sabato 11 maggio 2013

sempre li ho amati

sempre li ho amati, i piccoli porti
e le bitte, le poste ad indovinare pensieri
il cordame svenato, come occhi
al risveglio che s'indonna
il ciarpame scordato d'umano, i rovesci dei secchi
e le luci, le tante, a catturare natanti
e i suoni delle sirene
brevemente ripieganti su sé stessi
sempre li ho amati
i miei piccoli porti di poche parole
a vela ammainate e di motori risoluti a spegnersi
come si ostina una lontananza
in orizzonte e quasi, ma a molcere
una crespa, a farsi
ridondare di vento

i miei porti sono quattro legni informi
e un rumore di croci
un gabbiano dai versi a buon mercato
una prigione alata, un sorso di libertà negata

i miei porti è dove le dita attraccano ad un volto.



venerdì 10 maggio 2013

e sapere che non ci sarà altro

e sapere che non ci sarà altro
che gli addìi non avranno dettagli
e la pena parole a razionalizzarla
sapere che il merlo che quasi irride all'avvio del giorno
potrebbe tacere il suo canto
e il ramo riparare sotto altre ali
o bandiere, armamentari, sirene
e sapere che c'è questo filo di trama
ma intriso, come di intenti mai definitivi
a dirigere strade fatte solo di altre strade
e pensieri a sospingere altri pensieri e albe
e nelle albe un rapido abrivio di speranze
a preludere ad altri lidi
dove taciti gli addìi si spengono
e falò si accendono già di deriva.


martedì 7 maggio 2013

notte di zagare



Notte di zagare di ricordo amare
Che m’accompagna lieve
Come in pendìo a mare
Scalcio per una piazza deserta
Il vuoto di una latta
Erranti note da un portone all’alto
E muta, una finestra nell’arco di una luce
Qualche voce trattenuta
Un sospiro che si smorza
Una via che riconduce
a ricomporsi una cornice nuova,
come di giorno che s’annuncia
da una linea d’orizzonte che non muta.

lunedì 6 maggio 2013

lùcia nti ruvètti, luce nei rovi (con audio)



lùcia nti ruvètti                                  
e ntunnu sul muru,                              
conètt funn, sipàl...                              
lùcia nìvura ca s'inn abbìssa                           
dde l’occhji perz i šcali šcali                
e mani šchizzijàti ‘e sanguu                             
di piri serîvàggi, e de zancu,
a faccia è muta e unn abbisogna de paròli                           
subba sa strata ppè Šcarfìzzi                
addùvə špini e amùr si su perzi            
e nti ruvètti u’ fan civilìzzi                     

ci  ţrica nu tempu ‘e scioddi c’un zi fa toccàrə
ca mi rimînìa dintra                          
nta su rigàgnu 'e coru e d'occhji                                        
e jìti tisi, e pruveràta c’un sia mai                                 
a canciarə ccu nessun’ata strata        

pecchì m'avàstinu, s'aria vrusciata             
e sa terra senza tempu                      
sutt’ a restucciata e u ventu.                 

luce nei rovi
e solo muri intorno
fondi canali, siepi...
luce che s'inabissa, nera
per gli occhi persi lungo scale
e mani screziate di sangue
di (spine di) piraini, e fango
il volto è muto e non gli servono parole
su questa strada per Carfizzi
dove spine e more (amori) si sono persi
e nei roveti non si scambiano cortesie

si ferma un tempo di calanchi che non si fa toccare
e mi rimesta dentro
in questa brocca di cuore e d'occhi
e dita tese, e polvere che mai sia
scambiare con quella di nessuna altra strada

perché mi bastano, quest'aria bruciata
e questa terra senza tempo
sotto le stoppie e il vento.

