lunedì 27 novembre 2023

Il signor ministro, da Righe, semidiario (inedito).

 E' un bel po' di tempo che non ''appiccico'' più nulla su questo blog. In seguito alla nota vicenda del treno fatto fermare a Ciampino causa ministro a bordo, mi è venuto in mente questo episodio occorsomi tanti anni fa, quando ero in servizio al piano terra nell'ufficio movimento della stazione di Piacenza, cioè prima che traslocassimo al primo piano, da dove raramente sono intervenuto in caso di attraversamenti di binari, a parte qualche sgridata a mezzo altoparlante. 

Il signor ministro.

Quel giorno l'eurostar si fermò sul binario di corsa, il terzo, e pensai “alle solite, quando hanno problemi questi capitreno non avvisano mai...”; la fermata invece fu velocissima, il treno ripartì quasi subito e affacciandomi alla vedetta dell'ufficio, vidi un signore abbastanza anziano, un altro di mezza età, alquanto corpulento, che si guardava intorno circospetto ed una giovane donna con una borsetta ed una valigetta di pelle dall'aria alquanto, come dire, “importante”, e tutti insieme attraversavano i binari per raggiungere il primo marciapiedi, ignorando l'obbligo di servirsi del sottopassaggio.

Ora, questa italica attitudine di attraversare i binari alla prima occasione è una cosa che al ferroviere medio dà sempre un certo fastidio, sicché l'immancabile reprimenda stava già prendendo forma sulle mie labbra, quando il più anziano dei tre cominciò con un “escuse señor, escuse...”, che mi fece pensare “evvabbè, passerà anche questa...”

I tre entrarono in ufficio, alquanto impacciati, e l'uomo fece cenno alla donna di consegnarmi qualcosa... era un biglietto da visita, il nome non lo ricordo, ma il concetto era chiaro: dopo il nome, il titolo: Ministro del Interior de la Repùblica Argentina...

Ah, lei è il ministro degli interni dell'Argentina?”, domandai con un mezzo sorriso.

Sì, señor, y usted es el jefe aquì?”, mi rispose, con una semplicità disarmante.

Beh, in un certo senso… sono quello che fa circolare i treni in questa stazione… ma voi come mai siete scesi così all'improvviso da quel treno che non doveva fermare?”

Perdone, mìster, ma en Florencia abbiamo sbagliato treno e non siamo più potuti scendere, fino alla vostra stazione... dovevano autorizzarci da Roma, per poter scendere… Usted conosce la Republica Argentina?...”

Che scherzo, pensai… la prima volta che vedo un ministro in carne e ossa, mi appare un anzianotto smunto, quasi trasandato, con una segretaria, o quello che era, poco più in carne di un manico di scopa ed un gorilla da passeggio da far ridere i polli… però è interessante che venga dall'Argentina, pensai, dell'Argentina potrei parlare come di casa mia, tanto l'ho studiata, tanto ne ho letto...”

E allora risposi di sì, che conoscevo l'Argentina per averci trascorso un po' di tempo, dalle parti di calle Maipù, numero 994, mi pare, e giù con le esquinas, calle Florida, el nuestro Palermo, le confiterìas, le empanadas, la Recoleta… i miei conterranei calabresi di un tempo lontano, Porchia, maestro di pensiero in Sudamerica e autore delle frasi dei baci Perugina in Italia (sic!), la mia amata América Serafina Scarfò, anarchica, mio nonno paterno Giuseppe, che vendette tutto quel che aveva, partì sullo stesso legno che una volta ospitò Pirandello-la nave Mafalda- si ammalò, tornò e fu sepolto insieme alla fortuna, tutto enunciando come se fosse vero… quasi quasi volevo domandargli se avesse conosciuto Borges, Cortàzar, Ernesto Sabato, la Patagonia, vivi, morti, per me quasi indifferentemente, personaggi sempre del mio mitico mondo di carta e mappe...

Mi resi conto che qualche mio collega mi guardava non già ammirato per le mie conoscenze -y fìjese!- né tantomeno per la mia inventiva, quanto per lo scoprirmi improvvisamente capace di rompere i miei silenzi e parlare senza quasi riuscire a fermarmi… qualcun altro già suggeriva di chiedergli di Maradona...

Devo dire che il signor ministro aveva capito tutto, e stava anche al gioco, rilanciando con domande adeguate e con osservazioni precise...

Il materializzarsi degli agenti di polizia ferroviaria mi sembrò un po', devo dire, come l'arrivo degli infermieri mandati dall'ospedale psichiatrico... poco ci mancò che io e il ministro ci mettessimo a strillare insieme “ancora un momento, ancora un momento, per favore, lasciateci finire il gioco”, mentre ci infilavano la camicia di forza e ci portavano via dicendo “la prossima volta lei faccia il ministro di un paese amico e lei faccia il capostazione, e state zitti, che cavolo!”

