Trovo,
quello che ne rimane dell'esordio del 'Poema de mio Cid', di una
vastità illimitata, un compendio di storia - e anche di storie personali
- mirabilmente condensato in poche righe, righe che vanno lette,
sentite, intese, interpretate... o, diversamente, accolte anche per
semplice diletto, per l'immagine - ma anche il ricordo - di certi suoni e
consonanze. E' qui che l'uomo si stacca icasticamente
sul deserto che gli è stato fatto intorno... l'esilio e l'isolamento
contro i quali dovrà essere più forte. Molta storia d'Europa passa per
questo incipit.
Molta storia di parte dell'Italia è qui significata:
è l'anima mediterranea, federiciana, quella che risale dalle sabbie di
Akragas, sguscia alla presa di Scilla e Cariddi e avvolge tutto il sud
dello Stivale, e ovunque riappare, come riappaiono voci e inflessioni
che un orecchio attento non fatica ad associare tra di loro, come
affiorano facce straordinariamente simili le une alle altre dalle sponde
più o meno vicineod opposte di questa nostra matrice acquea... è il
Mediterraneo, arabo, ispanico, magnogreco... il mare di Jogale, Giufà,
Nasreddin... ma anche il mare dei più fini pensatori, che non oso
neppure provare ad elencare...
Vabbè, fisserìj...
Lo spagnolo
(il castigliano) del XII secolo era molto più vicino al volgare italiano
coevo di quanto non lo siano oggi le due lingue, 'spagnolo' e
'italiano'. Anche questo è un segno di quella forte coesione 'latina'
che fa spesso dire 'una faccia, una razza'...
Ad ogni modo, quello
che mi affascina del 'Poema', è qui, al di là di qualsiasi altra
considerazione, e spero che possiate e vogliate sentirlo:
Spagnolo:
[El Cid sale de Vivar para ir al destierro]
De los sos oios tan fuertemiente llorando,
tornava la cabeça e estávalos catando;
vio puertas abiertas e uços sin cañados,
alcándaras vazías, sin pielles e sin mantos
e sin falcones e sin adtores mudados.
Sospiró Mio Çid, ca mucho avié grandes cuidados;
fabló Mio Çid bien e tan mesurado:
"¡Grado a ti, Señor, Padre que estás en Alto!
Esto me han buelto mios enemigos malos!"
Italiano:
[Il Cid (dall'arabo: signore') lascia Vivar (il Cid è Ruy Diaz, signore di Vivar) per andare in esilio]
Dai suoi occhi così fortemente piangendo,
scuoteva la testa e si guardava intorno;
vedeva le porte aperte e gli usci senza chiavistelli,
le pertiche (da uccellagione) vuote, senza pelli e senza manti (per la cacccia)
e senza falchi e senza astori di muda (la mudanza è un tempo in cui i rapaci cambiano il piumaggio, più o meno).
Sospira il mio Cid che tante ne aveva, di preoccupazioni;
parla il mio Cid, bene, e con tanta misura:
'Grazie a te, Signore, Padre che sei nell'Alto!
Così m'han ridotto i miei cattivi nemici'
(traduzione fatta all'impronta, con molte licenze sui tempi verbali...)
Calabrese:
[U Patrunu nescia du paìsu ppè sinni jìr straviàtu u munnu munnu]
‘E l’occhj soj tantu fortu ciancennu,
toculìjava a capa e sinni jìa guardannu;
vidìva i port aperti e l’anti senza mašcu,
i pèrtichi vacanti, senza peddi e senza manti ppè cacciàr
e senza falchi e senza acuti.
Sušpira u Paţrunu, ca tanti n’avìa preoccupazzioni;
parra u Paţrunu, bonu e misuratu:
‘A tìja Signuru, ti ringrażiu, Paţru ca sì ntu cièlu!
Eccussì m’han arriddùttu i mej nimìci mali’.