eppure dovevo

eppure dovevo essere qui
non avevo dubbi
ma ora
ma ora una leggera assenza
uno smarrimento
basta a dubitare

devo essermi dimenticato
in qualche tasca di giacca lisa
dove mi abbevero ancora a parlare di futuro
ma è solo un tempo nato a perdere
e sul nascere non c'è partita che tenga
la trama inservibile dei fili a scernere
dall'opera di tantalo

giovedì 2 maggio 2013

ho sentito l'avvio

ho sentito l'avvio dei miei passi
e l'abbrivio sapeva di buon vento
ma il glicine è poco più di attimo

ché le rovine hanno in fine
la meglio dell'infiorescenza

rimane una traccia, un'orma sul muro
l'ombra dei pensieri che s'intrecciano
scorsoi, e tramonti
quasi dita di colore
nelle linee progressive della sera...

lunedì 22 aprile 2013

Lorenzo Calogero, 'Premessa' di G. Tedeschi all'opera ed. Lerici, completa.

Ecco qui la 'Premessa' completa all'opera di Lorenzo Calogero. In questi giorni, come avevo peraltro fatto in precedenza, ho fatto un timido tentativo, - che forse dovrei definire  'questua indecorosa'- , di far leggere questo 'post', in modo che qualcuno si interessasse alla vita di LC. Sapevo dell'inutilità del tentativo, come so da sempre che nulla si può veramente chiedere a chicchessia. Davanti a tanto rigido ostracismo avevo pensato anche di cancellare tutte le 'cose' che ho appuntato senza pretese in questo blog. Infatti sto ricopiando quelle cose che mi sembrano non 'migliori' ma più intime, mie, per poi vedere cosa fare. Molte cose mi legano all'esistenza di LC, molti suoi aspetti mi attirano, molti passaggi mi hanno impaurito e indotto per tempo a scappare, e a rifuggire la poesia.
Ma forse ho chiesto troppo. Non si può chiedere a chicchessia di entrare in un 'continuum poetico', ci vorrebbero un tempo e un sentire adeguati, non è roba da esercizietto 'scolastico'. Bisogna 'esserci', 'farci' non basta. E poi, le cose di LC, singolarmente potrebbero non dire nulla; è nel loro complesso che mi fanno -o facevano, per fortuna- sentire il travaso uomo-poesia. E magari sbaglio anche a parlarne. Soprattutto a parlarne con dei sordi che vogliono solo apparire, che vogliono solo sovrapporsi con critiche magniloquenti. Ma tant'è...
Questa riedizione della 'Premessa' la voglio dedicare a quelle personcine gravide di poesia, a coloro che sentendosi investiti da tanto 'spirto' credono di potersi mostrare migliori e inappuntabili, agli artisti di se stessi che sono in realtà solo degli sciocchi e dei vanitosi maneggioni della penna; la dedico a quelle pezze da piedi che si atteggiano a critici a buon mercato, a quegli stronzetti che per aver imbroccato una rima al mezzo, una assonanza, credono di poter modulare il mondo dei sentimenti, sempre in cerca di qualche gallinella da brodo da abbindolare; la dedico a tutti quelli che dell'arte della parola disgiunta dal sentire han fatto l'arte del fottere il prossimo; la dedico a tutte quelle campane che frignano in versi attorniate da prefiche di parte. In generale la dedico a quanti sono organizzati in modo da poter decretare un ostracismo o una damnatio memoriae per chi non li adula o almeno elogia. E a tutti quelli che, anche per mezzo della poesia, 'piangono e fottono', e sono tanti, una camarilla affollatissima.
La dedico anche a questo fantomatico 'rigobianco' che mi rompe con la storia che non ha fatto in tempo a leggere tutto lo scritto. Copia, incolla, e sparisci, per favore, che devo cancellarla da qui, sta cosa che non so nemmeno se sia legale o meno. Quindi leggi, che poi la sposto su un altro sito, visto che qui occupa troppo spazio:
https://sites.google.com/site/appartenenze/lorenzo-calogero-premessa-alle-opere-di-g-tedeschi