lunedì 6 gennaio 2014

A proposito di poesia, 2: Petrarca, sonetto 272, W. Siti.



Lettura del ‘Sonetto 272 dei Rerum vulgarium fragmenta’ di Francesco Petrarca (‘Francisci Petrarchae laureati poetae rerum vulgarium fragmenta’, se vogliamo dirla tutta; ‘Il Canzoniere’, per gli amici…).
La lettura del signor Siti mi sembra, forse come temevo - e in questo caso devo ammettere di essere stato ‘prevenuto’ - un compitino editoriale che il ‘commentatore’ si sarà di buon grado accollato, per gli evidenti ‘ritorni’ che potrà trarne.
Il Siti esordisce con un ‘Non è un sonetto perfetto e questo commuove in un poeta che è stato modello di perfezione per alcuni secoli.’  Ognuno è libero di esprimere i propri convincimenti, ci mancherebbe: posso quindi dire che è mia convinzione che questa è la prima lapalissiana sciocchezza contenuta in questo commento.
Metricamente il sonetto è perfetto, come sempre in Petrarca, e risponde ai canoni metrici dell’epoca… e anche delle epoche successive: due quartine e tre terzine secondo lo schema ABBA ABBA CDE CDE, rima alternata nelle quartine e rima varia nelle terzine, punto. Se poi non torna il computo delle sillabe che formano i versi… lì bisogna applicarsi e ricordare che non basta, per esempio, contarle secondo la divisione dettata dalle grammatiche, ma secondo le leggi della metrica.
Il commento prosegue con un ‘in veritate è superfluo’… no, non lo è: è umano e funzionale, anche, per quanto attiene alla ‘misura’ dei versi, altro che ‘zeppa da poeta mediocre’.
‘Or quinci or quindi’, ‘ e poi da l’altra parte’ sono, secondo il Siti, ‘precisazioni pesanti: nei primi cinque versi si ripete per sette volte la congiunzione ‘e’’…. e allora? Forse occorrerebbe calarsi, più umilmente, nella vita e nella poetica del tempo di Petrarca, magari dopo aver dato una buona scorsa ad un manuale di stilistica e di storia della letteratura… così è troppo comodo, criticare con l’occhio di oggi e cercare peli nell’uovo che al poeta del Canzoniere saranno indubitabilmente costati ore di pensiero e di apprensione, nonché di applicazione.
E’ un commento scadente, perlomeno deludente: come si dice dalle parti del Siti, in valle padana, credo che questo signore stia ‘zappando fuori del suo orto’ e farebbe bene, anzi benissimo, a cercare di comprendere quali siano stati gli schemi entro i quali Petrarca, e la pletora di imitatori dell’aretino - ma non solo imitatori, anche buoni poeti - si sono mossi, anzi dovuti muovere. Non si assurge a regolatori della lirica italiana per secoli senza una solida ispirazione e preparazione poetica: comprimere un sentimento è forse più difficile che esprimerlo, specie quando il mezzo è in un certo senso ‘volatile’ come la poesia… e allora non venga a parlare di luoghi comuni della letteratura classica ed altre amenità del genere… Il Siti dovrebbe dire, se lo sa, come nasce la poesia, cosa comporta, cosa ha dentro, questo modo di esprimere la propria e l’altrui umanità. Ma di questo, a ben guardare, ognuno può farsi una idea leggendo gli autori e i critici… stavo per dire ‘critici seri’, quelli che spesso sono, a loro volta, anche poeti e possono capire.
Questa della Repubblica rimane, a mio modo di vedere e a giudicare da questa prima uscita, una semplice operazione editoriale o poco più, mancando le promesse e le premesse di una lettura liberata da orpelli e altri pesi accademici: non vi è nessun senso di sconosciuta leggerezza in questo modo di commentare un testo poetico. E allora tanto vale che me torni a cantarmela e suonarmela da solo, proprio come quei dannati dei blog di cui il Siti parlava nel presentare il suo ‘lavoro’.

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