venerdì 12 luglio 2013

Annarosa Macrì, Lontano, dove posso sentirti.



Premessa breve: ho passato quasi una notte intera a ricopiare questo 'pezzo', con gli occhi dolenti e l'anima, i sensi, tesi. E' un concentrato di emozioni, sensazioni, osservazioni, sulle quali vorrei tornare, non per un banale gusto o piacere dell'esegesi personale, ma forse per far emergere delle corrispondenze, o differenti 'vissuti' che possono avere epifania dalla lettura di questa descrizione di un viaggio che va, oltre che letto, immaginato, effettuato, insieme all'autrice e alla sua fine capacità di intendere e indagare che ne uniforma il percorso narrativo.
Nel mio isolamento, che è non solo culturale, per una volta mi sarebbe piaciuto mandare un segno alla signora Macrì, per esprimerle la mia riconoscenza per questa lettura di un brano, che significa, anche, 'interpretazione di una parte', di quella terra che mi è rimasta dentro, ma che non è mia, come tante altre 'cose' che mi sono rimaste dentro, da me inespresse e inesprimibili. Non sono riuscito a contattarla: sono imbranato, anche ai tempi di internet. Ma volevo dirle che stamattina ho sentito qualcosa negli occhi che non sono riuscito ad ignorare né a fermare. E mi sta bene così, scoprirmi ancora in grado di piangere, di emozionarmi, e anche di illudermi, come se tutto quello che mi si agita dentro potesse dipendere da una sola, semplice lettura. So che non è così, almeno quanto so che non può essere solo così.
Grazie. 
(Speriamo di non violare i diritti d'autore... solo questo mi manca!)
dal volume 'Ad esempio a me piace, un viaggio in Calabria', a cura di Marco Ambrosi, Rubbettino 2009
Lontano, dove posso sentirti.
di Annarosa Macrì.
A Hiske, la mia amica venuta da molto lontano, che mille volte, viaggiando insieme per la Calabria, mi ha insegnato che cosa era bello.
E tum e tum e tutum, quanto cazzo di ritardo ha questo treno del cazzo che tutum tutum tutum, parte, rallenta, si ferma, sferraglia, minaccia, sfumacchia, riparte e non arriva più. Se avessi una tazza di caffè, almeno, chessò, oppure di thè, se ne andrebbe questo sapore di ferro e di sudore che ti lasciano in bocca 'sti scompartimenti vecchi come il cucco. Basel-Reggio Calabria: non è un viaggio, questo, è un sequestro di persona, questo, aiuto! Sto quassopra da tante e tante di quelle ore che non mi ricordo più se oggi è ancora ieri oppure è già domani. Quant'è lunga l'Italia, mamma mia quanto, e quando finalmente l'hai attraversata tutta e arrivi in Calabria: ecco qua, sono arrivata, tu pensi, e invece scopri che la Calabria è più lunga dell'Italia, e ricordarsi a Villa San Giovanni di spostarsi sui vagoni per Reggio sennò in culo al mondo finisco, davvero, che 'sto treno se l'inghiotte la nave, sullo Stretto, arrivo in Sicilia e chi s'è visto s'è visto. Basel-Reggio Calabria: avessi detto a mia madre Caserta, chessò, o Siracusa o Cosenza non le avrebbe fatto nessun effetto, ma Reggio ce l'ha nel nome che porta appiccicato accanto la brutta fama della sua sorte.
Che meraviglia questi alberi! Sembrano querce, tanto sono grandi, ma no, querce non possono essere, con 'ste foglioline sottili sottili e luccicanti. Platani? Impossibile.
Scusi, do you know what are these trees? Trees, ho detto. No, non three che vuol dire tre. Trees, non capisci, eh? vabbè... aspetta che te ne disegno uno, di tree. Ormai il blocco bianco e la penna ce l'ho sempre a portata di mano, io.
Ecco, guarda: tronco, visto?, poi i rami, le foglie... hai capito adesso? U-li-vi? Olive trees? Nooo... io non ho mai visto ulivi così grandi che sembrano querce, querce secolari, così grandi che fanno da ombrello a quegli alberi là carichi di frutti arancione che sembrano lampioncini accesi... aranci, certo, devono essere aranci. E quei teli traforati che sembrano fatti di tulle poggiati come veli da sposa sulla terra e la luce che gli passa in mezzo e li fa galleggiare sul terreno? Nessuno gliel'ha detto a Monet che era in mezzo a quegli uliveti la trasparenza che cercava? Ecco che il treno si ferma. Gioia... Gioia T, ecco dove sono.
Gioia T. Ma guarda che strano nome: "Gioia" mi chiama lui quando mi vuole bene tanto tanto, cioè sempre, perché mi ama, lui, non è vero che mi ama, sennò io che ci faccio in questo treno puzzolente, dove vado se lui non mi ama e se io da lui?
Ma quanto manca che non ne posso più? Se sapessi come si dice in italiano, glielo chiederei a questo ferroviere che ha la faccia sprimacciata come il cuscino di 'sta cuccetta piena di sonno e di odori cattivi. Continua a passare qua davanti come per caso: «Signorina, ha bisogno di qualcosa, signorina, dove va tutta sola, signorina, lo sa che è pericoloso per una ragazza straniera...», se potesse mi spegnerebbe con gli occhi, ‘sto stronzo, eh, no, caro mio, neanche un centimetro della mia pelle ti faccio vedere io, pure le scarpe mi sono tenuta ai piedi, «stanotte, gliele rubano, stia attenta, signorina, non le lasci incustodite», m'ha detto un signore che un po' masticava l'inglese e che è sceso a Napoli, non so più a che ora, ma tanto tempo fa.
Palmi. Ho letto bene? Palmi, sì. Si ferma ad ogni stazioncina del cazzo, ‘sto cazzo di treno, mah, altra stazione altro stop e andando e andando chissà dove andrò. Una doccia, por favor. Una doccia calda e sarò un'altra donna, giuro. Le case. Chiamale case. Sono scheletri di casa, sono brutti, bruttissimi, senza porte, senza finestre, eppure così affascinanti, guarda là: uno, due, tre, quattro piani sono, cioè saranno, e già ci abitano, c'è la luce al pianterreno e al piano di sopra ci stendono i panni. Ci manca una testa di cavallo di marmo abbandonata sul prato là davanti ed è un quadro di De Chirico. E la casa non sarà mai finita, come il mio viaggio che non finisce mai. Sir, sorry, sorry, excuse me... non capi-sce una parola d'inglese, questo qui, lasciamo perdere, magari capisce quello che vuole lui e sono fottuta.
