venerdì 2 gennaio 2015

Cos'è poesia, 2. Lorenzo Calogero. G. Tedeschi: Prefazione alle 'Opere complete' di L. Calogero, Lerici ed. III p.te e biografia.

In questo scritto:
1- la parte conclusiva della 'Prefazione' di Giuseppe Tedeschi all'opera completa di Lorenzo Calogero (Lerici);
2- una breve biografia, sempre dall'Edizione Lerici:
3- alcune note dal volume di Luigi Tassoni;
4- altre note, conclusive, da 'Avaro nel tempo', volume a cura e con note di Caterina Verbaro e Mario Sechi.  
L. C. a Milano (foto dall'opera citata).
 
« ma fa' il medico, lascia perdere la poesia…»
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Rimane fra me e te
(da 'Come in dittici')
Rimane fra me e te questa sera
un dialogo come questo angelo
a volte bruno in dormiveglia
sul fianco. Non ti domando
né questo o quello, né come
da materne lacrime si risveglia
di notte il tuo pianto.
Se i tormenti sono tristi,
l'edera non è mattina o si colora.
Si vela o duole una viola
e dondola nube odorosa
su l'orizzonte lucido di brina.
Ecco quanto di tanta vana speranza resta
o fugge rapido o semplicemente,
silentemente accade.
I carnosi veli, i velli di bruma,
le origini stellate assalgono l'aria,
le tumide vene delle vie le ore.
Non l'eco rimbalza
due volte sulle rocce, su questo
prato, ove sono rosse, e, di rosso
in rosso, è vano il pallido velluto
ora rosa ora smosso.

Ho anteposto alla 'Premessa' di Tedeschi una foto di Lorenzo Calogero e una composizione tra le più note (o tra le meno sconosciute) dello ''strano poeta di Melicuccà''. Ritengo che entrambe, la foto e la poesia, possano aggiungere qualcosa al non detto intorno all'uomo e al poeta. Lorenzo Calogero era anche così, come in quella foto e come in quella poesia, e sottolineo ''anche così''. Estrapolare un brano dall'opera calogeriana ha poco senso, è troppo casuale e aleatorio, nel senso che si rischia di dare una idea sbagliata della sua poetica della vita. Una vita dolente e complessiva di poesia, dalla quale estrarre un mattone è solo un inutile rischio, si mette in pericolo la costruzione nella sua integrità, in quella totalità di sussurro, di soffio poetico che deve essere stata per Calogero la vita, o quel segno della vita che è l'amore non raggiunto, nell'ansia della trasposizione verbale e grafica, della realizzazione in anima e carta. Un poeta difficile, non a caso messo a tacere dalla critica.
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                                   G. Tedeschi: premessa, parte III, fine.
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Ma le crisi non lo abbandonano più. Non vuole trasferirsi da qualcuno dei fratelli, vuole stare a Melicuccà, solo. Mangia pochissimo, si nutre di caffè, di sonniferi e di sigarette. Viene ricoverato ancora. Si innamora di una infermiera (Concettina). Tutto il '58 e i primi mesi del '59  li trascorre interamente a Villa Nuccia, innamorato sempre più, a vuoto, dell'infermiera Concettina. La storia di questi puri amori è caotica e disperata. Da qualche lettera che ho trovato e che il fratello dice siano per Concettina se ne ricavano le inquietudini. Le parla con il «voi» in uno stile rinascimentale. Certamente non ha mai conosciuto donne fisicamente e perciò ne ha avuto sempre un concetto purissimo («...anche il rapporto amoroso, fra uomo e donna, non so considerarlo altrimenti che come un rapporto puramente angelico... Del resto un certo "angelismo" credo debba esistere e sia esistito sempre in qualsiasi rapporto relazione effettivamente amorosa. Se dovessi augurarmi di incontrare mai una donna, non fosse altro che semplicemente per guardarla, questo, secondo i miei desideri e le mie proprie tonalità sentimentali non dovrebbe accadere altrimenti che per la possibilità dell'afferramento di lei che da un lato paramento angelico...»). I suoi amori sono stati retti tutti da questa sensibilità. Erano forse solo dei nomi, per lui purissimi: Graziella, Annina, Concettina. Se mi è concesso, vorrei ripetere ciò che diceva Benedetto Croce, di Francesco Gaeta: « l'accento principale o il sentimento dominante e generatore del Gaeta si  potrebbe definire, piuttosto che l'amore, l'amore dell'amore... », che nel caso di Calogero è perfettissimo. Del resto anche la poesia aveva per lui carattere angelico, della più netta tradizione metafisica: difatti egli è sempre il centro di tutti i suoi versi, egli e il suo amore angelico, accaniti tutta la vita su se medesimo (la Dickinson e Proust forse sono gli illustri precedenti di questo accanimento affettivo contro e verso se stessi), perciò, come quella della Dickinson, la sua, è la poesia di una alienazione, di una dannazione, di una menomazione. L'analogia esiste poi anche nella reclusione in cui hanno scritto i loro versi.