I poliziotti presero in consegna ministro, segretaria e gorilla -ringalluzzito, devo dire - e mi pare di poter dire che mentre si allontanavano ci fu uno sguardo d'intesa tra me e il ministro, quasi stesse per dirmi qualcosa come “se vieni in Argentina passa a trovarmi...”

In effetti, per qualche tempo ho conservato quel rettangolino di carta dell'altro lato del mondo, poi i miei cassetti hanno avuto la meglio su quel biglietto da visita, ed anche sui miei ricordi.


febbraio 2010


mercoledì 4 maggio 2022

A Vittorio Imbriani, y también al Ingeniero.

 

Sono passati quattro anni dall'ultimo post... potevo lasciarne passare tanti altri, tutti.
C. A. V. 

A Vittorio Imbriani, y también al Ingeniero.

 

    Cuando pisaba la tierra del corral, yo lo sabía bien, ya sabìa lo que aconteció, como se acabó, e tuttu u restu; sapìva ca sutta, non so a quale profondità, era, indistinta e infinita, una residenza de lo' mmuettos; il palazzo, la casa palazziata, il castello, quel che era, non distava molto, ne deducevo che con molta probabilità i suoi percettori di decime, i birri nelle loro monture, la canea asservita, potesse avere trovato riparo e fine al di sotto della superficie -sempre dura- che ero uso calpestare, di corsa, spesso, come se tra gli aghi di pino e le ancor tenere piante dei piedi nessuna frattura fosse possibile: provavo felicità e paura, forse ero già capace di pensare: pure, non riuscivo a smettere di pensare, né di star fermo: un ovunque di pace, desiderato o no, rimaneva irrealizzato.

    Los caballeros murieron allí, allí se quedaban, con sus boquitas de muertos antiguos, boquiabiertos, entreabiertos, spalancate...

    Acaso, pènzica, a pugnermi ca un fossero gli aghi dei pini, nel loro destino di stufa a legna, bensì le punte arruggiàte e arraggiatìzze dei loro puntali vari, speroni e stili, di vario genere e misura: allì estaban, le pantàsime che mi mozzicavano i carcagni, e también las plantas.

    A lungo ho combattuto contro le pantàsime, sempre il rumore delle catene mi ha accompagnato, preceduto, sopravanzato, camminato a lato, insediandosi qui, en el cerebro, en las sienes...

    Per combattere con il sonno dei fantasmi necesse est che la testa e il corpo sappiano vivere di una doppia vita, come fanno lo' mmuettos, del lado de acà e del lado de allá, come due emisferi di una stessa solitudine: es lo mimmo!

    Muchos agnos (sic) deppué, cuando ya los hilos se iban despilfarrando, otra casa, lejana, ajena... nuevos muertos, novi pantàsimi... A mulher, la mujer, a mugghjera, aveva un'aria compiaciuta, o algo parecido... ella ya vivò en aquella casa, casa muito grande, con àrboles, flores, plantas, e pavimenti con riggiòle, e fughe tra una riggiòla e l'altra.

    Ellas, las dos, la madre y su hija, sonreìan, nunca reían... Sapevano, certamente sapevano, lo dicevano i loro cenni d'intesa.

    El hombre y su cansancio, n'ata vota di fronte al bivio: la lotta o l'abbandono, entrambe attitudini naturali, resistere perché la mente resiste o finire perché il corpo finisce.

    Dalle fughe tra le riggiòle mi sembrava che qualcosa nascesse, che venisse fuori, qualcosa di vegetale, nella forma, come di stelo o pericàlu, cauliforme... ma di nessuna consistenza. Sant'Elmo, sì, domestici fuochi di Sant'Elmo.

    Afuera, rapaces, ciàule, cornacchie dallo stridore insostenibile, huecos perdidos, hondos, si inoltravano nei tufi della antica cattedrale, ora passati alla superstite torre vittima di tanti stili sovrapposti... In quel buio, le ombre, tante ombre, e paure, o asombro, stupore di paure antiche, quasi l'uomo, quello stanco di oggi, potesse comunicare col ragazzo stanco di futuro, quello di ieri, quello che in qualche modo, da qualche parte, devo essere stato.

Intanto mi godevo questo rinnovato, terrifico rumore di catene, nella notte, consapevole che sì, sotto i miei piedi, sotto il letto che mi ospitava, pacifici e forse assonnati nelle loro salme, gli antenati degli indigeni si godevano il loro riposo... dopo secoli, what else?