Guarda guarda questa nebbiolina leggera leggera e il sole che la scioglie piano piano. Tutti dicono: vedrai che mare, là al Sud, azzurro e trasparente come non l'hai mai visto, ma questi boschi di ulivi, uno spettacolo sono, così imponenti e così teneri, e nessuno li racconta Quanto manca fino a Reggio Calabria? Quasi quasi glielo chiedo in olandese. Vuoi vedere che qualcuno lo capisce? I miei antenati sono andati dappertutto, persino in Giappone sono arrivati a piazzarci le loro farmacie, e pure in India. Figuriamoci che qualcuno dei Brugen non è arrivato fino in Calabria, magari su una nave, sì, lo so, bisogna fare il giro dell'Europa, vabbé, ma a quelli mente li ha mai spaventati. O no?
«No, neanche per sogno. Hanno girato il mondo i Brugen, certo, ma a nessuno della nostra famiglia è mai venuto in testa di arrivare fino in Africa. Figuriamoci, là sono tutti briganti e mafiosi».
«Mafiosi?».
«Mafia, bellezza, ho detto ma-fia. Mai sentito parlare della mafia?».
Mia madre si pettinava i capelli biondi e sottili, accidenti, uguali ai miei, li ho sempre odiati, colore della cenere e morbidi come fili di seta e si tirava su con le mani sottili sottili una crocchia leggera sulla nuca. Di prima mattina era già perfettamente truccata ed elegantissima nella sua vestaglia di velluto blu, e intanto organizzava la giornata, sua e di tutta la famiglia, davanti a una tazza di thè amaro. Convocava lì la governante, la parrucchierà, puntuale ogni venerdì, la sua estetista-manicure-pedicure-massaggiatrice il martedì e il sabato, e convocava noi figli, a turno, quando c’era qualcosa che non andava o qualche decisione da prendere.
Le avevo detto la sera prima che ero tornata a casa solo per prendere un po' di roba e che avevo deciso di partire un'altra volta: Italia, Sud, Calabria, sì, c'è di mezzo un uomo, come hai fatto a capirlo, quello che fa l'artista e vive a Parigi, quello, sì, perché è del Sud, insomma calabrese, sì, mi aspetta in Calabria dove lui è nato, beh, allora?, inutile che fai la faccia schifata, sai, mamma, e poi rassegnati, il mondo gira anche se tu cerchi di fermarlo con le tue manine delicate, sai, non so se te ne sei accorta, ma non lo governi tu, come fai con i tuoi ricevimenti e le tue feste. Lei tirò fuori il fazzoletto di seta da dentro il risvolto della manica, si tappò il naso come per proteggersi da un odore sgradevole: «Non dire cose di cui ti potrai pentire, sono tua madre, non dimenticarlo, ne parliamo domani mattina, vieni alle otto a far colazione in camera mia». Tutte le decisioni importanti della famiglia erano state prese in quella stanza dai mobili scuri, dove troneggiava una enorme toilette, davanti alla quale, fumando, parlando al telefono, spalmandosi il viso di creme, alternando la Bibbia alle riviste di moda che si faceva arrivare dalla Francia, lei trascorreva tutta la mattinata, e, a pensarci bene, metà della sua vita.
«Chi doveva dirmelo che mia figlia, la mia unica figlia, bella come il sole, libera come l'aria, con la sua dote e il nome che porta doveva andare a innamorarsi di uno che sta in Africa!».
Accendeva una sigaretta dopo l'altra e io, tranquilla e con gli occhi bassi, perché non leggesse nel mio sguardo tutta l'antipatia che avevo per lei e per la sua arroganza, calmissima imburravo il pane nero, lo spalmavo di marmellata di mirtilli e trangugiavo cioccolata calda: «Africa? Mamma, ma che c'entra l'Africa? Intanto lui sta a Parigi e poi: Calabria, ho detto, è in Calabria che vado. Ca-la-bria. La Calabria si trova in Italia: Roma, Venezia, Napoli... Dante, Rinascimento, Firenze... lo sai benissimo di che parlo».
«Sciocca, lascia stare Firenze, lo sanno tutti che la Calabria è un'altra cosa, pure gli Italiani lo sanno. Il mondo è tanto grande e proprio di uno di là dovevi andarti a innamorare... Com'è questo qua, dimmelo per piacere, basso e nero nero, no?, come tutti quelli dì laggiù... ci giurerei. E artista, per di più artista. Un artista calabrese... ridicolo, non s'è mai sentito».
«Ma che ne sai, tu di lui, che ne sai? Io della mia vita faccio quello che voglio, mettitelo in testa...».
«Sì, sono maggiorenne eccetera eccetera, voi non potete decidere per me...».
«Proprio così, ho ventitre anni, mamma!».
«Una bambina sei ancora... una bambina, e in e in mezzo ai selvaggi tu non ci andrai, è per il tuo bene che parlo, lo capisci?».
«Io vado dove voglio e se voglio mi ci fermo, anche, in... in Africa, come dici tu...».
«Ah sì? Sappi che i miei gioielli in Africa non ci andranno mai, e neppure i miei soldi, capito? Lo sentirai tuo padre: se te ne vai è per sempre».
Se me ne vado è per sempre, vabbè, l'ho sentita mille volte 'sta musica, io. La prima volta me andai da casa che avevo diciassette anni. C’erano le Olimpiadi a Roma, ma sì, sei anni fa, loro erano andati in delegazione, insieme alla regina, sì, alla regina d'Olanda, quando lo racconto, fuori del mio paese, nessuno ci crede, ma dalle nostre parti è cosi: la famosa democrazia olandese, bellezza, che consente a una famiglia altoborghese come tanti altri di frequentare la famiglia reale, ebbe? Erano stati olimpionici loro due, mio padre e mia madre, voglio dire, olimpionici di vela, e così gli toccavano tutte le Olimpiadi, nella delegazione d'onore. Io ero rimasta a casa.
«A casa? I tuoi tre fratelli sono insieme a noi e tu da sola a casa? Non se ne parla neanche».