4.9.2013
giovedì 5 settembre 2013
gli occhi che vedono male
gli occhi che vedono male
non sanno se di fatica o gonfiore
portare in croce due ali
e rovinare
su un assito
di panche rovesciate
e barche senza più uno straccio
che ne segnali il fasciame
a calafatare ore
e giorni
e punto punto
e passo passo
aspettare che finiscano tutti
questi sogni da puttana
da traditore quotidiano
di cosa in cosa
come un passero
di ramo in ramo
finché finisce
e spicca un volo
un nuovo attacco
e poi dai
e dai
che tutto va a finire
e non era necessario
era solo spuma
rapida a sparire
e nuova sabbia
inarrestabile
lesta
a ricoprire
tutti questi spini
questi giorni
senza un fine,
una parte
giorni che spiovono
come falde scosse
di gonne
tese
come di cappelli persi
ed acque
acque
maledette acque
d'amate terre
e questi acroliti
nelle rotonde
questi corpi di soli arti e facce
a chiedere
a questi uomini che fottono
fottono soltanto
più lupi dei loro stessi giorni
più assi delle loro stesse gabbie
dove vanno
questi giorni che mi sanno
come il rumore a testa bassa delle nuvole
quello che ho dentro
nella mia testa abbandonata
sopra un letto di lenzuola a fiori
con mia firma d'oleandro
se ci fosse almeno
altro ma
non c'è altro orizzonte che questo
questo nulla impietrito
questo totem di bottiglie vuote
non ho voglia di piangere o di ridere
ho voglia di nulla
un nulla di umano
una briciola d'occhi
una mollica infame di sorriso
un pezzo di pane intriso
d'olio, di zucchero
di casei morte
non ho voglia di nulla
non mi valgono più i cieli
l'azzurro e non mi sarà lieve
la terra
anche il suo peso
sotto le scarpe è grave
e tu scalza, anima da preda
ti allontani
tu
la mia anima da puttana.
5.9.2013
non sanno se di fatica o gonfiore
portare in croce due ali
e rovinare
su un assito
di panche rovesciate
e barche senza più uno straccio
che ne segnali il fasciame
a calafatare ore
e giorni
e punto punto
e passo passo
aspettare che finiscano tutti
questi sogni da puttana
da traditore quotidiano
di cosa in cosa
come un passero
di ramo in ramo
finché finisce
e spicca un volo
un nuovo attacco
e poi dai
e dai
che tutto va a finire
e non era necessario
era solo spuma
rapida a sparire
e nuova sabbia
inarrestabile
lesta
a ricoprire
tutti questi spini
questi giorni
senza un fine,
una parte
giorni che spiovono
come falde scosse
di gonne
tese
come di cappelli persi
ed acque
acque
maledette acque
d'amate terre
e questi acroliti
nelle rotonde
questi corpi di soli arti e facce
a chiedere
a questi uomini che fottono
fottono soltanto
più lupi dei loro stessi giorni
più assi delle loro stesse gabbie
dove vanno
questi giorni che mi sanno
come il rumore a testa bassa delle nuvole
quello che ho dentro
nella mia testa abbandonata
sopra un letto di lenzuola a fiori
con mia firma d'oleandro
se ci fosse almeno
altro ma
non c'è altro orizzonte che questo
questo nulla impietrito
questo totem di bottiglie vuote
non ho voglia di piangere o di ridere
ho voglia di nulla
un nulla di umano
una briciola d'occhi
una mollica infame di sorriso
un pezzo di pane intriso
d'olio, di zucchero
di casei morte
non ho voglia di nulla
non mi valgono più i cieli
l'azzurro e non mi sarà lieve
la terra
anche il suo peso
sotto le scarpe è grave
e tu scalza, anima da preda
ti allontani
tu
la mia anima da puttana.
5.9.2013
vorrei essere la tua casa
vorrei essere la tua casa
anche quando dovrò aspettarti
anche quando una mano si farà desiderare
di bianco, un muro
quando ti risolvi sola nel pianto
vorrei essere la tua casa
quando torni
e non trovi altro che vuoto
freddo
tele di ragni
e non visto
il sorriso indifeso
interminabile
come un corridoio
muto
e mio, di cui non sai
quando ti sento
nella notte
mentre preghi e non sono
altro che un muro
di te
accanto.
5.9.2013
anche quando dovrò aspettarti
anche quando una mano si farà desiderare
di bianco, un muro
quando ti risolvi sola nel pianto
vorrei essere la tua casa
quando torni
e non trovi altro che vuoto
freddo
tele di ragni
e non visto
il sorriso indifeso
interminabile
come un corridoio
muto
e mio, di cui non sai
quando ti sento
nella notte
mentre preghi e non sono
altro che un muro
di te
accanto.
5.9.2013
da qualche parte dorme
da qualche parte dorme
il sole dei tramonti
poi tutto cambia
nuove reti attendono
e altri richiami
una strada riparte,
s'apre,
strappa la voglia di un sorriso
e voglia di chiamarla giorno
di risalita oppure no, rimane
una ferita quasi amica
che s'ostina
si ripete
a cera persa
tra le ali ripiegate e il sole
basso di tramonti
quando di più non posso
e allora va a dormire
con tanta luce anche il ricordo
dove più di te s'increspa l'ora.
