venerdì 26 settembre 2014

L'attesa.

   Un giorno di attesa. Quel giorno, i colori non si addicevano al tuo riposo. Era l'attesa, e forse solo il bianco, il grigio, potevano accompagnarsi al tuo nero di sempre. Un nero di lutti e di offese, di incomprensioni, di rabbie fuori luogo, di urla trattenute e disacerbate a stento. Mi sembrava di offendere quella tua attesa irrevocabile, riprendendoti nella luce invadente dei colori... solo il bianco e nero, al più il seppia, come forma di rispetto per quella tua decisione e per quella tua condizione che da essa derivava. Come tu abbia fatto, questo non mi è dato di comprendere. Però sapevamo entrambi - e anche se tu non lo avessi dichiarato apertamente, lo avrei comunque saputo - a cosa preludesse quel tuo ritorno così fortemente voluto alla casa anch'essa già presaga del lutto di te, imminente.
E' stato tutto così strano da sembrare normale, fino quasi a sfiorare, ma solo apparentemente, la formalità. In realtà, forse dipende dal fatto che ancora non mi rendo conto, non posso, anche se rispondo meccanicamente alle domande di rito sulla tua età, sulla tua salute... dovrebbero offendere, invece, domande del genere, sempre e comunque, per la loro intrinseca vacuità. 
Tu c'eri, ci sei, e questo mi ha impedito e mi impedisce il pianto.
Vorrei dire che nessuno muore, e vorrei tanto tenerti ancora le mani, anche in quel silenzio di bara e nel fresco di lino del tuo ultimo sudario, quello che ti accompagnerà per sempre. Ripenso spesso alle tue mani, a quel tuo sguardo che si andava smarrendo e che nonostante tutto non si decideva ancora a condannare nessuno... e forse avrebbe dovuto, me compreso, pur nella nostra sconfinata intimità e complicità.
Anche con te ho vissuto insieme, tutti i giorni, per soli vent'anni, come con papà, come con la mia terra... eppure, eppure i ricordi sono prepotenti, li avvolge, e in qualche misura a me ignota li mitiga, solamente questo tuo stato silenzioso.
Lo sapresti, lo saprai di sicuro, che quando telefono mi viene da dire 'come sta la mamma?', e, a sentirti intervenire in sottofondo, vorrei domandere 'cosa sta dicendo la mamma?'... finirò per farlo, e non mi prenderanno per matto, penseranno che abbia voglia di scherzare o di ricordarti, di parlare comunque di te... non lo so cosa potrebbero pensare.
'A mamma', dire 'a mamma', con quell'articolo così 'determinato' in unione a quel sostantivo così 'assoluto', credo sia una delle migliori espressioni del mio dialetto... 
Cos'è una mamma, cosa si è per una mamma, questo... chi può dirlo?... cos'è una donna, cosa si è per una donna, come vede una vita chi è capace di generarla... chi può dirlo?
Voglio segnare qui, su questa lavagnetta, una cosa che mi porto dentro da sempre, e che forse tu non ricordavi nemmeno più, ormai... una cosa del tempo in cui spartire con te quello scialle blu scuro a maglie larghe, davanti alla stufa o al braciere, era quanto di più dolce potesse succedermi durante la giornata, anzi, a fine giornata, stretto a te in quell'abbraccio che scacciava il verso della cuccuvedda nascosta da qualche parte sulla 'pigna'... Ricordi quella sera? Un uovo, un uovo sodo, un pezzetto di uovo sodo, era tutto quello che era rimasto da mangiare, e finalmente lo avevi portato alla bocca, quando alzai gli occhi, e  tu, cercando di ingannarmi - poiché sapevo bene entrambi che finalmente stavi per mangiare la tua parte - dirottasti quel boccone alle mie labbra... ed io chiusi gli occhi e lo mandai giù, senza dire nulla, perché oltre al silenzio non ti ferissero anche le parole, o non comprendessi il motivo del mio diniego.
 C'è bisogno di esempi, e questo lo è, un esempio ormai raro, credo, e lo credo non perché mi abbia visto compartecipe, non per questo, ma perché è un esempio che proviene dalla natura umana, profondissimo, e in un certo senso animale... come il lupo o il gatto o la fiera che reca in bocca il cucciolo appena nato e lo protegge e lo avvia alla vita, anche a rischio della propria esistenza. E questo non lo insegna nessuno, se non la vita stessa.. per questi esempi non ci sono scuole di pensiero né corsi da frequentare. E tu, semplicemente, con qualche rara parola, senza titoli riconosciuti, mi insegnavi... a non buttare mai il pane, per nessun motivo, a baciarlo, a farci su un segno di croce, a non lasciarlo capovolto, perché altrimenti il paradiso e l'inferno si scambiano di posto... e soprattutto a non guardare mai la bocca di chi aveva da mangiare, e a non chiedere mai, e a dare, dare in cambio di nulla, anche togliendosi il pane di bocca. O l'uovo avanzato. 
Volevo ricordartelo, in quel posto dove tu sei, che oggi chiamo 'ovunque', ed è il nostro rifugio per la tua anima, ma'.
Ti voj ben, e ti vasu.






2 commenti:

quirine ha detto...

Toccante e commovente! evoca sentimenti ed emozioni che tutti abbiamo vissuto in questi tristi eventi.

Cataldo Antonio Amoruso ha detto...

Grazie, 'Quirine', sei molto gentile.