   E' sempre più estraniato da tutto, pauroso e sfiduciato di tutto, e ingolfato, sempre più, solo nei grandi miti della poesia e della filosofia pessimistica. Si attacca spasmodicamente ai testi della tradizione simbolista e metafisica, a Montale, Eliot, all'ermetismo. Stende il suo canzoniere d'amore. Tutte le sue poesie sono poesie d'amore, proprio perché, completamente privo d'amore e di vita sentimentale, sa farne solo la teorizzazione, in astratto, stupendamente. Non scrive più a nessuno, tra poeti, editori, scrittori, almeno a quanto mi risulta. Solo a Sinisgalli qualche lettera sempre più disperata, come questa (Villa Nuccia 4 aprile '59): «Caro Sinisgalli, è da oltre 16 mesi che mi trovo ricoverato a Villa Nuccia. La situazione in cui mi trovo mi sembra straordinariamente imbarazzante, tanto imbarazzante che non ho quasi la forza di chiedere nemmeno aiuto. Ho scritto ai miei, nei primi tempi del mio ricovero, ma non ho ricevuto alcuna risposta. Ti sarei grato pertanto se volessi intervenire presso la mia famiglia perché mi facciano ritornare a casa. Puoi scrivere a mio padre: Michelangelo Calogero - Piazza del Popolo - Bagnara Cal. Scusa il fastidio che ti reco. Ringraziandoti per quanto farai ti invio i più cordiali ed affettuosi saluti, tuo aff.mo Lorenzo Calogero ». È una lettera abbastanza tendenziosa nei confronti dei fratelli. Io so e posso dire che i fratelli non potevano fare di più di quanto hanno fatto. Si sente perseguitato. A fine luglio '59 esce da Villa Nuccia, ma si sente legato affettivamente a quell'ambiente e a quelle persone che gli sono state vicino. Difatti scrive lettere alle infermiere e a un ricoverato, certo Francesco Natale (a lui, a Concettina, a Annina dedicherà poi gli ultimi quaderni, pochi mesi prima di morire). Ho dovuto vedere i luoghi della sua vita, la sua casa, l'orto delle sue passeggiate per capire come solo la bontà e la pazienza di cui era dotato gli avessero consentito di durare. Che pazienza ha avuto, in tutti questi luoghi, paesi, frazioni di Calabria, sempre solo, sempre ai margini, anni e anni di versi senza speranze, senza un giudizio, una comunicazione, a parlarne con chi riusciva solo a dirgli nel migliore dei casi: « ma fa' il medico, lascia perdere la poesia…». Ho dovuto vedere Melicuccà, capire le sue giornate, le sue stagioni, le sue notti, per dire che è un miracolo se egli e la sua poesia hanno potuto raggiungerci. La poesia ci riserva questi miracoli anche se nasce a Melicuccà o a Amherst, a Recanati o a Séte, a Montemurro, a Lauffen o a Marradi.
   Nessuna descrizione può rendere interamente la solitudine di questo paese e la solitudine in cui Calogero vi ha vissuto, la morte o la follia erano le uniche cose che potevano venirne a un poeta. Eppure egli si rifugiava sempre lì, nella sua villetta di periferia, solitaria e ai margini anch'essa. Nemmeno la morte della madre lo convinse ad allontanarsene. Ho sostato nella cucina dove si preparava qualche pasto  (non mangiava quasi più da qualche anno, caffè, sonniferi e sigarette ‘’alfa’’ erano il suo sostegno), ho girato nel suo incolto orto chiuso da un cancelletto di legno pigolante e da un doppio giro di filo di ferro, ho girato per le stanze.  Voleva stare lì in quelle stanze fredde e nude,  su un piccolo letto, da eremita o da collegiale, a uno stretto tavolo carico di cicche e di fronte a un ritratto sconvolgente di una antenata ricavato da una maschera mortuaria.  Qui tornava dopo qualche fuga, dopo i suoi ricoveri, il suo rifugio e la sua ossessione. Un suo amico del paese così mi ha descritto la sua vita di Melicuccà: « ...Da quando i suoi familiari si trasferirono in un paese vicino — lui non volle andarci — viveva in un villino posto alla periferia del paese e cinto da un piccolo orto. Quando andavo a trovarlo dovevo chiedere la chiave della porta per cui si accedeva all'orto a una famiglia vicina che accudiva il Calogero soltanto in questa mansione. Il resto egli lo faceva da sé. 