   Las mujeres, las dos, sonrieron... quizás... Fingevo di non intendere quella intesa, di non cogliere la fuga tra le riggiòle, i versi delle ciàule che aumentavano d'intensità, che diventavano vocìo, parole che si infrangevano dietro i vetri... e chissà se bastava aver chiuso a chiave le porte quando ancora era giorno, e se quella clausura sarebbe bastata fino all'alba, quando ogni cosa sarebbe tornata al suo posto.

    Ci alzeremo come se nulla fosse, o almeno lo spero.

 

Se avete letto fin qui, assumetevene la responsabilità... scherzavo.



domenica 18 marzo 2018

Un mese se ne è andato.

Un mese se ne è andato... E allora ti rinnovo un nostro ricordo. Tanto, ovunque tu sia, ti penso così forte che non puoi non sentirmi.
Tu facevi la quinta D, ed io la seconda, quel tuo ultimo anno di liceo.
Il liceo scientifico di Crotone, che allora non aveva nemmeno un nome –era ‘statale’ e basta: anche troppo, forse– era allocato in alcuni appartamenti di uno stabile preso in affitto, e distava circa un chilometro dalla stazione ferroviaria. Lungo quel percorso c’erano poche case, pochissime, e molte officine meccaniche o simili, come ancora oggi.
Le ragazze che tornavano alla stazione avevano sempre bisogno di camminare almeno a coppia, perché temevano i ragazzi che lavoravano in quelle officine, carrozzerie, o quello che erano... temevano gli sberleffi, gli sfottò, i lazzi, le intemperanze, o peggio, qualche avance o mano che si allungava, qualche pantalone che si abbassava...
Di solito tu tornavi con quella ragazza di Botricello, Cristina, serissima, che per un po’ aveva abitato nel nostro paese, anche lei figlia di ferroviere, zzu Peppinu Spina.
Ma quel giorno sapevo che lei non ci sarebbe stata al ritorno, sarebbe dovuta uscire prima, per cui saresti dovuta tornare con me...
Quel giorno cominciò a piovere, a piovere sempre più forte, a dirotto, e figurati se potevo avere un ombrello, non li uso nemmeno ora gli ombrelli...
All’uscita non ti ho vista, ho aspettato e aspettato, niente, niente di niente... e allora mi sono avviato verso la stazione, di corsa. Ho domandato a quelli che potevano conoscerti, nessuno ti aveva vista. Il tempo di rifiatare... e via di nuovo, sotto una pioggia come Dio la mandava, di corsa, fino al liceo... e poi un altro chilometro circa, con la milza che mi scoppiava, fino a Piazza Pitagora... niente, non c’era più nessuno sotto i portici dove gli studenti dei tanti paesi senza scuole superiori passeggiavamo in attesa dell’orario del pullman o del treno... niente di niente, e di nuovo di corsa fino alla stazione, con la lingua penzoloni e il cuore che non sapeva dove sbattere.
Giusto il tempo di stringere i denti di fronte agli sguardi divertiti dei temuti ‘discìpuli’ (apprendisti) delle officine che mi avevano visto fare avanti e indietro sotto il diluvio, e prendere il treno delle due, trafelato, fradicio di pioggia e arrivare a casa e trovarti già cambiata d’abiti (perché noi, al ritorno da scuola, dovevamo cambiarceli i vestiti, ché non si dovevano sporcare per tutta la settimana). 
- Anciulì???
- Sono tornata prima, col treno delle 11.30, mancava un professore, c’era anche Cristina...
- Meno male, a quell’ora non pioveva ancora, così non ti sei bagnata, per fortuna.
Lo avrei rifatto mille volte quell’avanti e indietro, senza fiatare, pur di saperti serena, pur di proteggerti.
Oggi no, oggi posso solo pensarti forte forte, più forte che posso, non posso altro. Non posso nulla che serva.
Anche ieri a Prato pioveva, nel tuo trigesimo e sulla tua tomba sommersa di fiori. Ha smesso giusto il tempo di salutarci, poi ha ripreso, senza dire nulla.
Nel 16 di marzo 2018.

Angela mia.
Da qualche parte nel tempo non avremo mai smesso di giocare alla bicicletta, piedi contro piedi sopra il letto, e a ridere, e ad essere gelosi di una carezza in più o in meno della mamma, o del tazzone di latte che a me sembrava sempre meno pieno di quello che toccava a te.
Vengo a trovarti, e hai sempre quegli occhi, di passerotto infinitamente rispettoso di tutto e di tutti, incapace di chiedere, di domandare, timorosa di fare rumore, infinitamente delicata, e dolce, sempre, come tu sai essere nei tuoi silenzi fatti di luce.
Era il 25 dicembre 2017.

