lunedì 5 ottobre 2015

Io, Matteo Amoruso, nato il 5-2-98, giusto?

Non c'ero arrivato, e ammetto che non ci sarei forse mai arrivato. A volte vedere le cose da dentro non aiuta, o, peggio, fuorvia. Matteo scrive le sue riflessioni sulla malattia, le scrive con la forza lucida dei suoi 17 anni, e scrive cose che potevo solo immaginare. Non mi perdo in complimenti, ai miei figli non ne faccio mai o quasi. Spesso, scrivendo, si rivolge ad un immaginario "Lettore": " tu, lettore..." Questo a me non quadrava, non piaceva, gliel'ho più o meno detto... Mi sembrava eccessivo, dopo tutto lui non scrive per pubblicare. Non capivo, forse in quanto parte coinvolta, per così dire. A Francesco invece quel "tu lettore" piace. Qualche giorno fa Matteo mi ha domandato se sapessi chi fosse quel "lettore"... Quel lettore è lui prima di ammalarsi, facciamo fino alle otto della sera del 19 giugno... Glielo ha detto un certo Franco, il regista della compagnia amatoriale con la quale Matteo ha cominciato a recitare. Io non lo avevo capito, non c'ero arrivato. Come ci sono rimasto? Bene, e male, ovviamente. Brave queste signore, lo hanno lasciato dormire, il letto glielo rifanno più tardi. Piccole accortezze che si possono solo apprezzare. Questo l'ho capito. 
Sono 109 giorni, lo guardo ma se ne accorge, lo guardo e farfuglio qualche risposta alle sue domande. Perché vorrei domandare io a lui cosa ci facciamo in questo ospedale, con il suo letto a casa, vuoto...
La domanda con la quale Matteo inizia questo pezzo che ho scelto a caso è quella che il personale dell'ospedale deve formulare, comprensiva anche del luogo di nascita, prima di iniettare le dosi di chemioterapici. E previa firma di entrambi i genitori, in caso di minore età... Così è.
IO
"Matteo Amoruso, nato il 5- 2 -98 giusto?"
Me lo ha detto Corrado oggi, mentre mi faceva la trasfusione di sangue.
Matteo Amoruso, nato il 5- 2 -98 sembra una definizione valida.
Matteo Amoruso, reparto ematologia, stanza 3 lo sembra altrettanto.
Io sono ciò che prima non ero, mai sarò di nuovo. Non preoccupatevi, non ho subito traumi, sono solo cambiato, del resto non lo sei neanche tu, Lettore, ciò che eri prima di ciò che hai passato. Panta rei, come diceva Eràclito (o Eraclìto, secondo il mio vecchio prof di filosofia, anche se detto da lui suonava più come Ehhaclìto, per via della sua erre del tutto particolare).
Sono Matteo Amoruso, e 53 giorni fa, il 19 giugno 2015 (come direbbe mio padre) "mi è caduta una tegola sulla testa".
Ogni goccia che cade lascia con sé un rumore sordo.
Da lontano è un sibilo, ma poi, avvicinandosi, se ne scopre la potenza vitale e distruttiva; del resto ogni cosa, persino un granello di sabbia, ha una dimensione solo da un certo punto di vista.
Le dimensioni in questa storia non contano, conta la distanza a cui ti trovi rispetto a quel granello, ed io vi ero esattamente sotto.
Quel granello per me è un macigno, ed ogni cosa ad esso legata immensa mentre io rimpicciolisco.
(Ah! Adoro il relativismo con cui la vita ci pone sempre a dura prova!)

***(ho preso le due pillole di mercaptopurina, le ultime di oggi. E' di nuovo notte e di fronte a me si presenta un nuovo quadro, in continuo rinnovamento. Da qui, fermo, si apprezza ogni singolo movimento, ogni singola mutazione del mondo esterno. Del resto di questo si tratta quando si parla di vita: movimento, rinnovamento, mutazione)***