   I familiari gli avevano aperto un credito presso alcune botteghe del paese — compreso il tabaccaio — ed egli acquistava ciò che credeva necessario alla vita. Non ho mai assistito a un suo pranzo o a una sua colazione, ma posso asserire che l'indispensabile alla sua vita era costituito dalle sigarette e dal caffè. Entrando in cucina non si vedevano resti di cibo, ma nella stanza da studio, la caffettiera era sempre sul tavolo e le cicche si ammucchiavano in un grande portasigarette. Per quanto non guadagnasse nulla, perché ad un certo punto smise di esercitare la professione di medico, non v'era in lui segno di impoverimento dovuto all'avarizia. È probabile che non conoscesse il valore del danaro. Quando andavo a trovarlo, preparava il caffè per tutti e due. Un caffè nero e denso da far venire la neurosi, e offerto in bicchieri da un quarto. Una volta sono stato costretto ad andar via subito perché mi aveva fatto male. Sapendo che drogava le sue bevande, ebbi qualche momento di paura; poi tutto cessò, ma decisi di non accettare più il caffè fatto dalle sue mani. Conoscevo l'abuso che egli faceva del "luminal" e temevo che lo mettesse nel bicchiere e che scambiasse il bicchiere nell'offrirmi il caffè. Poi mi ci abituai. Ma non potei indurlo a farlo meno denso. Il suo studio era posto nella camera più vicina alla porta d'entrata nel villino e non brillava né per l'ordine né per la pulizia. La scrivania era piena di libri, di carte, di cicche di sigarette, di macchie di caffè; sulla poltrona, posta ai lati della scrivania, v'erano un pastrano con un cappello, che rimanevano a quel posto anche nei mesi estivi; in un piccolo scaffale, riviste mediche e riviste letterarie; credo che non leggesse una pagina, essendo tutta la sua attività rivolta a fare versi. Leggeva solo i libri dei poeti contemporanei, ermetici specialmente. In quali ore della giornata si cibasse e come si preparasse i pasti, non m'è riuscito di sapere, né ho voluto domandarglielo. Non aveva orario per i pasti. Forse per questo non ha mai voluto che glieli preparasse la famiglia dei vicini che l'accudiva. Usciva poco di casa. E mai per passeggiare. Quando lo si vedeva era per il disbrigo di qualche affare o per la compra di qualche medicinale. Al Municipio o dal farmacista. Negli ultimi mesi della sua vita sentiva il bisogno di solidarizzare. Più volte è venuto di sera a casa mia. Talora entrava nel caffè, solo, e beveva preferibilmente del vino...».
   Ho dovuto rovistare tra i suoi libri, tra le sue casse sconnesse, in uno scaffale zoppo per capire quanto ancora mi mancava e dubitavo di lui. Il mio dubbio che egli fosse solo un poeta istintivo, crollò di fronte alle migliaia di quaderni (lacerati nei fogli non scritti in tante piccole finestre rettangolari, brandelli di carta per arrotolare sigarette con le cicche non buttate via), fitti di appunti e di varianti, di fronte alla notizia datami dal fratello sulle decine di quaderni che distruggeva, di fronte ai libri che possedeva. Tutto Kierkegaard quasi tutto Sartre, i testi più importanti di Croce, quelli di Guido De Ruggiero, di Heidegger, Einstein, Ugo Spirito, Nietszche, Jaspers, Wininger, Mounier, Schopenhauer. Testi fondamentali della poesia tedesca, francese, russa, inglese: Holderlin, Novalis, Hofmannsthal, Rilke, Valery, Baudelaire, Rimbaud, Mallarmé, Majakovskij, Joyce, Pound, Eliot. Tutta la poesia italiana, tutto di Ungaretti, di Montale, di Gatto, Sinisgalli, Betocchi, Luzi, De Libero, Tobino, Quasimodo, Campana, le antologie di Falqui e i suoi quaderni di Poesia, Cardarelli, Saba, Pavese, Parronchi, Zanzotto, Fallacara e tanti altri, in prime edizioni, ristampe, edizioni rare. Pochi invece i titoli di narrativa e solo di particolari autori: Kafka, Pavese, Thomas Mann, Stefan Zweig, Gide, Tolstoi, Proust, Dostojevski, Camus. Troppi nomi, ma non ho potuto farne a meno.