giovedì 1 marzo 2018

e se penso a quella terra che ti avvolge

e se penso a quella terra che ti avvolge
chiudo gli occhi verso il cielo
e non sento che la neve sotto i piedi
e un rumore di tempo che si frange
vorrei immaginare dove sei ora
e mi devo fermare al ricordo di quelle tue
meravigliose mani
così strette nel loro intreccio
come una immagine di un giorno lontano delle Palme
che tu bambina mi aspettavi
con il sole negli occhi sul sagrato
della nostra piccola chiesa
troppo prossima alla strada
perché non ti partissi

poi tornano a premere i pensieri
verso quel punto di cui tu dicevi
ecco, qui mi hanno operata
non ce la farò
mi fa troppo male
e serenamente restavamo mano nella mano
senza dire altro

solo oggi, è così dolerci
di questo muro così profondo
da terra a cielo
da non veder più altro
che una trenodia di non ritorni
ed è così saperti
di là appena
da quel velo ostinato
a denudarci di speranza.


martedì 20 febbraio 2018

le così piccole mani

le così piccole mani
e oltre la madre e la donna
indovinarti bambina
e così bianca saperti
anche nel freddo che ormai avanzava
e di te ridisegnava i lineamenti seri
ma avulsi, anche ora, dal rigore che tendeva
a te l'agguato
e accarezzarti in tempo
tenerti negli occhi
per non lasciarti mai andar via
e scacciare i canapi che scendono
nella terra di un giorno di pioggia
-ché non potevano mancare
i fili silenziosi e amati
a salutarti, lenti, quasi carezze-

pure, mai ti sei allontanata
e quel tuo filo di voce ancora
m'avvolge al tuo pensiero
all'idea di te
che serri le labbra
e non cedi al lamento
mentre te ne vai delicatamente
e rimani
in quel luogo più profondo dell'anima
dove non urgono parole
e non occorre altro
che rivederti da dentro
come in un silenzio senza fine
bianca delle tue dita sempre più fredde
che carezzo ancora
ma senza disperare più
poiché oltre l'amore
noi
di più non possiamo.
5 marzo 1956-16 febbraio 2018.

giovedì 25 gennaio 2018

già non servono più

non hai più paura
solo sosti dinnanzi a una speranza senza porte
mi sveglio a tenerti la mano
e sei bambina
davanti a un sogno dove tu non hai occhi
ed io non so guidarti
e non si sente altro
che un fruscio forse
ma dolente
o ti lacera un silenzio che annuncia
il boato che segue al buio

già non servono più
le parole
tra noi sì intime
non hanno più luogo dove attendersi
e incontrarsi
rimaneva qualche raro cenno
portato via dall'amaro di essere
anima ingabbiata in una forma
che ha smesso di lottare.

lunedì 15 gennaio 2018

Vorrei che piovesse, tutto qui

Vorrei che piovesse, tutto qui
e che piovesse di una pioggia con cui poter parlare
del più o del meno
dei fili che non sanno più dove andare
e con quei fili poter camminare
per un tratto non troppo lungo da non saper tornare
né troppo breve al punto
che non valga la pena di provare.
Ma le cose passeranno
andranno via occhieggiando
lasciando il fastidio di tracce che indagare
ormai non val la pena.
Restano i silenzi, in fila disordinata
come bottiglie di quella rara volta
che nella vita forse licet insanire
oppure no
bisogna sempre seguire i propri piedi
anche quando si fermano
e nessuna pioggia viene a bagnarli
di quella meraviglia che saprebbe avvolgere
foglie, e rami
e indicare la via
del passo breve dal cielo alle latebre
quelle fatte di fenditure
e suolo che sembra dormire
invece duole
e pesa
sotto le scarpe chiodate al sole.

sabato 13 gennaio 2018

di quel nostro tempo così finito

di quel nostro tempo così finito
cui tanto i tuoi occhi appartengono
appaiono
isolati
quasi lampi, ma lenti
questi tuoi sguardi estremi
uguali a tutti gli altri
in cui muti ci riconoscemmo

è stato un ulteriore dono
questo tuo riconoscermi
e dal letto di dolore
pronunciare il mio nome
e indirizzarmi un bacio
facendo forza
tra le dita che ormai tremano

solo un attimo, di infinitamente triste gioia
poi ti sei adagiata di nuovo
su quel fondale avido di tua luce, tra le perle

Non ho che carezze, nessuna arma
che non sia il miracolo
o la speranza
Solo questo
rimanere a guardarti
imprigionando in me tutto ciò che posso
di questo tuo essere
angelo
così dolce che non ti servivano ali.

giovedì 4 gennaio 2018

I volti della speranza. Leucemie e linfomi, la 'fabbrica della salute' punta a 500 trapianti.