Mio padre mi sfidava con lo sguardo. Cercava di fare il severo, ma con me non c'era mai riuscito. Ero l'unica figlia femmina, ed ero identica a mia madre da ragazza. Lui l'aveva amata e l'amava come il primo giorno, mia madre, due fidanzati erano, quei due. Guardava me ed era lei che vedeva: «Dolcezza, ti prego, vieni con noi, sei piccola e fragile come una bambina. Vieni insieme a noi, così la mamma sta tranquilla e siamo tutti felici e contenti».
«No, non puoi obbligarmi, se non voglio».
«Sai che posso, se voglio. Elke, non sei maggiorenne, ricordatelo».
Sapevo come convincerlo. Lo abbracciai forte forte, lo stordii di paroline dolci, gliele sussurravo all'orecchio, tenera tenera, e lui si scioglieva come il soufflé di formaggio della nostra cuoca, se non faceva in fretta a portarlo in tavola. Devo studiare, papa, lasciami a casa. Non ne posso più di questa vita da signorina. Lasciami provare. Voglio andare in America, o anche in Inghilterra, se l'America ti pare troppo lontana, in un college, che ne so. Voglio studiare arte, lo sai che è la mia unica passione, no?
«Ma che idee ti vengono in testa? Hai finito le scuole, sposati e sarà tuo marito ad accompagnarti per i musei in giro per il mondo, potrai fare scorpacciate di viaggi e di arte...».
«Spòsati? Ma io non ho voglia di sposarmi, che ti viene in mente? E con chi poi?».
«Gli ammiratori ce l'hai a frotte. Il 2 aprile compi diciotto anni, diamo una grande festa, invitiamo tutti i figli dei nostri amici, e pure i figli e i nipoti della regina, e vedrai...».
«E io col vestito da scema e i tacchi a spillo e un cartello al collo: sono in vendita, eccomi qua, al migliore offerente».
«Non dire stupidaggini e ascolta. Tua madre aveva diciotto anni quando mi ha sposato ed era già una donna, proprio come te, e bella come te, i tuoi capeìli aveva, il colore di perla della tua pelle, che ad accarezzarla sfioravi il paradiso...».
Si era già sciolto, eccolo qua. Mi lasciavo accarezzare paziente le guance e la fronte. Sapevo che potevo chiedergli il mondo e l'avrebbe messo davanti ai miei piedi: «Papino, ti prego, lasciami a casa e farò tutto quello che vuoi, la festa
dei diciotto anni, il vestito da scema e tutto il resto...».
«Ma un mese è lungo, chi si curerà di te?».
«Stai tranquillo, papà. Non mi serve niente. Me ne starò buona buona a casa. A leggere, studiare, qualche amica... Nina si occuperà di tutto, convinci tu la mamma, paparino dolce, ti prego...».
Mio padre si fidò e fece malissimo, perché tre giorni dopo che erano partiti tagliai la corda e me ne andai a Parigi. Istruii ben bene Nina, che era la mia vecchia governante, mi voleva bene come una figlia e mi aveva dato tutti i baci e le carezze che mia madre mi aveva negato: doveva avvertire mio padre soltanto due giorni dopo che me n'ero andata, ti raccomando Nina, non mi tradire, lasciagli godere in pace la parata d'onore per l'inaugurazione dei giochi, laggiù a Roma, che sennò, lo sai com'è lui, molla tutto per corrermi dietro.
Infatti: riuscì non so come a rintracciarmi in una pensioncina a Rue de Bac, venticinque franchi a settimana, prima colazione puntuale alle sette, bagno in comune e alle otto fuori dai piedi fino alla sera che la stanza serviva alle coppiette a ore. Mi chiamò da Roma al telefono e le sue urla arrivavano fino alla Tour Eiffel: «Sei un'ingrata, tu, una figlia persa. Anzi non sei più nostra figlia, non metterai più piede in casa nostra, tua madre è stata male per te e io non posso perdonartelo... noi non ti conosciamo più, non abbiamo più una figlia, scordati i nostri soldi e non farti più viva, capito?».
Era quello che volevo. Cambiai alloggio due o tre volte, la mattina me ne andavo per musei e gallerie, mi divorai con gli occhi tutta l'arte contemporanea che c'era a Parigi e la sera facevo la cameriera in un locale al Quartiere latino, le mance erano generose e gli inviti degli uomini pure, qualche volta li accettavo, cosi, per gioco e curiosità. Passati più o meno due mesi, una mattina, mentre me ne stavo al sicuro in una specie di locanda dalle parti della gare de Lyon, sentìi due tocchi leggeri alla porta. È la padrona, pensai, vorrà comunicarmi qualcosa, una telefonata, un biglietto di qualcuno degli uomini che mi ronzavano intorno, aprìi la porta mezza addormentata ed era mio padre, furibondo: «Vestiti e torna a casa. Ti do dieci minuti, raccogli la tua roba, io ti aspetto al caffè qua sotto. Se fra dieci minuti non sarai scesa, vado alla gendarmeria. Sei minorenne, e io della tua vita faccio quello che voglio. Tua madre è stata male. Al cuore, per te. E io non consento a nessuno di farla soffrire, neanche a te. Sono io il padrone della tua vita. Pa-dro-ne, hai capito?, della casa, dei soldi e di tutti e quattro voi figli finché non siete maggiorenni. Mettitelo bene in testa una volta per tutte».
Non aveva mai parlato così, e con quel tono, poi. Provai a buttargli le braccia al collo, sapevo che se fossi riuscita a sussurrargli all'orecchio che gli volevo bene avrei ottenuto qualunque cosa. Niente, fu irremovibile. Una statua di sale. Non ebbi mai il coraggio di chiedergli come aveva fatto a trovarmi.
«E’ libberu, ddhu postu, signurina?».
Non capisco niente, solo una cantilena gutturale e scura scura, ma capisco tutto: è libero, le facciocenno, si accomodi pure. Lei è una donna anziana, avrà sessant'anni, è piccola e ben fatta, il collo lungo e l'andatura elegante, esercitata a
portare pesi sulla testa, perché si libera senza sforzo di una gerla piena piena di nonsocosa, coperta da uno strofinaccio a quadroni, e la deposita nel mezzo dello scompartimento. Non la perderà mai di vista. Poi recupera la coroncina di
stoffa che aveva sul capo e la conserva gelosamente dentro la borsa, allarga la sua gonna a quadretti arricciata e lunga fino ai piedi, si accomoda sul sedile e con la sua mole ingombrante occupa almeno due posti dello scompartimento
di seconda classe che è stata la mia camera da letto puzzolente per una lunghissima e scomoda notte. Il suo viso è bello, bruciato dal sole e pieno di rughe. Guardo a bocca aperta la sua pettinatura: i capelli tirati dietro e raccolti in una treccia
sottile rigirata intorno alla testa e che le trattiene i capelli come un cerchietto. Mi sorride, farfuglio qualcosa, lei mi chiede in inglese approssimato:
« You... you come from?».