   Egli ha dato questa poesia, ha condotto una vita indicibile, non si potevano non documentarle.
Non tocca a me dire qui se la sua poesia sia sublime e perfetta o facile e naturale. L'ha fatta, non ha voluto fare altro. Esiste, tecnicamente alta, solenne liricamente. Può rivelare la conoscenza di tutti i testi e le tematiche, vi si possono scoprire tutte le sorgenti (l'ermetismo  principalmente, di cui egli è poi uno dei più alti figli): ma quanto dominate criticamente («classico in certo modo, è considerato ogni autore che domina a perfezione una materia non sua» ha detto  Montale in un suo saggio famoso). Alla base esisteranno tutti gli choc che si vogliono, le inibizioni, le nevrosi, gli insulti, le sconfitte, l'amore mancato. È intorno a esso che è nata la iterata è  inquietante tessitura di questi versi.
   Che figura di uomo e di poeta, ora mi chiedo, consegnano questa messe di dati e di notizie e questa prima scelta di versi? Che resa gli si è fatto, rappresentandolo in tutta la sua insicurezza, nelle sue malattie e fobie, in tutta la sua tristezza? Sono mesi che tento di districarmi da questi e da altri quesiti. Ma che dire? È stato il suo destino. Né meriti, né colpe, né a lui, né a altri. Vittorioso o vinto, ora egli è qui, con questi suoi versi che certamente avranno il loro corso e che per lui diranno tutto.
Giuseppe Tedeschi.
                                                             Biografia *
Una vasta cronografia bio-bibliografico epistolare comparirà, a cura di Giuseppe Tedeschi, nel secondo volume. (Purtroppo così non è poi stato.)
1910 
Lorenzo Calogero, terzo di sei figli (Domenico-Antonio: medico chirurgo, Paolo: ingegnere, Concettina: casalinga, Francesco: avvocato, Pasquale: avvocato) nasce a Melicuccà (Reggio Calabria) il 28 maggio. Il padre, Michelangelo Calogero, nativo di Melicuccà, è « possidente », figlio di notaio, ha compiuto studi superiori. La madre, Maria Giuseppa Cardone, nativa di Bagnara Calabra (pochi chilometri da Melicuccà) è anch'essa «possidente», figlia di farmacista, con fratelli avvocati e medici.
1915-18   
Primi studi elementari a Melicuccà.
1919-21 
Quarta e quinta elementare a Bagnara Calabra presso gli zii materni.
1922-28 
La famiglia Calogero si trasferisce a Reggio Calabria dove i figli seguono gli studi superiori. Lorenzo frequenta l'Istituto Tecnico ed il Liceo Scientifico.
1929-30 
La famiglia Calogero si trasferisce a Napoli dove i figli frequentano l'Università. Lorenzo si iscrive alla facoltà di Ingegneria.
1931
Scrive le prime poesie. Lascia gli studi di ingegneria per iscriversi a medicina.
1932-33 
Scrive in questo periodo buona parte dei versi che intitolerà poi 25 Poesie, Poco Suono e Parole del Tempo. Ha le prime patofobie.
1934 
La famiglia Calogero si riunisce a Melicuccà per ristrettezze economiche. Lorenzo comincia a mandare poesie a premi, riviste e case editrici. Ne manda anche a Piero Bargellini che è tra i direttori della rivista Il Frontespizio.
1935 
Riprende a frequentare, sempre a Napoli, la facoltà di Medicina. Riceve dalla Reale Accademia d'Italia una sovvenzione-premio di 1000 lire. Scrive a Carlo Betocchi (1° agosto) e gli manda alcuni manoscritti.