I volti della speranza. Li conosco tutti quei volti, quei sorrisi, quelle dita intrecciate e braccia conserte ma pronte, sempre e comunque, ad intervenire, ad aiutare, a non lasciare mai solo nessun paziente o familiare. Ho cominciato a conoscere l'umanità di quegli 'angeli che indossano il camice' in una sera, anzi, in quella sera, di incipiente pioggia, pioggia che minacciava dramma, del 19 giugno 2015, una sera in cui la storia, la piccola storia della mia piccola tribù familiare, è stata toccata da qualcosa che non avevamo motivo di prendere in considerazione, qualcosa di lontano, qualcosa fino ad allora capitato solo ad altri, forse soprassedendo, o non soffermandoci, per timore, per distrazioni o impegni diversi, sul fatto che gli 'altri' siamo noi, anche noi. La sera del 19 giugno 2015 è quella nella quale la dottoressa del pronto soccorso di Fiorenzuola d'Arda mi disse 'si sieda, signor Amoruso...' 
E' la sera in cui mi dissero che Matteo non dovevo abbracciarlo forte perché anche un abbraccio o un urto avrebbero potuto causare la rottura della milza. E' la sera in cui siamo precipitati, siamo stati ricacciati a forza, in una disperazione così prossima e inattesa che aveva dell'incredibile.
'Il percorso sarà lungo, Matteo; se vuoi, lo affronteremo insieme', queste parole ci disse, nella notte ormai sopravvenuta, il dottor Daniele Vallisa richiamato in reparto stante la gravità del caso. Che era disperato, inutile nasconderselo.
In quel cammino abbiamo conosciuto quei volti raffigurati nella foto, e altri, tutti gli altri che operano in quel reparto del quale la città di Piacenza, la sanità piacentina e regionale possono, e devono, oserei dire, andar fiere.
Sono esperienze che ti cambiano per sempre e comunque: passare per quelle stanze, e Matteo è passato per quasi tutte quelle stanze durante i vari ricoveri, ti segna dentro, per sempre, che tu sia paziente, che tu sia familiare o 'semplice' amico.
Oggi Matteo è qui, nella sua stanza, a studiare o ascoltare musica, e se c'è ancora è grazie alle persone rappresentate da quei volti nella foto, che sorridono, ma che dentro di sé portano ognuno tante e tante storie, come quella di Matteo e come quelle di altri ai quali purtroppo ci unisce ormai solo il ricordo commosso di chi resta.
Possiamo fare tanto, proprio tanto, non lasciamo questi 'angeli che indossano il camice' a lottare da soli per noi, aiutiamoli, per quel poco che possiamo, e meritiamolo, l'aiuto immenso che essi ci danno, e senza chiedere nulla in cambio, che è prerogativa esatta di chi sa dare amore, al di là della professionalità, che comunque è al massimo.
Grazie, e grazie a 'Libertà' e alla sua 'firma' Donata Meneghelli, sempre sensibile al tema delle donazioni.



lunedì 1 gennaio 2018

di tanta sofferenza

di tanta sofferenza
imparare da una donna
così minutamente
la distanza dal lamento
se fosse possibile
saresti ancora più dentro nel cuore
con la tua anima e i modi
così gentili
che intimorisce sfiorarti

infinitamente
nelle solitudini che verranno
ti abbraccio
abbiamo smesso di credere
e ormai non tocca che sapere
ora, che di questo ho timore
della luce che si allunga nei giorni
ed è pena non viverla
questa parte di tempo
così desiderata
così attesa
così inutile a te
e fuori tempo e luogo

senza fine ti porto dentro
e non importa che sia per quanto
sarà comunque per tutto,
per quanto dura effimero un sempre.

Nerina, the cats will know... no, i gatti già sanno.

