domenica 12 gennaio 2014

Milton, Blake, Roccabernarda, Serafino da Salandra...

  A suo tempo qualcuno avanzò l’ipotesi che un nobile calabrese fuggiasco, tale Crollalanza, si fosse tramutato in ‘Shakespeare’, che più o meno significa la stessa cosa… Tra Shakespeare, Marlowe, e il Crollalanza, calabro e quindi per natura – ci mancherebbe! – incline ai ‘torbidi’, una qualche storiella verosimile poteva scapparci. Meno campata in aria, invece, è un’altra tesi, quella che fa risalire all’opera del frate Serafino da (o della) Salandra e al suo ‘Adamo caduto’ la potente ispirazione del ‘Paradise Lost’ di John Milton, una delle massime opere poetiche della letteratura inglese. Di questa ispirazione che rasenterebbe il plagio parla la scrittrice Kazimiera Alberti(*) nel suo ‘L’anima della Calabria’, un bel travelogue, uno dei migliori, con oggetto la Calabria; è un testo molto ispirato, sentito forse con eccessivo trasporto, ma scritto qualche anno fa, quando il sol dell’avvenire faceva sognare qualcosa di buono… oggi le tante speranze della Alberti e molti suoi entusiastici riconoscimenti alla nostra terra suonerebbero forse retorici ed eccessivi… In effetti lo stesso Serafino da Salandra, annoverato tra le glorie regionali, non era calabrese, ma lucano, e dirlo mi spiace pure, considerando l’amore dell’autrice per la Calabria. Ci salviamo in angolo dicendo che il poema ‘Adamo caduto’ fu pubblicato a Cosenza nel 1647 e che senza dubbio quel frate visse anche in Calabria. Del suo ascendente su John Milton si occupò per primo il paolano Francesco Zicari nel suo ‘Sulla scoverta dell'originale italiano da cui Milton trasse il suo Poema del Paradiso Perduto’ del 1844 e ne parla, tra gli altri, Norman Douglas (*) nel suo ‘Old Calabria’.

   Nessun pericolo di sovrapposizioni o plagio vi è, invece tra le due composizioni che seguono; la prima è tratta dalle ‘Visioni’ di William Blake (1757-1827), nella traduzione di Giuseppe Ungaretti:

Non cercare mai.
Non cercare mai di dire il tuo amore,
Amore che non può essere mai detto;
Il gentile soffio si muove
In silenzio, invisibile.

Dissi il mio amore, già dissi il mio amore,
Il cuore le apersi;
Tremando, gelando, in orrenda tema,
Ah, lei, lei se ne andò.

Appena mi lasciò,
Un viandante passò,
In silenzio, invisibile:
Gli bastò un sorriso, la prese.

La seconda è tratta da ‘Canti popolari del Marchesato di Crotone’, a cura di V. Lerose, A. Lumare, C. Ripolo:

Arvulu picciriddu t'addevavi.

Arvulu picciriddu t'addevavi

cridiennu ca de tia mangiava fruttu,

cu na zappa de uoru t'azzappavi,

t'abbiveravi cu chianti e arrutti.

Pue vinna unu cu 'u vitti mai,

tagghiau u ramu e coza ru fruttu.

Io l'amaru micc'amaricai

cume a trignula du mise d'agustu.

Traduzione:

Albero piccolino t'allevavo

credendo che da te mangiavo frutto,

con una zappa d'oro ti zappavo,

t'abbeveravo con pianti e singulti.

Poi venne uno che non vidi mai,

tagliò il ramo e raccolse il frutto.

Io tutta la parte amara masticai

come la cicala del mese d'agosto.

Nota - Si insegue un sogno d'amore allevando con gli occhi una ragazza e aspettando con calma il momento di agire, ma sul più bello arriva uno straniero qualsiasi che in un batter d'occhio raccoglie il frutto di tanto desiderato. Non certo il significato di "trignula". (Abbiamo ipotizzato una radice greca, trìgmos-stridere e abbiamo pensato alla cicala, ma non convince più di tanto).

 

   I due componimenti mi sembrano ispirati da un comune, anzi comunissimo, denominatore: l’amore che si scioglie dalle catene che un innamorato crede di poter serrare intorno all’amata, prescindendo dalla volontà di quest’ultima…  
   In effetti, quei componimenti di cui sopra mi ricordano queste righe che ho annotato un giorno camminando dopo la pioggia:
Ha chjovùtu e i merùchi
C’ull’ha gghjaccàt’ u tronu,
c’ull’ha sucàt’ u lampu
Pàssin a strata, queti e senza šcampu
U primu fissu ca si trova i zampa.

 

E’ piovuto e le chiocciole

Che il tuono non ha leso

Che il fulmine non ha inghiottito

Attraversano la strada, lente e senza scampo

il primo idiota che passa, le schiaccia.

 Chissà a cosa stavo pensando, di sicuro alla differenza tra chiocciole e lumache, all'odore della pioggia, a questi luoghi estranei dove mi sento fuori luogo pure a camminare... cioè, non lo so a cosa stavo pensando, c'erano tante 'meruche' spiaccicate sulla strada e bottiglie di plastica nei fossi appena ripuliti ma non abbastanza...  E gazze, e upupe, soprattutto una che 'mi faceva la guardia' tutti i giorni e mi seguiva per un tratto... che cosa ci facevo lì? Boh.

Forse ero lì a pensare a tutte le volte che sono stato meruca e alla strada che mi veniva negata, per mia lentezza o mancanza di artigli... dicono che Jessu Cristu duna pane a chin un tena denti, e di questo non si è mai dato pena... e nemmeno io, almeno di questo non devo ringraziare nessuno, le meruche non posseggono artigli né denti.

* Kazimiera Alberti (Bolechow, odierna Ucraina, 1898 - Bari 1962), scrittrice e traduttrice di famiglia polacca, dopo un silenzio decennale pubblica in Italia, dove nel frattempo si era trasferita e sposata,  'L'anima della Calabria', un travelogue, un libro di viaggi, per i tipi dell'editore Conte, Napoli 1950, ristampato poi da Rubbettino, Soveria Mannelli 2007 .

* Di Norman Douglas, 'homo mediterraneus' per tre quarti scozzese, anch'egli nato fuori dai suoi 'confini naturali' (Thuringen 1868 - Capri 1952) ci sarebbe tantissimo da dire, mi limito a ricordare 'Old Calabria', la cui prima edizione, inglese, apparve nel 1915... la prima italiana è del 1962 ! E' giudicato, questo 'Vecchia Calabria' uno dei migliori libri di viaggio in lingua inglese, e forse è il più bello, tra quelli che riguardano la Calabria, dove in quel 'bello' intendocomprendo anche intelligenza e capacità di analisi di persone, luoghi, tempo, memorie.


1 commento:

Cataldo Antonio Amoruso ha detto...

L'editor di testi di Blogger mi risulta ingestibile... mi sa che questo blog è in dirittura d'arrivo.