Sono qui, seduto in una stanza che dà sul mondo, ed ora che mi è di fronte mi accorgo di quanto sia grande. Non siamo abituati, a ritrovarci piccoli di fronte a ciò che ci accade. Senza saperlo la nostra superbia non ci fa accorgere che siamo granelli di polvere assai prima di scomparire.
Io sono un semplice seme di soffione che cerca la terra dopo essere stato travolto dal vento. Tu Lettore, oggi uscirai di casa, magari sentirai una lieve brezza sul volto, una di quelle brezze serali tanto piacevoli in questo periodo. Nel tuo sollievo lontano da questa calura estiva, quella stessa brezza ha travolto l'esistenza di un soffione.
Ma tu, Lettore, dopo la passeggiata serale continui la tua vita tranquillo, giustamente il dramma di un soffione, come la distruzione di una goccia, sono cose che non ti toccano.
Sono piccole cose, cos' 'e nient'.
Oggi, dopo questa tua passeggiata serale accenderai la tivù. Magari vedrai quelle solite pubblicità di bambini africani. Lettore, io so già che non te ne potrebbe importare di meno di un volto emaciato (sempre lo stesso) su di un televisore come del resto mai è importato a me, cambierai canale.
Eppure Lettore, quel volto non è l'immagine di una goccia, è il volto di un umano come noi due, cosa ti rende difficile interessarti alla sua causa, patire la sua sventura con lui?
Mentre sei disteso sul divano a guardare al telegiornale tutti i bollettini di guerra, i decessi, le violenze che ci propinano in tivù forse ti sta leggermente calando la palpebra. Fai altro, nessuno ti obbliga di farti carico delle pene del mondo, nessuno pretende da te le sofferenze di Atlante, in fondo non sei tu la causa dei mali che ci affliggono.
Ma cosa causa la tua ignavia? Perché non sei più andato a porre fiori sulla tomba né lo hanno più fatto i tuoi familiari, lasciando che un lontano parente o amico venisse dimenticato?
La distanza.
Quel bambino africano è lontano, troppo perché al nostro occhio non sia un granello, forse del tutto simile ai granelli delle sabbie in cui vive. Noi viviamo al caldo e abbiamo tutto quello che lui potrebbe desiderare, in che modo potrebbe toccarci la sua fame? Su questa Terra in fondo siamo in troppi, no?
Oh, le solite sparatorie lungo le vie crepate di qualche paesello al sud. Granelli anche loro, probabilmente quei ragazzi se la sono cercata, semi scossi dal soffio gelido della morte che ora volano e posano le loro radici nell'Ade.
"Poveri i siriani! Mi dispiace tanto per quei poveracci che vengono invasi dall'ISIS!"
Ma fino a quando rimangono in Siria, sono solo ombre nel buio.
E questo anche io e tutti noialtri siamo.
Uomini in balia del caso.
Torna, torna a casa Lettore, accendi la tivù.
Forse troverai una pubblicità progresso sulla leucemia.
Guardala.
Annoiati.
Cambia canale o aspetta che finisca per goderti il tuo programma preferito.
Ebbene, hai reso anche me cosa lontana, un'ombra dissolta nel buio come lacrime nel mare.
Io sono Matteo Amoruso, ricoverato dal 19 giugno per un linfoblastoma di tipo T acuto.
Un malato.
Un leucemico.
Un essere umano.
Eppure, un'ombra.
Un soffione.
Una flebile traccia.
Ogni cosa ha una dimensione solo da un certo punto di vista.

***(Tra meno di una settimana saranno due mesi di permanenza. Chiamatemi Giovanni Drogo, il tenente irrimediabilmente legato alla sua fortezza, da cui mai riuscì a separasene fra false speranze e sfortune.
Io li vedo, i tartari, i temibili barbari del deserto, che sfilano tranquilli in abiti estivi. Vanno, vengono, fanno visita ai parenti ricoverati, o magari per curarsi loro stessi. Ignorano la bellezza del poter anche solo camminare nel sole. Questa è la mia fortezza, da cui lontano mi congederò. Sarei dovuto uscire giorni fa, ma non ho più potuto per motivi di sicurezza. Uscirò forse fra cinque giorni (da quando sono stato male la parola forse è diventata una delle poche costanti della mia vita, strano, l'incertezza è diventata la certezza.) I tartari non capiscono la distanza fra i nostri mondi, il capovolgimento dei pilastri che reggono la nostra vita quotidiana, in un cambiamento irreversibile del punto di vista.
I tartari, come nel libro dei Buzzati, non verranno.
I tartari stanno bene di salute, la loro vita non è stata fermata da un terremoto come gli orologi.
I tartari sono troppo lontani.)***

Forse leggendo ti sentirai piccolo, chiunque tu sia. Io lo spero, di riuscire a trasmetterti la grandezza di un mondo che per me si riduce a pochi metri quadri. Farti sentire parte minima di questo sistema che è la vita è il mio obbiettivo, perché tu, Lettore, possa ammirare tutte le cose che possiedi.
Cose immense e meravigliose viste da qui.
Come saltare.
Vorrei saltare fino al soffitto.
Romperlo con una bella cozzata di testa.
Sono piccole cose, anche stupide, ma ora si sono fatte immense, ora che non riesco neanche a sollevarmi da terra.
Voglio scrivere bene per poterti rendere simile a me, minuscolo, per farti ammirare la vita che ti pervade.
Io sono questo.


***(Domani il mio compagno di stanza Gianluca uscirà per due settimane. Si godrà i tanti piccoli piaceri del quotidiano e ciò mi riempe di gioia. Vedere un uomo riaffacciarsi sulla propria vita dopo averlo provato fa sentire bene già solo per lui.)***

3 commenti:

marzio ha detto...

toccante....LO SENTO....auguri suona banale ma ..il resto son parole...vivo lavoro empatizzo con PERSONE...malate ..diversamente sane....diversamente giovani diversamente sane di mente...un abbraccio Matteo... !!.



Anonimo ha detto...

"Torna, torna a casa Lettore, accendi la tivù."

e che ogni parola sia forza, per te e per i tuoi familiari.


Nik

Chiara ha detto...

Ho letto personalmente dal computer di Matteo le sue meravigliose pagine di riflessioni.
La saggezza e la maturità di un uomo in un corpo di ragazzo di 17 anni, mi ha insegnato tanto Matteo.
È speciale e non lo sa, siete una famiglia stupenda, anche se non sono più lì fisicamente vi sono vicina col cuore.
Chiara