Chissà se Nerina vorrà aspettare la mezzanotte... di sicuro, sentendo la chiave girare nella toppa, verrà alla porta tutta festante e anche un po' risentita essendosi sentita trascurata per quasi tutto il giorno. Si volterà e aspetterà, come da prassi ormai consolidata, che io richiuda la porta, poi farà un po' di stretching con le zampe posteriori -è il suo modo di darmi tempo- e mi aspetterà, guidandomi fino in cucina, dove i piatti aspettano nella penombra di essere riempiti... sarà come sempre, che cercherò di darle dei croccantini, invece la golosona esigerà la sua succulenta scatoletta: di queste ultime che le prendo è fin troppo ghiotta, e la fanno ingrassare, ma la sera dell'ultimo dell'anno non è il tempo più indicato per negarle questo piacere. Poi andrà alla lettiera... con quel che segue, accompagnata dai miei brontolii.... e infine se ne andrà a dormire da qualche parte su un letto o sotto un termosifone, avvolta nella sua pelliccia nera. So che durante la mia assenza sarà stata a lungo alla finestra a guardar fuori, immobile, che avrà sonnecchiato allungando la zampa anteriore destra, proprio come faccio io, come fanno i miei figli, come faceva mio padre, allungando sotto il cuscino il braccio destro... anche guardare fuori senza parlare lo fa come me, solo che lei in questo è decisamente avvantaggiata, nessuno le domanda perché.
Insomma... finisce un altro anno, non mi pare ci sia nulla di nuovo da inventarsi; a Bologna, quando ho cambiato treno, ho visto i soliti ragazzi più o meno (meno, direi, purtroppo) pronti a far festa, il treno è quasi vuoto, a casa mi aspetta una gatta con solo la pelliccia addosso, pronta a buttarmi le zampe al collo... e poi aspetterò la mezzanotte, ma senza tristezza da solitudine, no, è una solitudine, o una distanza dai miei cari, dovuta alla necessità di aiutare, per quel che si può, gli altri cari che sono lontani e in difficoltà... quindi fa niente se starò solo con la gatta, la mia Nerina Nerona, forse lo capisce anche lei, che era necessario e dovuto che non potessimo festeggiare. 
A proposito, da bordo di questo ultimo treno 612 del 2017 faccio a tutti tanti auguri di vero cuore, e ad ognuno auguro il giusto, il dovuto: e magari, se a qualcuno il nuovo anno riserverà più di quel che merita... beh, cercate di ripartirlo questo 'di più', se potete e volete.
Buon anno.
L'immagine può contenere: gatto, tabella e spazio al chiuso
Ieri sera lui parlava di me...
L'ho sentito aprire la porta, gli sono andata incontro, è entrato... e subito mi ha rifilato una di quelle scatolette delle quali va dicendo in giro che sono ghiotta... E' proprio duro di comprendonio, non mi capisce, non si rende nemmeno conto che del cibo mi importa relativamente... La nostra relazione ormai, come dire?,... vivacchia. A me piacerebbe che se ne stesse un po' al mio fianco, anche semplicemente a guardare di là dai vetri, senza mettermi a tacere con questi bocconcini e croccantini che mi fanno pure un po' male... Ma sono giorni così, forse non è il momento di chiedergli altro, lo vedo pensieroso, preoccupato, continua ad andare su e giù in treno, esce la mattina e torna la sera... ma con me non ne parla, forse ritiene che io non sia in grado di capire o di essergli di aiuto... questi umani! A volte mi convinco che sono gatti venuti male...
Purtroppo mi tocca questo mestiere, di far finta di essere solo una gatta... come dicono? Ah, che i gatti siamo egoisti, mentre i cani sono più sinceri e altruisti, più fedeli... ne dicono di sciocchezze, questi umani!
Ma se ne accorgeranno, oh sì, se se ne accorgeranno...
Però ora basta cianciare, gli salto sulle gambe e se non mi accarezza lo azzanno...
L'immagine può contenere: gatto e spazio al chiuso

sabato 25 novembre 2017

A volte.

A volte,
a volte copio, ci provo
il volo dei pensieri
e mi dibatto
in rumori di tasche vuote e di fondali
in cerca di un approdo
tra la mente e ciò che tocca
di più, un cuore ormai insolente.
Ci vorrebbero ali senza tempo
per reggere il passo degli accadimenti
e di lato lasciarli allontanare.
Ma sono sempre qui
a ricopiare informi nuvole
da passeggero senza sosta.
E a volte è così che vorrei
fermarmi in un moto solidale
dove sembra che nulla più si muova
di un cielo vezzoso che sapiente occhieggi
dal vuoto al seguito di un finestrino.

giovedì 27 luglio 2017

C'era rabbia nella sua originalità.

