martedì 24 febbraio 2015

La passeggiata, di Tommaso Landolfi, I.

Premessa: quello che dico mi è quasi del tutto ignoto, dalla punteggiatura all'opera di Tommaso Landolfi. Se il graffito che segue è verosimile, esso è già tanto, ché mi basta il vento, fagliandomi i mulini...
Si può amare o disprezzare, uno scrittore come Tommaso Landolfi, per quello che è stato e per quello che ha prodotto, e anche per come ha prodotto le sue creazioni. Landolfi risulta essere scrittore non molto conosciuto al giorno d'oggi, suppongo per una sorta di ostracismo della critica, cosa della quale non ci sarebbe molto da meravigliarsi, visto l'atteggiamento da lui tenuto verso i critici di professione, almeno in occasioni come quella rappresentata dal testo qui riproposto, 'La passeggiata', e come attesta l'altro pezzo quasi conseguente, 'Conferenza filologicodrammatica con implicazioni', dove i critici vengono messi, immaginariamente, alla berlina.
Landolfi, è risaputo, era un giocatore incallito, e nei suoi racconti dimostra tutta la sua capacità di saper giocare, la sua disposizione a saper osservare se stesso e gli altri, con la lucidità di chi sa aspettare e cogliere il momento giusto nei suoi aspetti più attesi e meno scontati.
Leggendo i suoi scritti risulta difficile trovare una virgola fuori posto, e non è, la mia, una metafora, no: ho l'impressione che ci si trovi di fronte ad un maestro di punteggiatura. Certo, per qualche buontempone sembrerà quasi una battuta di spirito... la punteggiatura! Se non si capisce, se non si apprezza, la punteggiatura, non si capisce nulla, o si capisce comunque poco, dello scrivere, essendo essa una delle forme attraverso le quali meglio si esprimono l'intelligenza e la sensibilità di chi scrive. Forse è per questo che la si dà per scontata, che non la si insegna, facendola diventare una specie di disciplina esoterica, anzi no, è forse proprio per questo che la si nasconde affatto, perché rimanga appannaggio di pochi.
Chiudo dicendo che probabilmente, almeno nel XX secolo, nessun altro ha posseduto (sì!) la lingua italiana, il suo lessico, come Landolfi e D'Annunzio: me lo ha confermato anche Calvino, solo che nei miei viaggi trasognanti Calvino parlava a ragion veduta, per averlo letto Landolfi (o almeno così credo), mentre io ho solo indovinato, non avendo le basi per farlo (così, altrettanto almeno, credo). 
Ah, non era Calvino in persona a dirmelo, ho solo parlato con un libro che parlava di Calvino che parlava di Landolfi, che ero in bagno, l'ho compulsato il libro,  e... toh! guarda cosa c'era scritto:
                                                                   La passeggiata.
La mia moglie era agli scappini, il garzone scaprugginava, la fante preparava la bozzima … Sono un murcido, veh, son perfino un po’ gordo, ma una tal calma, mal rotta da quello zombare o dai radi cuiussi del giardiniere col terzomo, mi faceva quel giorno l’effetto di un malagma o di un dropace! Meglio uscire, pensai invertudiandomi, farò magari due passi fino alla fodina.
In verità siamo ormai disavvezzi agli spettacoli naturali, ed è perciò da ultimo che siam tutti così magoghi e ci va via il mitidio. Val proprio la pena d’esser uomini di mobole, se poi, non che andarsi a guardare i suoi magolati, non si va neppure a spasso!…
Basta. Uscii dunque, e m’imbattei in uno dei miei contadini, che volle accompagnarmi per un tratto. Ma un vero pigo! In oggi di quegli arfasatti e di quelle ciammengole o manimorce, ve lo so dir io, non se ne trova più a giro; né servon drusce per farli parlare, ma purtroppo hanno perso anche la loro bella e pura lingua di una volta. Recava due lagene.