5.9.2013
il sole dei tramonti
poi tutto cambia
nuove reti attendono
e altri richiami
una strada riparte,
s'apre,
strappa la voglia di un sorriso
e voglia di chiamarla giorno
di risalita oppure no, rimane
una ferita quasi amica
che s'ostina
si ripete
a cera persa
tra le ali ripiegate e il sole
basso di tramonti
quando di più non posso
e allora va a dormire
con tanta luce anche il ricordo
dove più di te s'increspa l'ora.
5.9.2013
martedì 27 agosto 2013
Annarosa Macrì, prefazione a 'Andata e ritorno'.
Nel mio piccolo mi ci ritrovo, nella scrittura di Annarosa Macrì, dove 'ritrovarsi' significa perdersi o lasciarsi avvincere in un coinvolgimento interiore, anche quando il tema affrontato, come in questo caso, sembra essere superato dagli eventi, dalla frenesia degli accadimenti, dagli sconvolgimenti dovuti anche ad una tecnologia malamente diffusa che irrimediabilmente ormai va sempre più modificando la geografia, la storia e il rapporto tra uomini e mondi. Il pezzo che propongo potrà sembrare, come dicevo sopra, fuori moda o tempo, ma sento che non è così, che è solo questo sepolcreto sempre più scientificamente imbiancato a nascondere la verità, a camuffarla, a mostrarci altro da quello che siamo, tutti, calabresi e non. Che poi... anche questa condizione non è altro che uno dei tanti paradigmi dell'essere, o peggio, del sembrare.
Su un treno da un
treno.
Annarosa
Macrì, prefazione al volume ‘Andata e ritorno, treni stazioni paesi della
Calabria errante’, di Francesco Adornato e Carlo Desideri, Città del Sole
Edizioni, Reggio Calabria, 2011, pagg. 7-9.
Due viaggiatori
assorti sopra il mio stesso treno. Uno ha in mano un piccolo quaderno, si perde
nel paesaggio di buio e di luci che scompare e abbaglia, sminuzza appunti di
viaggio, di vita, di viaggio, di vita, tum tum, tum, sulla carta timida.
I suoi occhi si
perdono in mezzo a sipari di colline di orizzonti di mare - quanto è bella e
quanto è vera la Calabria
vista dal finestrino di una carrozza di seconda classe - la sua anima si
ritrova, si dispera e si consola, tum, tum, tum, in mezzo ai giorni perduti.
L'altro ha in grembo
una macchina fotografica. Sbircio rapita l'altalena intermittente che muove la
sua mano e i suoi scatti. Dentro e fuori dal treno. Clic, clic, clic. Esterni
di paesaggi superbi smozzicati da costruzioni interrotte di povertà e di
bellezza; interni odorosi di rughe e fatica assonnata. Clic, clic, clic.
Rapido, flessuoso, perentorio. Un gatto che agguanta la preda. Seguo curiosa le
sue mosse. Guardo con il suo stesso sguardo, non riesco a decifrare il gioco
veloce con cui cattura facce e persone, scene e panorami. È la macchina
fotografica, forse, a decidere tempi e modi della creazione.
Due viaggiatori loquaci
sopra il mio stesso treno.
Sono un giurista, sono
un intellettuale, sono uno scrittore, mi chiamo Francesco Adornato, sono
quell'ulivo, lo vedete? Uomo-ulivo, io sono, divento di sole e di pioggia mi
sono cibato, piantato dentro la terra che mia madre ha lavorato e che
custodisce tiepida mio padre e la mia storia.
Dove va, signor uomo-ulivo,
o forse torna?
Un andare e un tornare
è stata la mia vita. Andata e ritorno. E i binari in mezzo, e pure una
stazione. Varcarli, i binari, voleva dire superare la stagione acerba
dell'adolescenza e diventare uomo. Li ho oltrepassati, un giorno, e tutti gli
altri giorni li ho passati nella nostalgia di prima. E a quel prima, adesso,
cerco di tornare. Non è lì che tutti, prima o poi, torniamo?
E lei, signore, chi è lei
che ruba il mondo con il suo obiettivo?
Sono un ricercatore,
sono un fotografo, sono un ladro di immagini, mi chiamo Carlo Desideri. Vedo
quello che voi avete davanti agli occhi e non vedete, conosco il linguaggio
della luce, colgo il mistero delle cose. Sono il dio del tem-
po, l'unico in grado di bloccare gli orologi per l'eternità. E di fermare il mondo. E di moltiplicarlo in dieci, cento, un milione di immagini.
po, l'unico in grado di bloccare gli orologi per l'eternità. E di fermare il mondo. E di moltiplicarlo in dieci, cento, un milione di immagini.
