche, solidarmente
con essa nicchia all'interno di uno spazio e di un tempo, preservare
e conservare, protrarre: qualcosa come dire che ciò che si ricorda
non è poi stato così vano...
Risultato?
...Risultato
era che, chi più chi meno, tutti o quasi lo consideravano un povero
illuso, un autore di piagnistei in terza rima per eccellenza o
antonomasia, che non fa più 'chic', ma quasi, o comunque è utile
per le parole crociate...
Andrea, pure,
qualche volta simpatico o 'di compagnia', utilizzabile alla bisogna
per intrattenimenti o uscite fuori porta, Andrea tuttavia
sopportabile o non: dipende dal di lui stato d'animo, forse - o non
già - da quello dei suoi compagni: chissà perché... Chissà
veramente chi tira quella riga sottile al di qua o al di là della
quale si è inclusi o esclusi da quello che si può chiamare
semplicemente 'giro' poiché, in vero, di giro e giravolta si tratta:
di amicizie, conoscenze, ambiti... e quale somma grazia essere
ammessi, o diversamente smessi!
...Ineffabile il
cadere in disgrazia o l'entrare nelle grazie... ad Andrea,
francamente, sembrava poco serio, probante, merito-rio, qualificante,
tutto questo... Fortuna, 'fortuna, a fortuna ciecata', come soleva
ripetere: il caso, essere in un dato luogo, in una data posizione,
per caso, solo per caso: non c'è molto altro da aggiungere o
sbandierare.
Anche se poi
aggiungeva un 'forse' sospensivo, di rigore: ed in fondo proprio di
un forse si trattava, anche per lui che da quelle considerazioni era
probabilmente niente più che colpito in maniera eccessiva... Uno
scompenso, ecco, forse si trattava di uno scompenso e nulla più, per
il quale mostrare l'euforia o le ferite del momento, di ogni momento:
il che é, sinceramente, troppo, per un qualsivoglia compagno od
interlocutore, anche il più disponibile... Bah!.. (Proprio così:
Bah!...)
Oggi ho incontrato
questo Andrea di cui parlo con una insofferenza che già, latente
dentro di me, si lascia ormai intravvedere: l'ho incontrato ed ho
taciuto perché mi è bastato un solo istante per capire che era
stato lui ad avermi cercato, che l'incontro non era poi occasionale e
non c'era quindi nulla di cui meravigliarsi: l'ho incontrato
appoggiato ad una colonna, vicino alla fermata degli autobus (è
ammissibile, no ?!), l'ho osservato per quel famoso istante ed aveva
una faccia indicibilmente scura: lui non parla ed io non parlo,
continuano a passare degli autobus, già, molti ne sono passati (non
verrebbe spontaneo dire che 'già molti ne abbiamo persi'?), ed ogni
autobus ripartendo solleva la stessa nuvoletta di polvere, quasi
stizzito...
Glielo chiedo con
gli occhi, ad Andrea, se era questa la bolla di sapone o la nicchia
ulcerosa ricavata col tempo e nel tempo, e taccio, taccio perché mi
sembra fuori luogo questa fermata che sa di attesa troppo lunga e di
orari sbagliati, anche se gli voglio bene e non lo lascio qui da
solo.
1.5.89
lunedì 28 ottobre 2013
Inizio, 1-3
Inizio, 1.
Non so cosa sono venuto a
cercare, se qualcosa sono venuto a fare o cercare… E’ bastata la prima scusa,
la prima ineccepibile motivazione che potesse sembrare una verità o qualcosa di
simile… No, nulla di pruriginoso, nessuna ricerca di avventure o fughe verso
sogni passeggeri. Volevo starmene da solo, per qualche giorno, senza troppe
spiegazioni, volevo starmene da solo e non per pensare a me, ma piuttosto,
forse, a ciò che mi circonda e alle persone con le quali condivido questo
percorso che forse un po’ avventatamente indico come ‘vita’… tutto qui.
