mercoledì 9 dicembre 2015

Chissà...


Chissà, chissà perché tra tutti i miei figli sei stato proprio tu quello che tenevo sempre in braccio, quello che piangeva così spesso e non riuscivamo a capirne il motivo... sempre in braccio, al punto che tuo nonno, mio padre, un giorno sbottò dicendomi di metterti giù, che così mi spaccavo la schiena... chissà... chissà perché gli autunni si annunciano da così lontano e mai ci sogneremmo di intenderne l'avviso in una foglia che appena appena mostri una screziatura di giallo, un accenno di variazione nel suo stato. L'autunno è dentro, e lo sento profondamente come non mai, solo vorrei che fosse solo mio, mio, e che questa esclusività assoluta potesse proteggervi, tutti...
C'è un'ora nella sera in cui il dolore, la sofferenza, le paure, si ritagliano un luogo preciso, io lo osservo quel posto, quel luogo preciso che si insedia in tante cornici, tutte della stessa dimensione, ricavate sull'ala opposta di questo ospedale. So che anche tu li vedi, quei riquadri con anime in attesa e corpi che, dove più, dove meno, lottano. Avviene in quell'ora paurosa in cui la sera impone il distacco, la separazione dei ruoli e delle dimensioni.
E' l'ora in cui i visitatori tornano, in una maniera o nell'altra, comunque inversamente proporzionale alla distanza dal dolore, alla propria esistenza, quella è l'ora in cui mi parla la sera. Tu la intendi, quella lezione, e ogni domanda che ne consegue, ogni speranza che ne deriva, tu così vigile nei tuoi giovani anni, così pochi che contarli è un attimo quasi quanto viverli.
Forse era per questo che ti tenevo sempre in braccio, quando eri una foglia così tenera che non avevo modo di immaginare o sapere.
Chissà, se ora so, se mai saprò, anche oggi che ti guardo in uno dei tuoi tanti letti e mi ripeto quello che ti ho sempre detto: 'deve essere bellissimo essere Matteo Amoruso...' Tu non mi hai mai risposto, solo una volta mi hai detto che non c'è nulla di bello ad essere Matteo Amoruso: non ti credo, nemmeno ora.
Papà.

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