«Conosce l'inglese?».
«Un po'. Sono stata quasi trent'anni in America, vicino Chicago».
Il suo inglese è approssimato e infantile, ma possiamo comunicare benissimo: «Io sono olandese. Olanda, conosce?».
«Sì, in America ce n'erano tanti, di olandesi. Era olandese la padrona del drugstore vicino casa, era amica mia».
«E adesso? Dove vive, adesso?».
«Adesso sono tornata a casa mia, a Bagnara. Hai visto quel paesino che abbiamo lasciato poco fa, coi tetti rossi che scendono verso il mare? Era Bagnara, quello. Non ne potevo più dell'America, di mio marito e di tutto il resto. Mi capisci, tu, no?».
«Certo che ti capisco. Cosa facevi in America?».
«Lavoravo in una fabbrica di tabacco. E lui faceva il muratore. È partito prima lui, e io quando ho potuto gli sono andata dietro».
«E poi?».
«Ecco, vedi, sono tornata io da sola. Non ne potevo più. Lui aveva un'altra donna e io m'ero stancata di sopportare... ma vedi, non erano le corna a farmi soffrire. Le avrei sopportate se fossi stata sua moglie. Una moglie cornuta vabbé, ma un'amante... alla prima occasione sono tornata».
«La prima occasione?».
«Sì, mia madre stava male, sono venuta ad assisterla. Lei è morta e io non mi sono più mossa dalla nostra casa. Mi sono messa i suoi vestiti e ho continuato a fare quello che faceva lei. Vado a Messina e vendo tutto quello che produce il mio giardino».
«Giardino?».
«Sì, insomma, il mio orto, noi i giardini li chiamiamo così».
«Perché fino a Messina?».
«Perché vado lì a prendere il sale... di contrabbando, sì, insomma, ho detto un parolone... il sale in Sicilia è senza tasse e costa due lire, io lo compro e poi lo rivendo al mio paese... e non ci vado senza niente all'andata, capisci... sarebbe un viaggio perso...».
«Come ti chiami?».
«Mi chiamo Nunzia».
«E io Ela».
«Vuoi un po' di caffè, Ela?».
«Sì, amica mia. Sei un angelo, tu. Chi t'ha mandata?».
Nunzia s'è assopita, m'ha detto che stamattina s'è alzata alle tre, il giardino è tutto sulle sue spalle, era buio quando è andata a raccogliere le olive, ma non serve la luce per vederle, le mani sanno dove devono andare, quei veli sul terreno
che ho visto nei campi passando sul treno? No, lei non li usa, le olive se cadono a terra diventano acide, e le sue invece sono perfette e dolcissime, raccolte ad una ad una, buone per metterle in salamoia. Le chiedo se in America portava il suo costume così bello, con la gonna arricciata e col corsetto, mi dice di no, sono stata costretta a mascherarmi, dice proprio così, "mascherarmi", lì, perché quando non stai a casa tua meno ti fai notare e meglio stai, ma appena sono arrivata, ecco qua, sono tornata quella che ero, quella che sono: Nunzia, anzi 'gnura Nunzia mi chiamano tutti, perché adesso sono vecchia e merito rispetto.
Passano due minuti e ha già gli occhi spalancati.
Col suo inglese da bambina dell'asilo m chiede finalmente dove vado.
«A Mammola, vado. Conosci?».
«Sì, da Bagnara ci andavamo a piedi quando ero ragazzina, io e mia madre, partivamo alle due di notte, attraversavamo la montagna e arrivavamo che il sole era già alto, con le ceste del pesce...».
«Da sole? Non avevate paura?».
«Le donne dì Bagnara sono famose da queste parti. Non hanno paura di niente, loro, lavorano come muli e portano soldi a casa».
«E gli uomini?». «Gli uomini vanno a pescare, e quando il mare è cattivo diventano tristi e se ne stanno a tetto tutto il giorno».
«Vuoi sapere perché vado a Mammola?».
«È facile indovinare. Un uomo, no? Stai andando a cercare un uomo. Anch'io ho fatto così, quando avevo la tua età, e il mio viaggio è stato più lungo assai del tuo. Diciassette giorni ci ho messo col vapore. Da Napoli, si partiva, e non si arrivava più. Ah, gli uomini... stai attenta a quelli calabresi. Per loro sono tutte puttane le donne. Puttane o sorelle. Solo le sorelle loro rispettano».
Ha ragione Nunzia. In fondo sto facendo quello che ha fatto lei. Sto inseguendo l'uomo che amo.
Lui mi ha detto che vuol tornare a vivere dov'è nato, se lo seguo bene, sennò lui ci torna lo stesso al suo paese, col cuore trafitto, ma ci torna. Dice che ha già trovato un posto bellissimo, vicino al suo paese, dove potremmo costruire una casa, uno studio per lavorare, la nostra vita. Dice che è su una collina che guarda una fiumara che si chiama Torbido, e che ci sono dei ruderi bellissimi, e che chissà cosa nascondono ancora gli sterpi e le erbacce. Doveva esserci un insediamento bizantino, un monastero, oppure una grancia, insomma, una specie di fattoria-azienda per i monaci.
Ditemi che sono sveglia e che non sono impazzita: sto andando da un uomo conosciuto... quante settimane fa?,., tre, quattro, e a vedere dei ruderi su una collina piena di sterpi dove noi potremmo...
Mamma mia che bello che è 'sto mare, i mille sorrisi delle onde. Chi l'ha detto?, mah, chi se lo ricorda. È proprio così. È un mare increspato e pieno di brividi, ma è sereno. Il nostro, lassù, è gonfio di vento, sempre.