C'era rabbia nella sua originalità.
-Anche nelle sue origini- si era ritrovato a pensare.
Pure, c'era stato un tempo in cui non lo avrebbe neppure sfiorato l'idea che certi punti così importanti da risultare esiziali, nella vita sua e di chi gli stava accanto, si sarebbero potuti scordare.
No, ora si era rassegnato ad accettare l'idea - la constatazione, per meglio dire - che tutto potesse essere dimenticato, che tutto potesse sfuggire, che quel castello di convinzioni, di certezze, di conoscenze meticolosamente acquisite e preservate, potesse sfaldarsi così, semplicemente, al solo tocco del tempo. 
Non ricordava più quando tutto questo era successo, ma in qualche modo questo processo doveva avere avuto un suo subdolo inizio, un inizio che silenziosamente aveva cominciato a togliere alla memoria ogni possibile appiglio. Non riusciva ad agganciare il tempo, ne veniva respinto con mano invisibile quanto irremovibile. 
Quella mano ergeva muri, muri tra lui e tutto ciò che era stato, quella mano gli sottraeva la certezza del punto di partenza.
- Non ci sono certezze senza un punto di partenza, è come se dovessi vivere a ritroso - pensò.
Ripensò a suo padre, a quella rabbia non priva di originalità che lo aveva sempre animato, esacerbato...
......
Quando sarà successo? Mi sembrava una cosa così grande, eppure, eppure io non ricordo quando è morto. Ricordo come è morto, perché c'ero, ero con lui, ma non ho visto la morte, è morto senza dirmi nulla, come se entrambi, da sempre, sapessimo cosa stava per succedere. 
Credevo si fosse morso così forte da farsi cadere un dente, un dente piccolissimo che recuperai dalla sua bocca... così credevo, no, non era un dente, non era nulla, era ancora vivo.
Non aveva la forza di dire nulla, non c'era più quella rabbia così originale nei suoi occhi, o così sembrava che fosse.
O forse la rabbia c'era ancora, dietro le palpebre così sottili, e forse mi guardava ancora, per vedere come stavo diventando bravo, puntuale, quasi perfetto, nel gestire quei suoi ultimi istanti.
Un teatro di morte. Tanto teatro è morte, tanta morte è teatro, se si ha tempo di fingere, se si è così vani al mondo da fingere.
- Ti dico che era lì, era lì, era bellissima, era lì, è lì, ti dico che è lì, non la vedi? Unn'a vidi? E' ddà! Vicino l'armadio...
- Càlmati ora, calmati, per piacere (Lo so che soffri, e non posso fare nulla, lo so... non ho mai nemmeno trovato il tempo di aggiustare quelle ante... non può essere un problema di ante o cassetti che chiudono male, non può essere!...)
- Ma come non la vedi? Dove guardi... Paravìsu come è bella, come sono belle!
- Ma dove vicino all'armadio, dove? Chi??
Dicono che prima di morire si possano vedere persone amate e trapassate da tempo, dicono, dicono, è tutto un dire...
Mi decisi a domandare cosa stesse vedendo...
- La mamma, mia madre, mia madre con la Madonna accanto, sono bellissime... che meraviglia! Non le vedi? Tu non le vedi, non vedi niente?... Oh, se tu solo potessi vederle... 
No, io non vedevo, non potevo vedere, non conoscevo quelle due donne che parlavano fitto accanto all'armadio accennando verso mio padre, mentre lui se ne andava: non potevo dire ciò che vedevo, capivo che era sua, tutta sua, quella scena, suo il tempo di morire e il privilegio di vivere un attimo ancora lo sguardo della madre, anche se non so in quale tempo tutto questo è successo; però c'ero, e non serve altro per capire che bisogna che sia breve il tempo che rimane perché si possa dire delle cose che esse non avranno mai fine... dum loquimur fugerit invida aetas, ed anche la memoria di ciò che crediamo incancellabile, fugge via. Rimane quella mancanza, fastidiosa, del punto da cui partire, l'appiglio da cui iniziare a ricordare, quella possibilità di vivere almeno a ritroso...

martedì 18 luglio 2017

AL PADRE, DURANTE LA LEUCEMIA.

Mi ricorda mio padre, questo titolo così duro e semplice, quando lui, per raccontare, iniziava col dire 'durante la prigionia'... sì, c'è qualcosa di simile, se non addirittura di uguale, e non è il numero di sillabe o l'accentazione della parola, no. Solo oggi me l'ha data da leggere, questa cosa, Matteo, e riconosco la sua scrittura, veloce e senza ripensamenti né correzioni. Non voglio ripensare a quello che Matteo ha passato, e con lui tutti noi, ma a volte certe immagini, certe scene si ripropongono, si riformano, con una forza che a stento riesco - e non ne sono nemmeno sicuro, di riuscirci - a contrastare. E allora mi domando il perché di quello che gli è successo, e anche di quello che poteva succedere di ancora peggio, e devo fermarmi, oppormi ai pensieri, li devo scacciare, arrestare... Io, figuriamoci lui, a diciassette anni. 
E' stato forte, Matteo, come un giglio di mare, il fiore che combatte contro tutti, 'pancrazio', come dice il nome greco. Forte, con l'aiuto di tutti quelli che gli abbiamo voluto bene, e di quelli che ci hanno voluto bene. Tutti quelli, cioè, che non riusciamo nemmeno a ringraziare, e che, come chi è in grado di donare, non chiedono nulla in cambio per quello che fanno. 


AL PADRE, DURANTE LA LEUCEMIA

Più volte ho pianto
soffrendo. Ero caduto di bici
non ero abbastanza bravo,
a volte bastava lo sfogo per spargere
una voce furiosa
e non ti trovavo.