— Dove le porti?
— Agli aratori laggiù: vede, dov’è quell’essedo. C’è il crovello per loro.
— E il mivolo, o il gobbello?
— Bah, noialtri si fa senza.
E meno male che non avete al tutto dimenticato la vostra semplicità, pensai. Ma volevo scatricchiarmi; finalmente lui andò pei fatti suoi e potetti rimaner solo, e presi per una solicandola.
Che dirvi? quando mi trovai tra quei miei piccoli amici senza parola, lo gnafalio, il telefio, il mezereo, e tutta quella gualda, mi si aprì il cuore. Procedetti, e principiarono i camepizi, le bugole, gli ilatri, i matalli, gli zizzifi anche, benché, a vero dire, guasti alquanto dall’exoasco o dall’oidio; e zighene e arginnidi (pafie o latonie) e le piccole depressarie passavano di luogo in luogo; e, accanto o sopra me, trochili e peppole, parizzole e castorchie, e l’aria era tutta uno zezzio, un zinzilulio… E c’era poi il popolo minore: le smicre, i lissi, l’empidi medesime, e chi potrebbe noverarlo tutto!…
Alla fodina ormai l’acqua da tant’anni stagnava: rabeschi di gigartina, fumoso trasparire di carta, e zannichellia e scirpo; giungendo io, tre farciglioni fuggirono, e balenò un cimandorlo. Ma era destino che neppur qui fossi lasciato tranquillo. Sentii frusciar la frasca alle mie spalle; mi volsi: il gignore del ferrazzuolo che sbiluciava.
— O tu?… Beh, che si fa di bello al distendino?
Uhm, poco di bello: il padrone s’è dato piuttosto alla moatra.
Anche questo! Io non sono un lerniuccio, ma via…
— Già, — riprese, — da noi ora è troppo se si fa fernette; mancano perfin le ingordine.
— Bravo davvero il tuo padrone!
— Mah, si sa bene, quando la s’infaona…
— E qui ora che ci fai?
— Per via dei leucischi. Ci si buttaron noi anni addietro.
— Ah, ecco; e come…
— Coi prostomi e colle molleche, — rispose pronto.
Non era un caramogio, come non era uno sbiobbo, s’ha a dire. Ma io lo lasciai lì e mi spinsi innanzi per la lonchite. Sapevo che da un certo punto si scopriva una bella vista.
Ed eccolo laggiù, il gran padre; e perfino si scorgevano brillare i froncoli quando prendevano il sole. E v’era una checchia venuta di lontano, con tanto di bonette all’ipartia… Quanti pensieri, quante fantasie m’invasero allora! Usava più il chenisco? Oh tempi d’una volta: “Inguala!”, e via per iciche, per mocaiardi, per cheripi, per lanfe. E qualcuno moriva in terra straniera, ma la chernite ne riportava intatte le spoglie al paese natale: o aveva anch’essa ormai perso la sua virtù?…
Ah, s’era fatto tardi: sull’afaca e sulla ghingola compariva la trochilia, sull’atropa l’atropo, sull’agrostide l’agrostide; dove pur mò sfolgorio di sole, non era ormai che un ghimè; si diffondeva odor di nectria; s’udiva un ghiattire lontano. E così passo passo me ne tornai.
— Or mentre io fendo i sisimbri e finché sia giunto a casa, dimmi o amico lettore: son io poco un ghiargione? Tu non rispondi, e con ciò assenti; e non hai torto. Pure, non ne darei un ghieu di chi non sapesse empirsi gli occhi e l’anima come io feci quel giorno, o, sapendo, volesse tenersi ogni cosa per sé solo.
Ma ecco giunsi: la mia moglie era agli scappini, il garzone scaprugginava, la fante preparava, se non quella stessa, una bozzima.

Nota bene: per quante ricerche abbia io fatto in rete, non ho trovato nessuna 'traduzione' di questo testo... e forse è stato meglio così. Del resto, è quello che mi propongo di fare. Alla prossima.
(Lagena, però, lo sapevo già...)

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