Ho sempre quel vizio o abitudine
di vedermi dall’esterno… potrei nobilitare questa predisposizione definendola
‘imparzialità’ o ‘capacità di estraneazione’, ma so che non è così… più
semplicemente credo si tratti di un vezzo infantile per il quale, come in un
gioco delle parti, riesco a parlarmi e – meno di frequente – a rispondermi… Sì,
mi ricordo di quel tempo in cui mi assegnavo ruoli e nomi, stabilendo
comportamenti e istanze per personaggi che solo dentro di me esistevano…
fantasmi, più o meno, ed ortonimi, eteronimi, come poi ho scoperto tanti anni
dopo… nulla di più. Penso a quel poeta portoghese, sì, Pessoa, che si inventava
dei personaggi… non ne avevo ancora sentito parlare di quel suo eteronimo che
aveva fatto nascere a Tavira, in Algarve… non doveva amarlo molto, considerando
che a Tavira ci sono stato, per caso, tanti tanti anni fa, e che non ho mai
visto un altro posto così infestato dalle zanzare…
2
La casa dei miei è vuota, fredda
e sa di chiuso, in questo autunno inoltrato… alle finestre non ci sono cortine,
sono state tolte prima che la casa fosse chiusa, prima che i miei andassero
via… c’è qualche panno senza pretese sui vecchi divani, devo toglierli, facendo
attenzione alla polvere che li ha pervasi…
C’è un grande silenzio, quasi
irreale, ma forse non potrebbe essere diversamente, a quest’ora di mattino e in
questa zona isolata del paese. Si sente soprattutto il frusciare nei rami
dell’araucaria… è cresciuta benissimo questa pianta… il palo del telefono quasi
non si vede, se mi sposto appena appena riesco a non vederlo, nascosto dietro
il fusto dell’albero, e se mi abbandono come in un gioco a spostare la visuale,
il palo riappare ma sembra quasi un enorme tutore della pianta. Dicono che
taglieranno l’araucaria, mi spiace molto, come mi è dispiaciuto per l’enorme
pino marittimo della casa di fronte… dicono che non potevano farne a meno, che
le radici stavano sollevando l’asfalto della strada, il che è vero, come è
altrettanto vero che anche il piccolo muro di cinta si è prima deformato ed è
poi crollato sotto la spinta del tronco… Non vorrei cominciare ad elencare
tutte le assenze che vado cogliendo intorno a me… anche il vecchio lupo nero
dei dirimpettai, quello che seguiva mio padre lemme lemme, non c’è più… mio
padre non ci sapeva fare particolarmente con gli animali, solo con quel cane,
con lui sì… mia madre dice che il cane ha pianto tutta la notte quando mio
padre è morto, e che è passato a ‘spiare’, a guardare in casa, il giorno dei
funerali… A certi animali dovrebbe essere concesso l’uso della parola, almeno
in casi come questo. A certe persone, al contrario, quell’uso dovrebbe essere
negato: non sono degni di partecipare, perlomeno a quelli degli altri.
3
Ripensando a quei miei personaggi
infantili e all’Algarve so già cosa si sta impadronendo dei miei pensieri,
proprio come quando ero bambino e vivevamo in un'altra casa, poco distante da
questa, la mia sola casa, quella dove ho vissuto fino a vent’anni, la dimora di
tutte le mie prime parole e di tutti i miei primi silenzi, dove ho imparato ad
amare e ad allontanare le nostalgie, tutte, e dove ho conosciuto, copioso,
ripetuto, il pianto…e dove quel pianto ho temuto e infine deciso di
contrastare. Volevo diventare forte, ma non so se ci sono riuscito, né se forte
lo sono mai stato… più che forte sono diventato abile nell’evitare talune
situazioni, o chissà, vallo poi a sapere se sono diventato qualcosa.
Quello che si sta impadronendo di
me è la paura. La conosco bene… la conosco troppo. E’ la paura della morte,
come in ‘Pedro Pàramo’… sempre con queste storie, questi libri.. non mi
bastavano i fantasmi indigeni, ci mancavano solo quelli d’oltreoceano.
Sì, ho paura, è una delle mie
fortune, o peculiarità, e ormai non ci rinuncio più…
I miei personaggi infantili,
tutti dai nomi più gentili del mio, li conoscevano bene quei fantasmi… erano di
famiglia, almeno tra di loro… ed ogni volta che ne creavo uno nuovo, di
personaggio, un altro fantasma gli si accompagnava, ineliminabile.
Quando abitavo in quella casa, un
casello delle ferrovie oggi diruto, non parlavamo mai di quello che vi era
successo agli inquilini che ci avevano preceduto. Aleggiavano storie che
nessuno aveva il coraggio di esplicitare, soprattutto con me, che ero il più
piccolo ed influenzabile. Notavo, senza nulla domandare, che le mie sorelle non
andavano mai in bagno da sole, che già all’imbrunire diventavano timorose,
sospettose, che quando infine arrivava la notte dormivano strette l’una
all’altra, ed anch’io… io stringevo gli occhi e carezzavo il santino
dell’angelo custode fino a quando crollavo per il sonno, imponendomi di pensare
a qualcosa di bello… anche se il bello, all’epoca, non sapevo proprio dove
cercarlo… il buono sì, il buono era mia madre che mi accoglieva nel suo letto e
che mi asciugava il sudore e le paure.