1936 
Si accentuano le patofobie. Il suo stato generale di salute non è buono. Tra il marzo e l'aprile esce (Centauro Editore, Milano) Poco Suono, il suo primo libro. Si è stabilito quasi definitivamente a Napoli. Continua la corrispondenza con Carlo Betocchi.
1937    
Si laurea in medicina e chirurgia.
1938 
Consegue a Siena l'abilitazione all'esercizio della professione.
1939    
Comincia ad esercitare a Melicuccà. Si interrompe la corrispondenza con Betocchi.
1940-45
Esercita la professione di medico in numerosi paesi e paesini di Calabria. Ma è instabile, scontento, irrequieto. Ha una intensa corrispondenza con la madre. Si rifugia spesso a Melicuccà. Tra il 1942 ed il 1943 tenta il suicidio. Si spara in direzione del cuore. Nella primavera del 1944 si fidanza con una ragazza di Reggio Calabria di nome Graziella. Inizia con lei una lunga corrispondenza.
1946-50 
La sua vita è sempre più caotica. Abbandona i posti di lavoro, si rifugia dalla madre con più frequenza. Il suo fidanzamento è in crisi e si conclude con una rottura ed una lettera del 14 giugno 1949. Ha disturbi polmonari, anche una pleurite. Si ritira definitivamente a Melicuccà. La madre lo stimola, gli dà coraggio. Sono di questi anni le poesie di Ma questo… e Come in dittici.
1951-53 
Invia i suoi manoscritti a molti scrittori, poeti, uomini di cultura. L'esito è sempre negativo. Ha corrispondenza con sigle editoriali spurie che gli propongono pubblicazioni a pagamento.
1954    
Ottiene l'incarico di medico condotto ad interini a Campiglia d'Orcia in provincia di Siena. Invia dattiloscritti all'editore Einaudi. Parte per Milano e Torino per incontrarsi con lui. Giulio Einaudi  è fuori sede, i suoi manoscritti che aveva in precedenza inviato non si trovano.
1955    
Riscrive a Einaudi che gli risponde negativamente nel febbraio. Nel settembre esce Ma questo... (Maia, Siena). Riscrive a Betocchi dopo venti anni di silenzio e gli chiede di pubblicare da Vallecchi. Viene dimesso da medico-condotto in seguito ad una delibera comunale. Nel novembre scrive a Leonardo Sinisgalli e gli allega Ma questo... . Gli chiede una prefazione per un altro libro (sarà Come in dittici) e l'interessamento per essere pubblicato presso un editore più noto, non a pagamento.
1956    
Sempre per Maia esce nel gennaio Parole del tempo. Lascia Campiglia e rientra a Melicuccà. Passando da Roma va a conoscere Sinisgalli che gli promette di fargli la prefazione a Come in dittici. È sempre più malato. Nel mese di settembre esce con la prefazione di Sinisgalli Come in dittici (Maia, Siena). Non riceve nessuna attenzione dalla critica. Viene ricoverato in una clinica per malattie nervose a Gagliano di Catanzaro (Villa Nuccia), ma vuole essere dimesso. Tenta il secondo suicidio, recidendosi le vene dei polsi. Riesce a tornare a casa. Il 9 settembre muore sua madre. Viene ancora ricoverato.
1957 
Nel luglio vince il premio di poesia Villa San Giovanni. Cerca accanitamente un editore. Mangia pochissimo, si nutre di caffè, sonniferi e sigarette. Viene ricoverato ancora. Si innamora di una infermiera.
1958-59 
Tutto il 1958 ed i primi mesi del 1959 li trascorre interamente a Villa Nuccia, innamorato sempre più, a vuoto, dell'infermiera Concettina.
1960  
È sempre più disperso. Vive solo ed inquieto a Melicuccà ma vuole attaccarsi alla vita in tutte le maniere. Scrive, lavora. Cerca ancora disperatamente un editore. Scrive a Vittorio Sereni alla Mondadori inviando un manoscritto. Il 6 novembre viene a Roma. Vuole essere ricoverato al Policlinico. Viene ricoverato. Dopo due giorni scappa dal policlinico e ritorna a Melicuccà.