Ho sempre visto soltanto
le tracce del mio grido sulle pareti
e tenace la mia solitudine mordeva
nel mio animo sanguinante.

Ma tu c'eri, c'eri quando
ho sanguinato paura dalle vene
bucate e vuote di sangue, c'eri
nel mio lento morire, seduto conserto in te
soffrendo della mia sofferenza.

Muto, parlavi.

Ho visto nella tua mascherina
tutte le parole del mondo,
tutto l'amore di un padre spaventato
defluire e scorrere negli occhi,
fissi nel vuoto della finestra,
nelle mani perse nelle mie piaghe.

Ora di quelle pareti d'ospedale
l'eco non è più di un ragazzo arrabbiato
ma di mille uomini, due
fattisi uno e tanti
nelle notti di silenzio.

Muti, parlavamo.

giovedì 8 giugno 2017

Senza titolo.

                                                                                                     

e vedi pure

e vedi pure,
il tempo di rubare un attimo
per ammirare una città di sogni
che duri
con occhi di manovale
di chi costruisce nei silenzi
e nulla gli rimane
di tanta lena
che passare non visto
attraverso un mondo che dista
manovale da sempre
tra macerie di parole
e con occhi di polvere
batto le mani ai sogni
perché scappino
prima che strade li catturino
poi ché si sa, nessuno è libero
da questa trama di cubicoli e tane.

venerdì 17 marzo 2017

Oggi occorre un posto nuovo in fronte al cielo

Oggi occorre un posto nuovo in fronte al cielo
un luogo infinito di stagioni
dove i sogni non sfioriscano
e si riformino, anzi
ché tali, infinite ed eterne, sono le acque
tornando quiete, e pronte
alle nubi prodighe d’alimento.

Un posto in più nel cielo
occupato dai silenzi
e un sogno in meno
dal lato di qua,
una speranza sottratta
alla quiete dei giorni,
poi in alto
in un punto esatto
dove non è dato vedere
né offendere
la pace sconvolta e ritrovata.

Un vuoto infinito riempie le mani.

venerdì 30 dicembre 2016

Matteo. 'L'incertezza sulla mia vita mi ha donato la vita'.

Ieri, 29 dicembre, su 'Libertà', il quotidiano che si pubblica a Piacenza, è apparsa una pagina quasi interamente (o forse interamente, non saprei) dedicata alla storia di Matteo... Cosa dire? Io vorrei tanto ringraziare, di mille cose, e per mille motivi, ma mi sento incapace a farlo, mi sento inadeguato, non all'altezza, non saprei dire. Di fronte a tanto debito non so da dove cominciare a ringraziare: mi conforta però pensare di essere capito, la certezza che la gente che dà, quando lo fa col cuore, non chiede nulla in cambio, e questa è la profonda bellezza dello spirito del dare e del donare.
Non aggiungo altro, solo dico che ci teniamo molto a dire quanto sia importante l'informazione per spingere a diventare potenziali donatori di speranza e di vita. La 'tipizzazione' (passaggio preliminare per diventare donatori) non è nulla di particolare nella sua attuazione pratica, è un semplicissimo prelievo, una monetina che conservata nella banca dati mondiale dei donatori di midollo può diventare un tesoro inestimabile, per chi dona e per chi riceve. E anche il prelievo del midollo consiste in una specie di trasfusione che in tutto richiede una mezza giornata di impegno, all'incirca. Poi il donatore farà dei controlli annuali di routine, per dieci anni, ma - per quanto mi è dato di capire - si tratta solo di precauzioni, o forse di dati da raccogliere ed elaborare da parte delle strutture sanitarie e dei ricercatori. Non aggiungo altro, vuoi perché forse ho visto troppo, in questo anno e mezzo, vuoi perché a parlare è giusto che sia Matteo, con la sua forza e la sua volontà di aiutare comunicando quello che ha vissuto e sta vivendo, con il teatro, nelle scuole, durante i controlli in day hospital. Per parte mia, spero di essere di nuovo inutile, al più presto: vorrebbe dire che questo miracolo, celeste e terreno (di medici e ricercatori, personale di 'emato' e del D.H) si è realizzato. Grazie a tutti, buon anno.


domenica 11 dicembre 2016

M. Benedetti, 'Ganas de embromar', parte seconda

Ecco il resto della traduzione, per i pochi intimi, errori compresi (dovrei riguardare e correggere, ma mi toglierebbe il piacere dell'immediatezza).


sabato 10 dicembre 2016

M. Benedetti, Voglia di sfottere (Ganas de embromar)

La traduzione è fatta a memoria, da una lingua mai studiata, per cui chiedo venia ai miei più che due e meno di quattro lettori.