E quelle isole... Quante sono che non riesco a contarle? Appaiono e spariscono. Le vedo e poi si nascondono, io non sapevo che davanti alla Calabria ci fossero isole. E quella... quella ha un pennacchio, fuma: è un vulcano, allora. Non voglio svegliare questa poveretta che è stanca morta per chiederglielo. E 'sti colori... un azzurrino così delicato io non l'ho mai visto. Trasparente, attraversato dalla luce. Solo con gli acquerelli puoi cercare d'imitarlo. Coi colori a olio è impossibile. Lui m'ha fatto il disegno del mio viaggio fino a qua, ha disegnato Roma con San Pietro e le colonne e ci ha scritto ore 19, poi un treno lungo lungo che viaggia nella notte e l'alba che nasce sul mare e una stazione piccola piccola coperta di fiori, che fiori sono questi? buganvillea, come?, mai visti, ripeti: buganvillea, con scrìtto Reggio Calabria ore 6, non scendere lì, prosegui fino alla stazione centrale, altro disegno, una specie di mostro di marmo, e io gli ho detto: sì, la mappa del tesoro, e lui m'ha risposto, sì proprio così, vedrai che troveremo insieme un tesoro io e te laggiù. Ma come, mi sono detta, non sono io il tesoro, non siamo noi il tesoro, non l'abbiamo già trovato, tu me e io te? Intanto sono le otto e io non so dove sono.
Dio mio, che meraviglia, che meraviglia.
Che posto è questo? Che cos'è questo leone di pietra accucciato sul mare che si porta sulla groppa queste casine piccole piccole e colorate e se ne sta a guardare dall'altra parte del mare quella lingua di terra azzurrina che si ritrae per non essere aggredita? Ma... ma... non sarà la Sicilia, quella, e questa, questa, che cos'è questa meraviglia?
«È Scilla, Ela, è Scilla».
«E quella terra davanti allora è la Sicilia?».
«È la Sicilia, Ela, è la Sicilia».
Ero andata dalla mia amica Trude, a Zurigo. In realtà andavo sempre da qualche parte, in quel periodo, non avevo pace. Lei aveva una piccola galleria d'arte ricavata dentro un appartamento. Anche a Parigi, dove ero tornata da otto mesi
dopo aver girato mezzo mondo, se ne cominciavano a vedere di gallerie fatte così. Alternative, si diceva. Il Sessantotto era già nell'aria e tutti avevano voglia di rinnovare tutto. Erano ricavate dentro mansarde o ex depositi, o addirittura al-
l'interno di cantine male illuminate. I luoghi-santuario venivano profanati; bisognava restituire l'arte alla gente, ma, nello stesso tempo, le opere d'arte non dovevano più essere massificate, o, peggio, considerate mercé. Basta con gli spazi espositivi dentro i negozi, con tanto di vetrine, di prezzi appiccicati alle opere e tutto il resto.
Anch'io avevo in mente di allestirne una, dì galleria, alternativa, ecco l'ho detta anch'io la parola magica, a Parigi, o forse a Londra, chissà. Ero fuori casa ormai da quattro anni senza nessun'altro dio né religione che non fosse l'arte.
Avevo girato tutti i musei d'arte contemporanea d'Europa e d'America, avevo conosciuto artisti e galleristi, avevo fatto un corso di grafica a New York e uno di scultura a Parigi, avevo lavorato come organizzatrice di eventi d'arte e avevo persino posato come modella. Per gli artisti, naturalmente: ero minuta e aggraziata, dicevano che avevo un corpo di proporzioni perfette, grandi seni larghi e fianchi stretti da ragazzo, ed ero richiestissima. Mi capitava persino di entrare in una boutique a provare qualcosa e di essere ingaggiata seduta stante per indossare vestiti e pellicce per le signore ricche che facevano compere in grande stile. Mi facevo pagare in natura - gonnoni gipsies e mantelli, allora vestivo cosi,
e con le opere dagli artisti. Avevo già una buona collezione, assai volatile in verità, perché coi quadri mi sfamavo e pagavo l'affitto. L'arte con l'A maiuscola mi annoiò quasi subito, erano i giovani artisti a incuriosirmi.
«Trude, che si muove, qui? Fammi conoscere qualche artista giovane, di quelli fuori dai circuiti, voglio dire, quelli che inventano, insomma, che sperimentano».
«Qui è un porto di mare, c'è di tutto. Ci sono soprattutto tanti soldi e arrivano artisti da ogni parte del mondo».
«Io voglio lavorare con quelli che nessuno ancora conosce, quelli fuori dai circuiti...».
«C’è un italiano che espone qui in questi giorni, a "L'arche", vicino alla Banhof. Io non ho ancora visto le sue cose, dicono che sono bellissime. Tutti i giornali ne parlano».
«Sono olii?».
«Credo, ma particolari. Guarda questa foto. Vedi? Enormi totem coloratissimi: l'uomo e la donna, la donna e l'uomo. Lui, lo vedi?, è questo qua. Un gigante di quasi due metri, bello, no?, e loro lo sovrastano. Un'ossessione. Li chiama "Archetipi"».
«Beh, interessanti».
«Qui a Zurigo non si parla d'altro».
«Accidenti, e che saranno mai...».
«No... è che è successa una cosa strana. La sera del vernissage, una principessa russa che sta qua... in esilio, sì, in esilio, c'è poco da ridere, in Svizzera succede di tutto, beh, insomma, piena di soldi, sai, di quelle un po' mecenati...».
«Beh?».
«E’ andata a vedere questi "archetipi" in anteprima, fa sempre così, voleva acquistare qualcosa...».
«E allora?».
«E’ crollata stecchita lì davanti, insomma svenuta davanti alle opere, o davanti a lui, che ne so. Dicono che sia bello come il sole, beh, d'altra parte l’ai visto... e che lei abbia perso la testa».
«Voglio conoscerlo, questo fenomeno... Da dove hai detto che viene?».
«Dall'Italia, dal Sud d'Italia credo».
«Come si chiama?».
«Si chiama Kromo».
«Che nome buffo».
«Mah, dice che vuol dire qualcosa che assomiglia a "colore"».
«Sarà un nome d'arte...».
«Credo, ma non è questa la cosa più strana».
«Cosa?».
«È sordomuto».
«Chissenefrega. io non so una parola d'italiano. Con lui sono sordomuta anch'io».
Mi vestìi di bianco, e di che altro colore, sennò?, era il mio periodo bianco, quello, teorizzavo che i colori mi venivano da fuori, dall'esterno, insomma, e che erano così forti e intensi che me ne dovevo difendere e che la mia anima era
candida come quella di una colomba, e forse era proprio così, avevo ventidue anni, e il mondo era un mare in tempesta di informazioni, sensazioni ed emozioni. Così tante che quando erano troppe dovevo smaltirle con un sonno lungo lungo, che poteva durare anche due notti e due giorni. Clic, spegnevo la luce e il bianco diventava nero nero, che in fondo è la stessa cosa, senza colori, cioè, e così sia. Insomma, un abito lungo di garza bianca, avevo quel giorno, e un grande cappello di paglia bianca e una specie di bisaccia a tracolla. Bianca, naturalmente.
