giovedì 31 gennaio 2013

i cardìddi, i cardellini, con note e audio


   La poesia, ammesso che questa lo sia, non sempre è facile da trasmettere. Questo solo a volte dipende dalla poca o nulla sintonia tra l'offerente e il ricevente. Nel confondersi dei ruoli, chi scrive diventa un ricettore di impulsi che offre poi al lettore, chiedendo a quest'ultimo di porsi come un ulteriore demodulatore di impulsi sensoriali poetici. La poesia moderna è, come d'altronde il mezzo utilizzato, cioè la parola, estremamente arbitraria. Questa mancanza di schemi non significa anarchia, o l'arrogarsi, da parte del poeta-proponente, il diritto di poter 'rifilare' al malcapitato, fiducioso o sprovveduto lettore, qualsiasi stupidaggine, appellandosi ad una malintesa 'libertà poetica'. Ne deriva che spesso il lettore 'non capisce ma si adegua', e qui sbaglia, perché egli, investito da immagini della cui evocazione non è responsabile, avrebbe anche il diritto ad avere delle spiegazioni. Del resto, se la poesia insegnata nelle scuole non prevedesse una esegesi da parte del docente e del discente, servirebbe a poco, ad impartire, al massimo, delle lezioni di metrica - quando è presente nei testi - o ad un esercizio mnemonico senza altro fine formativo. Che nel web qualcuno vi spieghi cosa voleva dire con una certa 'immagine poetica' potete scordarvelo... prendiamolo come un atto di liberalità nei confronti dei lettori, abbandonati a intendere fischi per fiaschi. Per quanto mi riguarda, delle cose che mi passa per la testa di materializzare su questa lavagnetta virtuale, posso anche parlarne, soprattutto degli errori e delle intenzioni poco o punto realizzate... 'Poco o punto realizzate...' E dài, Catà! Che significa 'sta cosa?  S'ha parràr, parra... (Se devi parlare, parla...).
   Parlo.
  E' morto zzu Luigi, il più piccolo dei fratelli di mio padre. Quanti anni avesse non è importante. Le statistiche sanno essere più o meno dolorose, ma in questo caso non pesano, come dato finale. L'immagine dei miei zii e di mio padre si è materializzata, si è proposta, come quella dei passeri sul fil di ferro d'inverno. 
Mi hanno parlato nella maniera di sempre, con le parole imparate con l'assunzione del latte materno e della zia che mi ha fatto da nutrice. 
  Li ho visti come cardellini tremolanti, infreddoliti, rassegnati, consci. E memori di un altro tempo in cui stringersi, sentirsi vicini, e affrontare il mondo, le avversità, la terra dura della loro provenienza bracciantile.
  Ora che giunge la loro ora, cadono da soli, non occorre che qualcuno li spinga. Di strano ci sono quelle mani sconosciute che li sollevano per portarli via per sempre, passando per quella strada che era per loro il mezzo per raggiungere quanto avessero di più caro: la casa.   
Quelle parole mi dicono di farmi attento alle voci dei cardellini, al rumore della pioggia che si agita nei pluviali, a quel filo che ancora si muove, perché la dipartita è recente, e quello staccarsi si ripercuote nel metallo che dondola come un dente, e non smette, ché ci sono ancora altri cardellini su quel filo, spauriti, ma forse si tratta solo del vento che si agita tra le fronde, che non vuole lasciare quegli ulivi, chissà..., forse zio Luigi è già un'ombra che si attarda disperatamente, che inciampa per non andare via...
   Tornando alla premessa, questo è quello che ho sentito: se sono riuscito a trasmetterlo, forse si tratta di una immagine poetica che attraverso le mie parole è scivolata nei sentimenti di altre persone. Se così non è, questo messaggio ha un solo destinatario: me stesso, e in questo caso non oserei parlare di poesia, ma solo di sfogo o esercizio personale.
Ciao.


