sabato 9 marzo 2013

le ultime due carrozze restano a crotone

(a mo' di note)

   Il primo bacio non si scorda mai... Ma giuro, sapeva d'aglio, e non ne avevo alcuna voglia, di concedermi a quell'alito; del resto, prima o poi da qualche parte bisognava pur cominciare, senza stare troppo a sottilizzare... qualcosa del genere mirassegnai pensare, risolvendomi a farlo, appena prima di scendere dal treno delle tre meno venti. Giusto il tempo di recriminare (ma quel bacio proprio d'aglio doveva sapere?!), e di sedermi per finire la pasta aglio e olio che mia madre mi aveva riservato, coperta da un piatto fondo perché non si freddasse troppo... <Tuttu bonu?> < E come, no, ci mancàssa àtru, ma'!!!>
   Il treno delle sette 'a matina' era un accelerato da Taranto, oggi potrei dire 'trainato da una 341 (locomotiva) prima serie, un carro Vir (serviva ad erogare il riscaldamento) e tre-quattro carrozze 'cento porte', di quelle i cui sportelli si aprivano controvento, coi sedili di legno e le luci interne che erano come dei piccoli lampioni; immancabile, tra le altre cose, la pubblicità che recitava 'il dolore è una catena, Veramon la spezza': una pubblicità al posto giusto, direi, a giudicare dal frastuono degli assali; l'erogazione del riscaldamento produceva delle nubi che invadevano i passaggi d'intercomunicazione delle vetture, al punto che ci voleva del coraggio per passare da una carrozza all'altra, quasi alla cieca; diversamente, quando il riscaldamento era spento e quindi non si era avvolti dalle nubi di vapore acqueo, attraverso le pedane si potevano vedere le traverse, le rotaie, i sassi della massicciata.... Molti ne erano impauriti, soprattutto le studentesse; almeno così, tra i risolini, dicevano, e costava poco sforzo prestarsi eroicamente ad aiutarle a passare da una carrozza all'altra. A volte, lo sforzo eroico si protraeva, sconfinando nei sogni di gloria e di conquista.
   I mari malati erano dovuti alle diverse colorazioni assunte dallo Jonio, a mano a mano che ci si avvicinava a Crotone, poiché l'inquinamento delle fabbriche si annunciava sin da Gabella Grande, che era la fermata prima della 'Città Pitagorica', secondo la definizione di tanta retorica locale.
   Quel mare tragicamente cangiante lo osservavamo con meraviglia, noi che provenendo da altri paesi di mare eravamo abituati ad un suo solo colore prevalente, azzurro, verde, grigio che fosse...
   Per molti anni le fabbriche di Crotone sono state le uniche in Calabria, ed il segno dell'alambicco era quello usato su atlanti e libri di geografia per indicare le industrie chimiche, sicché Crotone, con quello che all'epoca si chiamava 'Marchesato', - non esisteva ancora la sua provincia-, era diventata una enclave di comunisti in una regione democristiana. Qualcuno dice che in queste condizioni le industrie erano destinate a sparire, come è puntualmente avvenuto.
   E insomma, se torno a quei tempi, e penso a quelli attuali, in cui riaffiorano le scorie sulle quali sono state costruite scuole e strade, cosa potrei dire di più? Non saprei, troppi dati si elidono l'uno con l'altro, e non mi rimane molto, oltre ai ricordi e alla visione che di se stesso offre il deserto. Però penso e parlo in dialetto, e mangio la sardella, la mangerò sempre. E ho fatto pure proseliti, tra l'altro.
   Anche se ogni tanto mi risuona in testa quell'annuncio 'le ultime due vetture restano a Crotone', relativo al treno del ritorno, e non saprei dirlo, ma mi sembra che laggiù, tra le stoppie e i rovi che bordeggiavano i binari, qualcosa d'altro, di non solo mio, sia rimasto. E forse dovrei andare non dico a riprenderlo, ma a razionalizzarlo.

il primo bacio non lo scordo mai
perché sapeva d'aglio,
e di vapore acqueo,
di nubi incontrollate
tra vagoni delle sette per crotone
da valicare in fretta

ché si vedevano, dalle pedane
i legni attraversati in corsa
e fuori
gli occhi persi in mari malati
di tutti i colori dell'industria
che abominevole da Gabella
già annunciava zolfo e giallo
e ciminiere digrignate al cielo
ne risultava, scarno
un segno d'alambicco sull'atlante


qui produce, signori, decretava con orgoglio
a noi illusi di didascalie
la massima industria di calabria
in terra rossa da dentro alla balena bianca


se torno
quel primo segno di labbra
mi riga come un filo perso
in un inciampo di rovine estreme
a rinvenire scorie
e radiazioni in terra e mare
una moria di sogni
una festa che muore
tra ciminiere e campi,
come i sorrisi e le speranze, 
come lo zolfo mai riacceso, spenti.







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