I suoi archetipi erano rossi di sangue e neri d'inchiostro. Ed enormi. Enorme era anche lui, e solo solo con le sue ossessioni quando io arrivai. Bello come un dio greco, più bello di un dio greco. Non avevo mai visto un uomo come lui, eppure mi pareva di conoscerlo già. Dicono che sia proprio questo il segno di un grande amore che comincia: la sensazione di ri-conoscere qualcuno che vedi per la prima volta. Non poteva non notarmi, e io l'avrei notato in mezzo a una folla. Sembrava che mi aspettasse, e che mi aspettasse da lungo tempo, così se dovessi descrivere con una qualche ragionevole approssimazione la sua espressione quando mi vide, direi che fu di sollievo, sì, come se la sua lunga attesa fosse finalmente finita, e quasi di rimprovero, per aver fatto tardi. Aveva fretta di mostrarmi, di farmi vedere, di collocarmi nello spazio vuoto della grande galleria e della sua vita. Mi venne incontro, no, non mi abbracciò, né mi
diede la mano, se ci penso credo che non mi abbia neppure sfiorata, quella mattina, ma mi prese con sé, mi prese, ecco, insomma, mi sentìi presa da lui mentre a modo suo, coi gesti, con gli sguardi, con strani suoni gutturali in un italiano
misto di inglese e francese che incredibilmente comprendevo benissimo, mi spiegava i suoi archetipi. Ho detto "spiegare" ed è inesatto: lui mi portava attraverso le sue opere, disegnava percorsi, itinerari, progetti. Le percorrevo insieme a lui, mi tuffavo nei colori, riemergevo attraverso i confini delle linee, mi perdevo nella prospettiva, mi lasciavo catturare spaurita dal mistero del non finito. Tu Olanda, mi disse, io Calabria. Tu lascerai l'Olanda e verrai in Calabria. Calabria? Non sapevo neanche che esistesse allora, non sapevo che sarebbe diventata la mia meta e la mia terra. Il mio viaggio per territori sconosciuti e inesplorati cominciava quel giorno, dentro una galleria di Zurigo, davanti agli archetipi di Kromo. Erano un uomo e una donna i suoi archetipi, stagliati nello spazio come santuari innalzati non agli dei, ma all'umanità, imponenti come totem africani, impauriti come bambini spersi. Un uomo sempre vicino a una donna. Insieme, ma terribilmente lontani l'uno dall'altra.
Incontrarci fu la cosa più naturale che potesse capitarci, e così, da allora, fu naturale non lasciarci più.
«Come ti chiami?».
«Mi chiamo Ela».
«Che nome strano, che vuol dire Ela?».
«Non si traduce, non si può tradurre. È Ela e basta».
«Da dove vieni?».
«Sono olandese».
«Non ho mai visto una pelle così candida come la tua. Sei fatta di luce, tu. Sei come l'angelo che porta la buona novella. Cos'hai da annunciarmi?».
«Io sono, questo solo ho da dirti».
«Dimmi che sei per me».
«Io sono»,
«Io e te faremo grandi cose».
«Sei tu, adesso, che annunci a me».
«Io ti sento».
«Come fai a sentirmi?».
«Io sento quello che gli altri non sentono».
«Che cosa senti?».
«Io sento lontano. E tu...».
«Io?...».
«Tu vieni da lontano. Tu sei lontana. E io ti porterò ancora più lontano».
«Dov'è "lontano"?».
«Ti porterò da dove sono venuto. Ti porterò dove non sai».
«Che posto è la tua terra?».
«È un posto lontano da tutto, dove le montagne sono impastate di conchiglie, i fiumi un tempo erano navigabili e adesso sono diventati secchi, i boschi nascondono laghi e prati verdi, basta cercarli, l'aria è trasparente e profuma di limoni e lo scirocco grida nelle notti senza luna».
«Chi abita nella tua terra?».
«Uomini e donne che sbarcarono lì da un'astronave, tanto e tanto tempo fa».
«Un'astronave?».
«Ti porterò a vedere. Ci sono ancora i loro resti, dentro la montagna».
«Chi erano i loro dèi?».
«Era, la dea della terra e Proserpina, la dea della morte. E Apollo, il dio della poesia. Ti porterò a vedere i loro templi».
«Io e te faremo grandi cose».
«Sei tu, adesso, che annunci a me».
«Ho sempre pensato che se io fossi stata Maria mi sarei innamorata dell'Angelo che mi annunciava di Dio, prima ancora che di Dio».
Prese il suo blocco di fogli bianchi, e cominciò a farmi il ritratto. Prima, come in un'opera astratta, cominciò a scomporre la mia faccia. Disegnò delle mandorle, appena sbucciate e scrisse accanto che erano i miei denti. Poi i miei zigomi pronunciati e posti in alto al lato del viso oblungo; li accarezzavo mentre lui li guardava: erano come quelli dei mongoli, secondo lui, da molto più a nord dell'Olanda la mia famiglia sicuramente arrivava. Poi disegnò tante facce, con gli occhi che atteggiavano diverse espressioni: la gioia, lo stupore, la rabbia, il dolore. Solo la mia bocca rimaneva ferma, rigida, uguale a se stessa. Il mistero delle donne egiziane, scrisse su un foglio, che sorridono senza increspare le
labbra.
Stavo già posando per lui e non lo sapevo.
«Ferma, non muoverti».
«Non ce la faccio, mi viene da ridere».
«Stai buona, guarda il tuo naso».
«Come faccio a guardare il mio naso?».
«Pensa a qualcosa che ti dà serenità».
«Niente mi dà serenità».
«Tutti sanno essere sereni».
«Odio la parola "serenità"».
«Tutti vogliono essere sereni».
«La serenità assomiglia alla morte».
«Che cosa allora assomiglia alla vita?».
«La lotta».
«Sorridi come prima».
«Sono già stanca».
«Di lottare, sei stanca?».
«Lottare non mi stanca. È l'attesa della lotta che mi consuma».