Dove va, signor dio, o
forse torna?
Un andare continuo è
stata la mia vita. Un ri-cercare di cose e di persone, un fuggire lontano. Alla
ricerca dell'ultimo scatto, quello che vale una vita. E di ognuno, invece, ti
accorgi che è il milionesimo ed è il primo.
E lei, signora viaggiatrice
curiosa?
Io sono nata sopra un
treno, perché un viaggio sopra un treno è il mio primo ricordo di bambina. Su
un treno sono andata via. Dove? Al Nord, al Nord, dove altro se non al Nord,
lontano da dove, si può andare da qui? Su un treno mi sono innamorata, su un
treno sono andata incontro a mia madre morta, su un treno sono invecchiata. Su
un treno luogo-non-luogo, tra una partenza e un ritorno, pausa e tempo sospeso,
ho trascorso tutti i miei giorni sotterranei e sospesi, quelli da sottrarre al
computo della vita e della morte, quelli che un giorno ti accorgi che erano
loro, solo loro, il calendario della vita vera. Allineati in fila su un binario morto.
Tre viaggiatori
insieme sopra uno stesso treno per ri-comprendere, in un viaggio che è un
pellegrinaggio, un pezzetto di Calabria, di Sud, di Mondo dimenticato,
cancellato dalle rotte delle lunghe percorrenze e dell'alta velocità.
È la Calabria low and slow, dimessa e dismessa, persa e dispersa tra le pieghe di una globalizzazione che l'ha tutta attraversata massificata omogeneizzata. Alla periferia di un porto di container che pare Singapore e di un ipermercato come quelli di Paris, Texas, lontano-vicino da un villaggio turistico formato-Ibiza e di un aeroporto fotocopia di Detroit, c'è ancora una Calabria così. Stazioni abbandonate rubate ai paesaggi metafisici di De Chirico, littorine surreali popolate di immigrati e pendolari, capannoni inutilizzati strappati ai quadri di Sironi, facce di uomini e di donne ritratti nei ritratti di Carlo Levi o di Ernesto Treccani. Paesaggi potenti e prepotenti, di ulivi, di mare, di sole che vi giocano dentro, di cicli superbi sopra la Sicilia sorella e dirimpettaia.
È la Calabria low and slow, dimessa e dismessa, persa e dispersa tra le pieghe di una globalizzazione che l'ha tutta attraversata massificata omogeneizzata. Alla periferia di un porto di container che pare Singapore e di un ipermercato come quelli di Paris, Texas, lontano-vicino da un villaggio turistico formato-Ibiza e di un aeroporto fotocopia di Detroit, c'è ancora una Calabria così. Stazioni abbandonate rubate ai paesaggi metafisici di De Chirico, littorine surreali popolate di immigrati e pendolari, capannoni inutilizzati strappati ai quadri di Sironi, facce di uomini e di donne ritratti nei ritratti di Carlo Levi o di Ernesto Treccani. Paesaggi potenti e prepotenti, di ulivi, di mare, di sole che vi giocano dentro, di cicli superbi sopra la Sicilia sorella e dirimpettaia.
Ah, io non sapevo che la Calabria fosse così. La Calabria è così.
E ora lo sanno anche i
ragazzi e le ragazze calabresi che da quando ci sono le università non se ne
vanno più e se la sono ripresa, la
Calabria, pendolando pendolando percorrendola in lungo e in
largo - Reggio, Catanzaro, Cosenza - su e giù per i treni, per questi treni, e
mescolano dialetti e ricordi, canzoni e progetti, andata e ritorno, andata e
ritorno.
E ora lo sanno anche
gli immigrati che dai Sud del Mondo sono arrivati anche in Calabria - il loro
Nord! - e ci chiamano "cugini" e ci chiedono lavoro pendolando su e
giù per i treni, per questi treni, prossima fermata le arance, no, io scendo ai
pomodori, vengo dagli ulivi, devo arrivare fino alle pesche, devo, andata e
ritorno, andata e ritorno, no, solo andata, ritornare mai.
E lo sanno i precari -
della scuola, degli uffici, degli ospedali - precari coi capelli bianchi e le
facce spiegazzate, precari per tutta la vita, su e giù per stazioni e binari,
un mese di lavoro, no, una settimana, tre ore di viaggio ogni giorno, forse
però mi avvicino a casa, solo due ore, da domani solo due ore e mi pare un
sogno. Andata e ritorno, andata e ritorno.
