lunedì 8 febbraio 2016

Correnti.

Potremmo rimanere così per sempre, il nostro contatto potrebbe protrarsi per sempre, il nostro distacco essere demandato all’infinito…
Gli uomini fanno di tutto per separare la vita dalla morte. Si illudono di riuscire ad isolare ciò che ha avuto vita dalla vita che si rinnova.
Inventano superfici lapidee, zincate, con la sottaciuta e disperata intenzione di eliminare il contatto tra ciò che è dolorosamente stato e ciò che nonostante tutto ancora è, ancora continua. L’uomo teme l’invasione dei territori destinati a ciò che non ha più moto.
L’uomo ricorre a sudari, consegna i corpi all’abito e alle scarpe migliori e definitive.
La mancanza di moto è ciò che distingue la vita dalla sua assenza. L’assenza di moto, l’immobilità, la mancanza della capacità di trasferimento nello spazio. Occorre spazio da percorrere per affrontare il tempo.
Un insetto, un corpo segmentato o poco più, l’uomo… l’uomo che dipende dal perfetto coincidere di un punto, uno solo per volta, alla confluenza di una ascissa e di una ordinata. Tutto qui, più o meno, e in quel più o meno di ignota rilevanza risiede la grandezza di quello stesso uomo, arbitro inattendibile nello stabilire l’entità della sua stessa presunta grandezza.
Potremmo rimanere così e proporci allo sguardo, ad ogni possibile considerazione e calcolo, per il resto dei giorni, ammesso che esista un resto quantificabile dei giorni. Di troppe grandezze non si individua che un solo punto, di inizio o finale: troppo poco per giudicare.
Potremmo avviarci verso quel resto dei giorni, certo, certamente, potremmo decidere che così è o dovrebbe essere. Conosciamo i limiti che ci hanno imposto, in questo nostro contatto che ci sembra tanto definitivo: 16 ampere, 250 volts, tu incassata nella parete, serena nell’adempiere il tuo compito, ed io così… tra un min e un max, al di sotto e al di sopra dei quali non è dato conoscere, ma solo immaginare, le conseguenze. Rimarremo sempre così, nel nostro corto circuito, come oggi, mentre osservavo la parete sulla quale ho applicato nuove prese ad incasso, e placche, e un adattatore a due vie. Così, giusto perché le placche non differiscano, perché ci siano più punti nella stanza dove attingere al flusso delle correnti, così simili ai fiumi, ai venti, alla vita, che basta un attimo, una parola, una svista, ed il circuito si interrompe per sempre. Occorre, quando basta, l’intervento dell’uomo. Ma forse non ne vale la pena, di riprendere a vivere.
I vermi, instancabili, riportano vita oltre i marmi, se ne fregano dei tabù di quegli stessi uomini che quando erano al di qua delle lastre ad imperitura memoria ora li riproducono, platelminti, nematelminti, anellidi, in una parola: ‘vermi’.

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