Non ero una brava modella. Avevo sempre prestato il mio corpo agli artisti per cui avevo posato, ma il mio viso mai. Lui era l'unico che il mio viso, invece, voleva, ed era come se volesse rubare la mia anima, e io mi ribellavo. Disse che era impossibile fermare la mia espressione, che tentavo di sfuggirgli dalle mani come una libellula presa per le ali e che dovevamo rivederci presto, perché lui voleva finirlo, il mio ritratto, anzi doveva, perché, era sicuro, ci sarebbe riuscito.
Camminammo a lungo per le stradine del centro e lungo il fiume. Era di martedì e, secondo l'uso degli Svizzeri, tutti quelli che avevano roba di cui disfarsi - vecchi mobili, masserizie, libri, indumenti, giornali - l'avevano collocata in bell'ordine davanti ai portoni delle case. Chi voleva, poteva portar via qualcosa, non si pagava nulla. Era notte fonda quando finimmo di girellare tra i rifiuti: vecchi frigoriferi, divani sfondati, scaldabagni rotti.
«Guarda, è bellissima, portiamola via»,
Era una cornice vuota, rotonda, istoriata, di legno antico.
«Ci metteremo dentro il tuo ritratto».
In mezzo a quei pezzi d'interni sconosciuti, stralunati e surreali, così in ordine e così fuori posto, sui marciapiedi di una notte che pareva quel quadro di Magrìtte, L'impero delle luci, mi pare, coi palazzi scuri scuri di Zurigo e il cielo pieno del sole della sua Calabria che lui mi raccontava, nasceva il nostro amore.
Quando la Sicilia è così vicina che ti pare di poterla toccare - quella è Messina? sì, è la periferia, e quel laghetto?, si chiama Ganzirri, è proprio sulla punta - e il treno incontra le prime case di Villa San Giovanni - eccola, Kromo l'ha segnata sulla sua cartina del tesoro, sono vicina finalmente a Reggio -, Nunzia tira fuori dalla borsa la sua coroncina dì stoffa e se la mette in testa, si china a prendere la cesta piena dei prodotti del suo giardino e inarcando il busto che con un guizzo sapiente diventa dritto come un fuso, se la mette in testa. Scrivo il suo indirizzo: Nunzia Ga... come hai detto?, Gangemi, contrada Canneto, 5, Bagnara, io non ho nessun indirizzo, so solo che andrò a Mammola, è un po' poco, lo so, verrò a trovarti, di sicuro, come faccio a dimenticarmi del tuo caffè, come faccio?, fatti abbracciare, buona fortuna.
Prendo anch'io la mia sacca, la mia valìgia e tutto il resto e vado in testa al treno verso gli scompartimenti per Reggio. In corridoio un signore, alto, chiaro di pelle e biondo di capelli, potrebbe essere un olandese, penso, di una cinquantina
d'anni, mi da una mano:
«Va anche lei a Reggio?».
«Sì, Reggio...».
«Venga l'accompagno».
«Lei conosce perfettamente l'inglese...».
«Sono un professore di greco. Ma so anche l'inglese. Strano, no?».
«No, non è strano. È una fortuna, così mi dà una ano, le chiedo un po' di cose...».
«E lei? Di dov'è lei? Non mi pare inglese dal suo accento...».
«Sono olandese».
«Di dove? Sa che ci sono stato io in Olanda?».
«Davvero? È così raro conoscere qualcuno che è arrivato fin là...».
«Hilversum... tra Amsterdam e Utrecht, sa?».
A Hilversum la mia famiglia abitava nella villa più antica e più bella della cittadina, che, diceva mio padre, nel 1700, quando fu costruito il palazzo, a tre piani e con un grande parco intorno, era fatta di poche case sparse nella campagna e che era cresciuta, a metà del secolo scorso, intorno alla cittadella della televisione.
Adesso, dalla stazione fino a Palazzo Brugen, era una scacchiera di villette a tre piani, apparentemente diseguali nei colori o nelle decorazioni, o nelle piante che le circondavano, ma assolutamente identiche nella concezione di abitazioni perbeniste e piccolo-borghesi. Soggiorno a vetri a pianterreno, primo piano con due finestrone senza tende, mansardina aggraziata e curvilinea a coprire le casette, tutte vicine e tutte rigorosamente separate tra loro, perfettamente riverniciate e periodicamente ristrutturate. E intorno giardinetti perfetti e ben tenuti: tappeti di erbette, rosai perfettamente potati, tulipani smaglianti. L'insieme era grazioso e lindo, carino e pittoresco. Perfetto. In una parola: insopportabile.
Odiavo quel paesaggio cosi tipicamente "olandese" così come odiavo la puntualità e le simmetrie, le regole e le finte armonie. Sapevo quanta malinconia ci fosse dentro quelle case, quanta finta rispettabilità, quanto dolore. Pensavo alla mia cittadina ricca e ben nutrita, dove funzionava tutto, dagli asili ai mezzi pubblici, dalla raccolta dei rifiuti alle case per anziani e sbadigliavo. Forse proprio dalla prevedibilità e dalla noia ero fuggita, poco prima che i miei organizzassero la festa dei miei diciotto anni e l'ingresso ufficiale in società. Insomma l'ingresso in una vita che era già la prova generale della morte,
Lì paesaggio, qui, era un pugno nello stomaco. Stavo con la faccia appiccicata al finestrino del mio scompartimento, e mi sfilavano davanti scheletri di case non finite, costruzioni a tre, quattro, persino cinque piani piazzate praticamente sulla battigia, cantieri in mezzo a boschetti di aranceti, case tirate su con lo stile senza stile dei geometri di paese, il verde intorno alle abitazioni mortificato, costretto, quasi inesistente, intonaci già sfatti prima di essere rifiniti, armature a cielo aperto che sfondavano i terrazzi, panni stesi svolazzanti negli appartamenti non finiti. Brutto, si direbbe, tutto molto brutto, ma io sento che c'è un'anima dentro questo paesaggio di cemento, che mi respinge e che mi attrae spaventosamente.
L'avrei capito qualche tempo dopo, parlando con la gente, conoscendola, viaggiando nel Mediterraneo, in Marocco, in Siria, in Palestina. Avrei capito dopo che le case non finite corrispondono a una vita che si cerca di far sbucare dai confini, temporali e geografici, ne abbraccia mille altre e sfiora l'infinito. E’ il sogno e non è l'oggi, è il mondo grande che si apre fuori della prigione del presente. È l'immaginazione ed è l'idea. Sono le case degli emigranti, quelle case, costruite pezzetto dopo pezzetto, coi soldi sudati, coi soldi stranieri. Germania, Svizzera, America, Australia. Sono case pensate per una famiglia che si immagina allargarsi e moltiplicarsi. Al primo piano ci andrà mio figlio, al secondo il figlio di mio figlio, al terzo, poi si vedrà. La casa che è il futuro, il domani che è progetto, il tempo che è eternità.