Ho sempre pensato che il ragazzo
morto nel casello seguisse dei percorsi precisi, durante la notte, e che
camminasse scalzo, forse per questo si era ammalato ed era morto in quelle
stanze fredde… e noi cercavamo in tutti i modi di non interferire con lui… Ma
forse ci sbagliavamo, magari voleva solo giocare con noi che avevamo più o meno
la sua stessa età di quando era vivo, e quei rumori di catene, poi cessati con
gli anni, non erano altro che il suo richiamo… E’ chiaro che anche i morti
invecchiano, anche se i loro fantasmi non fanno meno presa.
giovedì 5 settembre 2013
El Cid sale de Vivar...
Trovo,
quello che ne rimane dell'esordio del 'Poema de mio Cid', di una
vastità illimitata, un compendio di storia - e anche di storie personali
- mirabilmente condensato in poche righe, righe che vanno lette,
sentite, intese, interpretate... o, diversamente, accolte anche per
semplice diletto, per l'immagine - ma anche il ricordo - di certi suoni e
consonanze. E' qui che l'uomo si stacca icasticamente
sul deserto che gli è stato fatto intorno... l'esilio e l'isolamento
contro i quali dovrà essere più forte. Molta storia d'Europa passa per
questo incipit.
Molta storia di parte dell'Italia è qui significata: è l'anima mediterranea, federiciana, quella che risale dalle sabbie di Akragas, sguscia alla presa di Scilla e Cariddi e avvolge tutto il sud dello Stivale, e ovunque riappare, come riappaiono voci e inflessioni che un orecchio attento non fatica ad associare tra di loro, come affiorano facce straordinariamente simili le une alle altre dalle sponde più o meno vicineod opposte di questa nostra matrice acquea... è il Mediterraneo, arabo, ispanico, magnogreco... il mare di Jogale, Giufà, Nasreddin... ma anche il mare dei più fini pensatori, che non oso neppure provare ad elencare...
Vabbè, fisserìj...
Lo spagnolo (il castigliano) del XII secolo era molto più vicino al volgare italiano coevo di quanto non lo siano oggi le due lingue, 'spagnolo' e 'italiano'. Anche questo è un segno di quella forte coesione 'latina' che fa spesso dire 'una faccia, una razza'...
Ad ogni modo, quello che mi affascina del 'Poema', è qui, al di là di qualsiasi altra considerazione, e spero che possiate e vogliate sentirlo:
Spagnolo:
[El Cid sale de Vivar para ir al destierro]
De los sos oios tan fuertemiente llorando,
tornava la cabeça e estávalos catando;
vio puertas abiertas e uços sin cañados,
alcándaras vazías, sin pielles e sin mantos
e sin falcones e sin adtores mudados.
Sospiró Mio Çid, ca mucho avié grandes cuidados;
fabló Mio Çid bien e tan mesurado:
"¡Grado a ti, Señor, Padre que estás en Alto!
Esto me han buelto mios enemigos malos!"
Italiano:
[Il Cid (dall'arabo: signore') lascia Vivar (il Cid è Ruy Diaz, signore di Vivar) per andare in esilio]
Dai suoi occhi così fortemente piangendo,
scuoteva la testa e si guardava intorno;
vedeva le porte aperte e gli usci senza chiavistelli,
le pertiche (da uccellagione) vuote, senza pelli e senza manti (per la cacccia)
e senza falchi e senza astori di muda (la mudanza è un tempo in cui i rapaci cambiano il piumaggio, più o meno).
Sospira il mio Cid che tante ne aveva, di preoccupazioni;
parla il mio Cid, bene, e con tanta misura:
'Grazie a te, Signore, Padre che sei nell'Alto!
Così m'han ridotto i miei cattivi nemici'
(traduzione fatta all'impronta, con molte licenze sui tempi verbali...)
Calabrese:
[U Patrunu nescia du paìsu ppè sinni jìr straviàtu u munnu munnu]
‘E l’occhj soj tantu fortu ciancennu,
toculìjava a capa e sinni jìa guardannu;
vidìva i port aperti e l’anti senza mašcu,
i pèrtichi vacanti, senza peddi e senza manti ppè cacciàr
e senza falchi e senza acuti.
Sušpira u Paţrunu, ca tanti n’avìa preoccupazzioni;
parra u Paţrunu, bonu e misuratu:
‘A tìja Signuru, ti ringrażiu, Paţru ca sì ntu cièlu!