1961   
Il 18 marzo scrive la sua ultima lettera a Giuseppe Tedeschi: «... non è certo una gran bella esperienza quella che ho fatto, ma se il mondo era in tal modo era  bene pure che lo si sapesse,  per quel  tanto, almeno,  che non si  doveva  distruggere  la propria vita senza che nemmeno lo si sapesse». Qualche giorno dopo, tra il 22 ed il 25 marzo (non si conosce il giorno preciso)  muore solo nella sua casa dove si era sempre rifugiato. Giancarlo Vigorelli accetta di pubblicare sul fascicolo di gennaio-febbraio dell'«Europa Letteraria» un gruppo di suoi versi. Usciranno postumi perché, per esigenze redazionali, la pubblicazione viene rimandata. Muore tra il 22 e il 25 marzo (non si conosce il giorno preciso, perché fu trovato morto dopo diversi giorni dall'ultima volta che era stato visto).
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Lorenzo Calogero, Poesie, a cura di Luigi Tassoni, Rubbettino, 1986.
Questo, con breve efficacia, recita e riassume il risvolto di copertina:
Lo «strano» poeta di Melicuccà, come lo aveva chiamato Carlo Betocchi sulle pagine fiorentine del «Frontespizio», ovvero Lorenzo Calogero, dopo una vita appartata, preda della misantropia e di astratti furori, moriva in solitudine in un giorno di marzo del 1961.
Per via delle migliaia di versi, allora in gran parte inediti, rappresentò subito un autentico «caso» letterario postumo, tanto clamoroso quanto rapido e infruttuoso se, a distanza di qualche anno, l'opera di Calogero, che pure era stata sostenuta da illuminanti pagine di critica come quelle di Sinisgalli e Montale, è ricaduta nel dimenticatoio.
Alla generazione dei giovani lettori essa dunque si ripresenta non più sull'ondata dei clamori di venticinque anni or sono, ma come una tessera da inserire e confrontare con il grande e prolifico canovaccio della poesia italiana del Novecento. In questa antologia esemplare delle poesie edite di Lorenzo Calogero, curata da Luigi Tassoni, le motivazioni d'un tale collegamento assumono il valore d'una vera e propria traccia da seguire, grazie ad un'ampia scelta che parte dalle poesie giovanili del 1932 e termina con gli ultimi strenui versi del 1960.
Tassoni nel saggio critico che introduce alle Poesie ci porta però ben oltre la riscoperta d'un singolare poeta del Novecento, orientando l'attenzione non sulla «piccola storia maledetta» del poeta calabrese, ma sulla genesi dell'elaborazione poetica calogeriana, sia pure fra le oscurità e le illuminazioni che convivono nell'ossessivo sperimentare di Calogero, vissute tra sogno e realtà adeguata al sogno per il tramite d'una densissima carica immaginativa.
Un poeta, dunque, cosciente sin dalle prime prove giovanili della propria condizione di perpetuo protagonista d'una storia ideale, come scrisse Ruggero Jacobbi, condizione che con i versi più maturi della fine degli anni Quaranta, si traduce in una continua attesa, essendo assente materialmente l'oggetto del desiderio, cioè l'assorta figura femminile, ed essendo l'io costretto a trasferire e simulare la conoscenza in altre forme e altre e diverse finzioni.

Così, in questa attesa senza consolazione, un poeta come Calogero sperimenta il miracoloso prodursi della parola poetica che sola può superare il non-senso della vita. Forse anche per questo nella poesia calogeriana, come disse Montale, vi è sempre qualcosa d'inconcluso, o forse perché in quella partita aperta che il poeta di Melicuccà gioca con il volto indecifrabile del mondo egli sa benissimo, come infatti scrisse in una lettera, che «gli oggetti della poesia non appartengono mai al già pensato», ma devono essere tentati nella tensione stessa del linguaggio che li genera. 