Studenti, immigrati, precari.
Gruppi senza voce in un interno di treno.
Un popolo silente, fatto di ombre, di dettagli, di sguardi. Gruppi senza volto in un esterno, in attesa di un treno, a una stazione.
Un popolo silente, fatto di ombre, di dettagli, di sguardi. Gruppi senza volto in un esterno, in attesa di un treno, a una stazione.
Studenti, immigrati,
precari. Avanti popolo, scendete dal treno, come nel quadro di Pellizza da
Volpedo, scendete in piazza e riprendetevi la vita. Come a Rosarno, i neri, in
un gennaio di aranci e di rivolta. Avanti popolo, alla riscossa. Di questo
pezzo di Calabria, di Sud, di Mondo. Sarete voi, forse, a salvarlo, il mondo, e
a salvare anche noi tre viaggiatori stanchi, che siamo arrivati. Eterni
studenti, eterni immigrati, eterni pendolari, siamo arrivati.
sabato 24 agosto 2013
come vuoti a rendersi
come vuoti a rendersi
l'onda è stata qualcosa di meraviglioso
rimane qui
tra le cose che volevo dire
e i pensieri che non ho osato
ché troppo mi prendeva quel ritorcersi arcuato
e ho voluto guardare dentro
dove finiva il blu
e nessun altro colore importava
sono ebbro d'onda
fino al respiro
mi confonde
questo ossigeno che scava
furente tra le sponde
solide e solari le onde
non promettono nulla
è solo moto
delle anime di tutti i fondi
a rimestare sabbie fitte
a stridere tra i denti
e scaglio sassi senza vergogna
con rabbia di ragazzo
verso le onde, quelle che amo fino all'orizzonte
dove si perde in sbalzi e acque, di me, fino il respiro.
l'onda è stata qualcosa di meraviglioso
rimane qui
tra le cose che volevo dire
e i pensieri che non ho osato
ché troppo mi prendeva quel ritorcersi arcuato
e ho voluto guardare dentro
dove finiva il blu
e nessun altro colore importava
sono ebbro d'onda
fino al respiro
mi confonde
questo ossigeno che scava
furente tra le sponde
solide e solari le onde
non promettono nulla
è solo moto
delle anime di tutti i fondi
a rimestare sabbie fitte
a stridere tra i denti
e scaglio sassi senza vergogna
con rabbia di ragazzo
verso le onde, quelle che amo fino all'orizzonte
dove si perde in sbalzi e acque, di me, fino il respiro.
venerdì 23 agosto 2013
e ad ora ad ora
e ad ora ad ora
sai d'aria nell'aria
e posso guardare traversare sbarrare
le mani gli occhi a fondo
liquida
la terra liquida
palilalia che precede i silenzi
nulla avevo da aggiungere
ai sogni che vanno
avvitandosi a un belvedere di meraviglie
ad albe ad oriente
a tramonti oltresilvani
e niente
rimaniamo fatti di intrecci e dita
come di palme di domenica a pasqua
davanti a questa chiesa microscopica
che sa di krimisa e macalla
di origani e tetti
aguzzi ma solo d'occhi
e piani
come piogge che dilavano
e polveri, umane
ho bisogno di te,
d'aria nell'aria ti dico
oltre i paraventi e le barriere irte
di segmenti disumani
e di ferite a scaglie controvento
per aprirti sorridere
con te
di questo luogo che sai
ma di dentro
e sempre così inagevole
dove ti vivo, libera
questo voglio, portarti dentro.
(mateo, cartas entreabiertas)
sai d'aria nell'aria
e posso guardare traversare sbarrare
le mani gli occhi a fondo
liquida
la terra liquida
palilalia che precede i silenzi
nulla avevo da aggiungere
ai sogni che vanno
avvitandosi a un belvedere di meraviglie
ad albe ad oriente
a tramonti oltresilvani
e niente
rimaniamo fatti di intrecci e dita
come di palme di domenica a pasqua
davanti a questa chiesa microscopica
che sa di krimisa e macalla
di origani e tetti
aguzzi ma solo d'occhi
e piani
come piogge che dilavano
e polveri, umane
ho bisogno di te,
d'aria nell'aria ti dico
oltre i paraventi e le barriere irte
di segmenti disumani
e di ferite a scaglie controvento
per aprirti sorridere
con te
di questo luogo che sai
ma di dentro
e sempre così inagevole
dove ti vivo, libera
questo voglio, portarti dentro.
(mateo, cartas entreabiertas)
Iscriviti a:
Post (Atom)