Eccussì m’han arriddùttu i mej nimìci mali’.
4.9.2013
Molta storia di parte dell'Italia è qui significata: è l'anima mediterranea, federiciana, quella che risale dalle sabbie di Akragas, sguscia alla presa di Scilla e Cariddi e avvolge tutto il sud dello Stivale, e ovunque riappare, come riappaiono voci e inflessioni che un orecchio attento non fatica ad associare tra di loro, come affiorano facce straordinariamente simili le une alle altre dalle sponde più o meno vicineod opposte di questa nostra matrice acquea... è il Mediterraneo, arabo, ispanico, magnogreco... il mare di Jogale, Giufà, Nasreddin... ma anche il mare dei più fini pensatori, che non oso neppure provare ad elencare...
Vabbè, fisserìj...
Lo spagnolo (il castigliano) del XII secolo era molto più vicino al volgare italiano coevo di quanto non lo siano oggi le due lingue, 'spagnolo' e 'italiano'. Anche questo è un segno di quella forte coesione 'latina' che fa spesso dire 'una faccia, una razza'...
Ad ogni modo, quello che mi affascina del 'Poema', è qui, al di là di qualsiasi altra considerazione, e spero che possiate e vogliate sentirlo:
Spagnolo:
[El Cid sale de Vivar para ir al destierro]
De los sos oios tan fuertemiente llorando,
tornava la cabeça e estávalos catando;
vio puertas abiertas e uços sin cañados,
alcándaras vazías, sin pielles e sin mantos
e sin falcones e sin adtores mudados.
Sospiró Mio Çid, ca mucho avié grandes cuidados;
fabló Mio Çid bien e tan mesurado:
"¡Grado a ti, Señor, Padre que estás en Alto!
Esto me han buelto mios enemigos malos!"
Italiano:
[Il Cid (dall'arabo: signore') lascia Vivar (il Cid è Ruy Diaz, signore di Vivar) per andare in esilio]
Dai suoi occhi così fortemente piangendo,
scuoteva la testa e si guardava intorno;
vedeva le porte aperte e gli usci senza chiavistelli,
le pertiche (da uccellagione) vuote, senza pelli e senza manti (per la cacccia)
e senza falchi e senza astori di muda (la mudanza è un tempo in cui i rapaci cambiano il piumaggio, più o meno).
Sospira il mio Cid che tante ne aveva, di preoccupazioni;
parla il mio Cid, bene, e con tanta misura:
'Grazie a te, Signore, Padre che sei nell'Alto!
Così m'han ridotto i miei cattivi nemici'
(traduzione fatta all'impronta, con molte licenze sui tempi verbali...)
Calabrese:
[U Patrunu nescia du paìsu ppè sinni jìr straviàtu u munnu munnu]
‘E l’occhj soj tantu fortu ciancennu,
toculìjava a capa e sinni jìa guardannu;
vidìva i port aperti e l’anti senza mašcu,
i pèrtichi vacanti, senza peddi e senza manti ppè cacciàr
e senza falchi e senza acuti.
Sušpira u Paţrunu, ca tanti n’avìa preoccupazzioni;
parra u Paţrunu, bonu e misuratu:
‘A tìja Signuru, ti ringrażiu, Paţru ca sì ntu cièlu!
Eccussì m’han arriddùttu i mej nimìci mali’.
4.9.2013
gli occhi che vedono male
gli occhi che vedono male
non sanno se di fatica o gonfiore
portare in croce due ali
e rovinare
su un assito
di panche rovesciate
e barche senza più uno straccio
che ne segnali il fasciame
a calafatare ore
e giorni
e punto punto
e passo passo
aspettare che finiscano tutti
questi sogni da puttana
da traditore quotidiano
di cosa in cosa
come un passero
di ramo in ramo
finché finisce
e spicca un volo
un nuovo attacco
e poi dai
e dai
che tutto va a finire
e non era necessario
era solo spuma
rapida a sparire
e nuova sabbia
inarrestabile
lesta
a ricoprire
tutti questi spini
questi giorni
senza un fine,
una parte
giorni che spiovono
come falde scosse
di gonne
tese
come di cappelli persi
ed acque
acque
maledette acque
d'amate terre
e questi acroliti
nelle rotonde
questi corpi di soli arti e facce
a chiedere
a questi uomini che fottono
fottono soltanto
più lupi dei loro stessi giorni
più assi delle loro stesse gabbie
dove vanno
questi giorni che mi sanno
come il rumore a testa bassa delle nuvole
quello che ho dentro
nella mia testa abbandonata
sopra un letto di lenzuola a fiori
con mia firma d'oleandro
se ci fosse almeno
altro ma
non c'è altro orizzonte che questo
questo nulla impietrito
questo totem di bottiglie vuote
non ho voglia di piangere o di ridere
ho voglia di nulla
un nulla di umano
una briciola d'occhi
una mollica infame di sorriso
un pezzo di pane intriso
d'olio, di zucchero
di casei morte
non ho voglia di nulla
non mi valgono più i cieli
l'azzurro e non mi sarà lieve
la terra
anche il suo peso
sotto le scarpe è grave
e tu scalza, anima da preda
ti allontani
tu
la mia anima da puttana.