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So per certo ma non troppo che almeno un paio di persone, due o tre amici fidati, leggono queste cose che vado annotando. Probabilmente essi si domanderanno, o, conoscendomi, non lo faranno, il motivo dei miei ritorni alla vita ('storia della letteratura', in un certo senso) di Lorenzo Calogero, piuttosto che alla sua 'letteratura', vale a dire alle sue poesie, alla esposizione o alla interpretazione delle sue parole, fatti salvi rari casi indicati a mo' d'esempio. Ho conosciuto L.C. in maniera assolutamente fortuita, dando un'occhiata ad una antologia scolastica, un libricino di poeti e scrittori calabresi che mi capitò per le mani. Ne ho avuto paura. Ho avuto paura di non poter reggere la tensione di essere come lui, sebbene potessi, allora, decidere che non ve ne fosse motivo. Sarà stata una mia distorta visione adolescenziale, quasi sicuramente, ma per me la poesia, o l'idea della poesia, l'intenzione di essere poeta, era una visione totalizzante e soffocante. Non è stato così, non era scritto, forse, e se invece scritto lo fosse stato, oggi ne sarei pentito, me ne pentirei, perché sono convinto più che mai che l'ideale dovrebbe vincere sulla carne, che ho cercato per non essere solo, carne che in un certo senso tradito, riconducendola in un ambito di ordine sociale che non mi apparteneva. Volevo essere normale, forse, tutto qui... e mi sono dato una vita non mia. Volevo annullarmi, e nulla si è rivelato più facile, o forse no. Mi sono negato la voce e alla voce, e ora dovrei tacere e tacermi, eppure, nonostante tutto, in questa mia sommessa prosopopea fuori tempo e luogo, qualcosa ancora si muoveva, a causa di questi fantasmi che ogni tanto mi afferrano, come quello di Lorenzo o di altri.
Talora anche il mio, di fantasma, reclama, ma non ha più catene.
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Lorenzo Calogero, Avaro nel tuo pensiero, a cura di Caterina Verbaro e Mario Sechi, Donzelli 2014.
La coppia Verbaro-Sechi ha capito benissimo di cosa si tratta, a proposito dell'essere poeta Calogero, ed è ben spiegato da Caterina Verbaro nell'introduzione al volume recentemente edito da Donzelli, dove si legge, in epigrafe e a preludio (se non come summa): beato chi ha trovato per tempo il suo centro di vita e che veramente si trova al centro di essa! Non proverà un desiderio spasmodico di poesia, di questo surrogato della felicità, ma quanto labile. (Quaderni inediti, 1936).
Calogero subì vari ricoveri presso la clinica per malattie nervose di Villa Nuccia, sinistramente nota, a quel tempo, in Calabria, al punto che augurare un ricovero a Villa Nuccia (o a Girifalco) era una maledizione ricorrente... non so se mi spiego. Calogero maudit, pazzo, instabile... Calogero che dice, della estrema difficoltà della comunicazione e interazione poetica:
'L'impossibilità di scrivere poesia proviene principalmente dall'accorgersi di non possedere dei simboli che siano validi universalmente, simboli cioè che possano essere assimilabili in tutto agli umani segni attraverso cui si compie e si trasmette la comunicazione.' 
Forse pazzo lo era davvero, per arrivare a tanta lucidità...
'Avaro nel suo tempo' si compone di circa 130 poesie scritte a Campiglia d'Orcia (Siena) tra il 16 ottobre 1955 e il 27 ottobre 1955: non è un errore di digitazione, si tratta di più di 130 (in cifre) centotrenta (in lettere) poesie scritte undici giorni... anche raccoglierle, 130 poesie, in quel lasso di tempo, per un poeta normale innamorato e geloso di ogni sillaba emessa è laborioso, figuriamoci scriverle... basta dare una occhiata in giro, e leggere le dati di taluni componimenti di poche righe, che sembrerebbero essere stati scritti in lassi di tempo che vanno da un mese o un anno all'altro...  
Per Lorenzo Calogero non è stato così, o meglio: per lui la poesia è stata qualcosa di ininterrotto, come il respiro o come il battito cardiaco. Ha scritto, ed è rimasto 'povero' (colui che non riceve)... e la storia letteraria ('avara', avaro è chi non riesce a dare) ha lasciato troppo a lungo nell'ombra una delle voci più alte del Novecento poetico italiano... Perché? I motivi sono tantissimi, spesso, purtroppo, di un ordine talmente pratico, terreno, assolutamente imprevisto e imponderabile per il poeta essere Calogero, un uomo che ha poetato la vita fino a sciogliersi nei propri versi. Parliamo d'altro, parlando di lui.
Cos'è 'poesia'... non a caso, parlo di Lorenzo Calogero e di Cristina Campo (altrove): due volti della poesia, l'uno il fluire ininterrotto, l'altra la misura serrata fino al silenzio ossessivo... So di non essere in grado di spiegarmi, mi spiace e me ne scuso.
Felice serata.

Quello sopra non è un disegno a matita o carboncino, no, è una foto (dall'Ed. Lerici, 1966) dell'ambiente in cui poetava Lorenzo Calogero. Esplicativa, credo.

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