giovedì 9 aprile 2015

nel mattino

nel mattino
derivo da te
così lontana
donna che mai di più ho potuto
amare le cose
tue
nascoste
sotto il lavatoio
per buona creanza


mi sveglio nella tua mano
che si è fatta secca e quasi
emerge minuscolo dal dito
l'anello inspiegato
in tanta penuria


scavavo, dopo la notte
e il tuo volto
era sempre più chiaro
il tuo dire
''li passiamo a trovare''
tanto


che ora che non ci sono più
non ne ho quasi più paura


dei morti, alcuni
si sono ricomposti
come le mie paure cui non basta
più
una luce accesa, l'immagine di un santo. 



Mi sveglio, e sento che derivo da te, madre che vivi lontano ormai da tantissimi anni, fatta salva l'eccezione estiva delle ferie, donna alla quale promettevo -tu ne sorridevi- amore insuperato, un amore tra le cose di un tempo amaro; mi sovviene, questo non lo hai mai saputo, di quando bambino mi portavi a casa di una mia zia, indigente, e mi attirava e bloccava l'odore di misteriose cose di donna nascoste alla vista sotto un lavatoio di cemento, questo per un po' di buona creanza, troppo povera essendo quella casa;
mi sveglio, finalmente, verrebbe da dire, e mi accorgo che nella notte di paura la tua mano ormai ossuta era la sola certezza, sicché quasi mi afferro a quel piccolo anello, di poco valore -ricordo di tua madre morta, lei giovane e tu allora appena adolescente; in tanta povertà, ti fa onore averlo conservato per sempre (da quel tempo di guerra, e oltre...);
ho continuato a scavare in cerca di certezze, dopo la notte che quasi mi ha sconvolto, e mi viene in mente quel tuo dire, ''li passiamo a trovare'', quando mi portavi con te a far visita a quelli che stavano per lasciarci: oggi ho avvertito quel tuo dire così chiaro che quasi diminuisce la paura: si ricompongono, morti e paure, anche se non basta la luce accesa tutta notte e il santino stretto sotto il cuscino.
Una parafrasi, più o meno.


martedì, 20 dicembre 2011

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