5.9.2013
non sanno se di fatica o gonfiore
portare in croce due ali
e rovinare
su un assito
di panche rovesciate
e barche senza più uno straccio
che ne segnali il fasciame
a calafatare ore
e giorni
e punto punto
e passo passo
aspettare che finiscano tutti
questi sogni da puttana
da traditore quotidiano
di cosa in cosa
come un passero
di ramo in ramo
finché finisce
e spicca un volo
un nuovo attacco
e poi dai
e dai
che tutto va a finire
e non era necessario
era solo spuma
rapida a sparire
e nuova sabbia
inarrestabile
lesta
a ricoprire
tutti questi spini
questi giorni
senza un fine,
una parte
giorni che spiovono
come falde scosse
di gonne
tese
come di cappelli persi
ed acque
acque
maledette acque
d'amate terre
e questi acroliti
nelle rotonde
questi corpi di soli arti e facce
a chiedere
a questi uomini che fottono
fottono soltanto
più lupi dei loro stessi giorni
più assi delle loro stesse gabbie
dove vanno
questi giorni che mi sanno
come il rumore a testa bassa delle nuvole
quello che ho dentro
nella mia testa abbandonata
sopra un letto di lenzuola a fiori
con mia firma d'oleandro
se ci fosse almeno
altro ma
non c'è altro orizzonte che questo
questo nulla impietrito
questo totem di bottiglie vuote
non ho voglia di piangere o di ridere
ho voglia di nulla
un nulla di umano
una briciola d'occhi
una mollica infame di sorriso
un pezzo di pane intriso
d'olio, di zucchero
di casei morte
non ho voglia di nulla
non mi valgono più i cieli
l'azzurro e non mi sarà lieve
la terra
anche il suo peso
sotto le scarpe è grave
e tu scalza, anima da preda
ti allontani
tu
la mia anima da puttana.
5.9.2013
vorrei essere la tua casa
vorrei essere la tua casa
anche quando dovrò aspettarti
anche quando una mano si farà desiderare
di bianco, un muro
quando ti risolvi sola nel pianto
vorrei essere la tua casa
quando torni
e non trovi altro che vuoto
freddo
tele di ragni
e non visto
il sorriso indifeso
interminabile
come un corridoio
muto
e mio, di cui non sai
quando ti sento
nella notte
mentre preghi e non sono
altro che un muro
di te
accanto.
5.9.2013
anche quando dovrò aspettarti
anche quando una mano si farà desiderare
di bianco, un muro
quando ti risolvi sola nel pianto
vorrei essere la tua casa
quando torni
e non trovi altro che vuoto
freddo
tele di ragni
e non visto
il sorriso indifeso
interminabile
come un corridoio
muto
e mio, di cui non sai
quando ti sento
nella notte
mentre preghi e non sono
altro che un muro
di te
accanto.
5.9.2013
da qualche parte dorme
da qualche parte dorme
il sole dei tramonti
poi tutto cambia
nuove reti attendono
e altri richiami
una strada riparte,
s'apre,
strappa la voglia di un sorriso
e voglia di chiamarla giorno
di risalita oppure no, rimane
una ferita quasi amica
che s'ostina
si ripete
a cera persa
tra le ali ripiegate e il sole
basso di tramonti
quando di più non posso
e allora va a dormire
con tanta luce anche il ricordo
dove più di te s'increspa l'ora.
5.9.2013
il sole dei tramonti
poi tutto cambia
nuove reti attendono
e altri richiami
una strada riparte,
s'apre,
strappa la voglia di un sorriso
e voglia di chiamarla giorno
di risalita oppure no, rimane
una ferita quasi amica
che s'ostina
si ripete
a cera persa
tra le ali ripiegate e il sole
basso di tramonti
quando di più non posso
e allora va a dormire
con tanta luce anche il ricordo
dove più di te s'increspa l'ora.
5.9.2013
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