I CARDIDDI.
'ntrègula...[1]
a fileràta dì[2] cardìdd[3]
‘un[4] ciàncin
sì e no si motichìjn[5]
stàvin 'ncutt[6], ‘na[7] vota, e si tenìjn...

mo' si tùmmin[8] sul
ccù nessùn ca l'ammùtta
o pènzca[9] sù si man 'e stran
ca s'i[10] mpèsin ‘mmenz a vìa

'ntrègul[11] i cardìdd, u rumùr di guttàl,
e u fil c'ancòra si toculìa[12]
o è sul u vent ca jùscia de 'nta[13] l'olìv, o chisà[14]...
n'umbrìa c' attroppicànn[15] trica pper a vìa.


I CARDELLINI.

ascolta...
i cardellini sul filo
non pigolano
a malapena si muovono
stavano stretti, un tempo, e si tenevano...

ora cadono da soli
senza che nessuno li spinga
o forse sono queste mani estranee
a portarseli a spalle per la via

ascolta i cardellini, questo rumore nei pluviali
e il filo che si muove ancora e appena
o è solo il vento che soffia di tra gli ulivi, chissà...
un'ombra che  inciampando indugia per la via.

  



[1] ‘ntregulàr è più precisamente ‘origliare’, ‘prestare orecchio con attenzione’; l’espressione ‘ascolta’ è assolutamente rara nei dialetti calabresi, a tutto vantaggio dell’uso di ‘sent’, ‘sent ccà’; infatti è una delle rarissime volte che uso questa espressione: non mi piace dire ‘ascolta’, tantomeno ‘ascoltami’, è più forte di me.
[2]  Ricorro a questa forma grafica, ‘d’i’ cercando di rendere la preposizione articolata ‘dei’; il perché mi riesce difficile da spiegare: si tratta di qualcosa che sento, come se nel mio dialetto di origine le due componenti di + le non fossero accoppiabili. Ma questo è solo un mio ghiribizzo.
[3] L’immagine che mi si è presentata è quella dei cardellini, ma in realtà i passeri sarebbero più compatibili con la scena.
[4] Scrivo ‘un, ad indicare l’aferesi subita dalla negazione non.
[5] Motichijàr indica un movimento lento e talora abbinato ad una certa cautela; qui nella sua forma riflessiva.
[6] ‘ncutt indica stretta vicinanza fisica, congiunzione, aderenza, ma senza alcun richiamo erotico, e questo, specie in un dialetto, è apprezzabile; la forma superlativa, e probabilmente più usata, si forma ricorrendo al raddoppiamento lessicale, come è norma nel cirotano: ‘ncutt ‘ncutt.
[7] Come alla nota 4.
[8] Tummàr, qui in forma riflessiva, si può tradurre ‘cadere’, ma con una certa imprecisione: tummàr è come il dantesco cadere di ‘come corpo morto cade’, insomma è un cadere ‘tragico’, accanto all’uso, pure previsto, di un cadere più ‘quotidiano’.
[9] Penzca corrisponderebbe a ‘penso che’, ma è generalmente sentito e usato come avverbio ad indicare probabilità, e si pronuncia attaccato, a differenza del sintagma penz ca, ‘credo che’.
[10] Se scrivessi si ‘mpèsin, il significato sarebbe: ‘si prendono su, si caricano del peso di… e se ne vanno’ (la relazione con ‘andare’ è sottintesa); se scrivo s’i ‘mpèsin, voglio significare ‘se li prendono su… e vanno’. Potrei scrivere , ma non uso questa forma per poter mantenere la distinzione dal affermazione.
[11] Il troncamento è dovuto ad un fenomeno di eufonia.
[12] Toculijàr è un altro movimento lento, accorto, ma anche dolente, come quello del dente nel suo alveolo; qui è usato n forma riflessiva, ma uno dei significati nella forma transitiva è quello di toccare qualcuno o qualcosa per vedere se si muove o se ‘ancora’ si muove.
[13] L’espressione più comune di questo locativo non prevede il de che ho usato.
[14] Chisà non differisce molto da penzca.
[15] Scommettiamo che ‘ntroppicàr e attroppicàr, sono l’equivalente dello spagnolo ‘tropezar’?

1 commento:

Anonimo ha detto...

Mi hai fatto pensare a Quasimodo. La trovo una bella poesia delicata e struggente; mi aveva colpito molto quella caduta dal filo, ma il tuo commento-spiegazione ha illuminato tutto il testo.

ciao

franca