giovedì 9 aprile 2015

...e veramente non so!

...e veramente non so! 

venerdì, 25 novembre 2011
Mi ricordo di questa idea che risaliva a non so quale piacere sensuale e insieme spirituale: come il cervo inseguito cerca l'acqua in cui precipitarsi, così bramavo di vivere in questi corpi nudi, lucidi, in queste figure di Narciso e Proteo, di Perseo e Atteone: desideravo scomparire in essi ed esprimermi con le loro parole.
                             Hugo von Hofmannsthal (1874-1929)

Ho fortunatamente incontrato questa frase posta a premessa de ''Gli dèi e gli eroi della Grecia'', di K. Kerényi, opera fondamentale per chiunque voglia conoscere, e dico solo conoscere, in senso assoluto.
Questa frase ristava in uno dei tanti, forse troppi, libri che attendo di leggere, prima o poi, o mai più: sono libri che ho sempre amato, ancorché li frequenti di rado: so dove sono situati, dove mi aspettano, sono parte di me: foglie...
Non ho avuto la fortuna né il piacere di conoscere il greco, e a volte confondo i tanti Automedonte, Antinoo, Aiace, Ares, Ermes... non è questo che importa: è il numero di vite che mi sono negato ad interessarmi. Ecco, questa, tutta contenuta nel mito, è un'altra vita, un segreto celeste e interiore, ineffabile, inspiegabile, senza appello.
Vivo quella frase di apertura come un compendio: l'iscrizione di una vita che tutte le altre comprende, la scoperta di non essere - con le dovute proporzioni - ''solo''.
Non la sto ''prendendo alla larga'', no, il fatto è che mi risulta difficile dire quello che provo, quello che sento, quello che vivo.
Non è facile concordare col gommista l'appuntamento per il montaggio degli pneumatici da neve e nello stesso tempo pensare a quella ''Aurora dalle dita di rosa'', ad esempio, o a Priamo che bacia le mani di chi gli ha da poco portato via l'amato figlio...
Domandarsi cos'è l'eroe, cos'è il mito, cos'è la poesia, se bisogna ''vivere per raccontarla'' o ''raccontare per viverla'', e se ne valga la pena... vai a sapere!
Mi sono anche risposto, in verità, e il risultato è stato pessimo: ho lasciato perdere troppe cose e ne ho vissuto altre di cui sarebbe, oggi, troppo scontato pentirsi: bisogna credere subito, o mai più, come fanno forse gli eroi, come fa Achille, ben conoscendo, peraltro, il suo destino.
Torniamo, o passiamo, alla poesia... Pascoli, Borges, Laforgue: scelgo questi tre.
Giovanni Pascoli tanto copiato quanto denigrato, spinto sotto lo zerbino dopo averne approfittato a piene mani: pochi sono stati poeti quanto Giovanni Pascoli, lobotomizzato da critici ottusamente di parte, affannati a ridurre il tutto a complesso di Edipo, impotenza, ''fanciullaggini'' varie: una pena! ''Giovannino'' conosceva i classici come pochi, li insegnava nelle università, scriveva in latino ed era semplicemente un grande poeta, puntuale anche, e documentato, anche nel ricorso alle onomatopee o alla botanica: non gli mancavano le certificazioni scientifiche nei suoi ricorsi ad animali o piante, che si tratti di chiù o tamerici...
Borges, l'Omero del 900, il cieco che riesce a dire ''la cecità mi protegge'', parlando di fotografia: chi più poeta di lui? Forse mi sto avvicinando a dire cosa penso del mito, chissà...la vita sognata, il sogno della vita, vita che è altro, l'adesione ai miti, che è presenza del poeta in quei fervori di Baires o nelle imprese di Evaristo Carriego che oserei definire adesione totale e staccata, poi che la mente, e il sogno, tutto possono vivere e provare, e descrivere.
Laforgue: la poesia e l'amore, una delicatezza, fisica e intellettuale, rara...il matrimonio con Leah e la morte, l'anno seguente. Come diceva? Più o meno che ''i treni migliori sono quelli che ho perso''.
Ma perché ho scritto queste cose, ammesso che siano esatte, veritiere, incontestabili? A pensarci bene non importa, sono solo cose che mi passavano per la testa nell'attesa che il gommista mi restituisse le chiavi della macchina, con le scarpette da neve nuove fiammanti: io non penso a queste cose, e mai ci crederei, ecco, mai!...
Ciao.

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