Avrei capito dopo perché i paesi e le città, da queste parti, crescono e si moltiplicano soffocati di cemento, le case attaccate l'una all'altra, senza fiato, senza respiro, senza spazio, senza verde. Il verde così amato dai miei connazionali
Olandesi, e da tutte le popolazioni nordiche, qui puzza di miseria, di privazioni, di fame. Verdi erano gli orti, qui, e bisognava buttarci l'anima perché restituissero frutti, strapparli al caldo torrido dell'estate e dissetarli goccia a goccia come bambini disidratati. Verdi erano gii ulivi, e bisognava creparci dietro, ore e ore con la schiena piegata a
terra, mangiarsela a fauci piene quella terra e bersi con l'anima l'umore dei frutti per acchiappare due soldi dai padroni. Verdi erano le viti, e bisognava terrazzarle con le mani pezzo dopo pezzo le colline che scendevano verso il mare e fermarle ogni terrazza a una a una con le pietre e i ciottoli, perché non scivolassero giù. Il sudore e le lacrime le rendevano fertili, quelle terre.
Che cosa è brutto? che cosa è bello? Bello è un paesaggio quando ha l'anima, dentro.
Qui tutto mi parlava. E cominciò a parlarmi pure il professore, che, guarda guarda, mi dicevo, ha qualcosa che assomiglia un po' a mio padre, forse il colore della pelle, o gli occhi che diventano stretti stretti quando mi sorride:
«Scende a Reggio, signorina?».
«Sì. Dovrei trovare un treno che mi porta fino a Giojosa... e poi di là fino a Mammola»
«Mammola? Cosa ci fa una ragazza bella come lei in un paesino piccolo piccolo come Mammola?».
«Mi aspettano...».
«Il suo fidanzato?».
«Mah,  sì,  non so,  non  mi piace chiamarlo così... ».
«Mi aspetta Kromo, è il mio uomo, è un artista, è di là».
«Che nome strano, un nome a colori... e dove l'ha conosciuto, lei, questo artista calabrese?».
«È una storia lunga. Stiamo per arrivare, no? Non c'è tempo per raccontargliela».
A Reggio il treno entrava dentro la città, sul Lungomare bellissimo, lì, davanti a Messina. Mi sembrava d'essere a Nizza, o a Montecarlo. I palazzi art déco, le palme, le magnolie. Il treno rallentava e tutti erano affacciati ai finestrini, davanti allo spettacolo di una città, lì sul lungomare, coi palazzi anni venti, coi palazzotti liberty affacciati su1 mare e le carrozzelle coi cavalli che facevano da taxi. Da una parte il mare ondulato dello Stretto e un vulcano, è l'Etna, sa, quello, che se ne sta a sfumacchiare tranquillo, e dall'altra i giardini degradanti lungo il mare, è il chilometro più bello
talia, lo sa?, così l'ha definito Gabriele D'Annunzio, il poeta, do you know D'Annunzio? Era una città unica, a entrarci così, col treno che l'attraversava lento lento, e piena di cantieri, lo chiamano il boom edilizio, lo sa, signorina, buttano
vecchie case, le poche rimaste in piedi dopo il terremoto, quello terribile, sa, del 1908 e ci fanno palazzoni, è un delitto, un delitto... basta scalfire la terra con un'unghia e saltano fuori reperti incredibili, qui c'era la Rhegion calcidese, lo sa?
L’altro giorno, proprio in quel cantiere, quello in piazza, davanti alla stazione piccola, hanno trovato un paio d'orecchini spettacolari, davvero... hanno bloccato i lavori per una settima e in una notte le fondamenta hanno seppellito tutto,
chissà quali tesori son rimasti lì sotto.
Ero stordita dalla bellezza, dai profumi, da quello che vedevo e da quello che solo immaginavo. Peccato che il mio treno fosse arrivato con tre ore - tre ore?! - di ritardo e che dovevo aspettarne altre tre per acchiappare la coincidenza per la
Jonica.
Il professore aveva deciso di adottarmi. Era paterno, ma sì. doveva avere più o meno l'età di mio padre, e anche galante.
«Aspetto con lei, sa? E imprudente per una ragazza così bella, starsene qui da sola, tre ore, alla stazione...».
«Ma... lei avrà i suoi impegni, no?».
«Faccio una telefonata e me ne libero. Stia buona qua e ordiniamo qualcosa, arrivo subito...».
Mi lasciò lì al bar della stazione, tutta marmi grigi e severi, credo di epoca fascista, pretenziosa e forse spropositata per una città che all'epoca contava non più di centomila abitanti. Scoprii dopo che "la ferrovia" era l'industria di stato più fiorente della città, anzi l'unica, che c'erano interi quartieri "di ferrovieri" e che sposare "un ferroviere", che fosse l'ingegnere capo del compartimento o l'ultimo manovale incrostato di carbone, era il sogno delle ragazze reggine: dava la sicurezza di uno stipendio e una casa certa. Il professore ordinò per me il thè al limone più buono del mondo con
una brioche fragrante e profumata, che mai in vita mia ne avevo mangiata una cosi. Mi sembrava una favola, un mondo di favola, quello in cui ero entrata. Comunque fosse andato il seguito delle storia, l'Africa, come diceva mia madre, era piena di profumi, di colori e di promesse.
«Ho trovato un'automobile. L'accompagno io. Le strade non sono granché, ma in due ore, massimo due ore e mezza arriviamo. Non mi ha detto neanche come si chiama...».
«Ela, mi chiamo Ela».
«E io Pietro».
Inutile schermirsi o protestare, aveva deciso così, e io gli dissi che un olandese non sarebbe stato mai così gentile da abbandonare i suoi impegni per una ragazza in fondo appena conosciuta, e lui mi disse l'ospitalità greca, ne ha sentito parlare?, noi siamo fatti così, lo straniero per noi è sacro. Caricò i miei bagagli su una vecchia millecento rimediata in meno di mezz'ora e, lasciando Reggio a sud, attraverso una serie di quartieri di periferia di case basse e mezze diroccate, alcune con ancora visibili i segni della guerra, mai visto roba così, i segni delle esplosioni sui muri mai ristrutturati, no, sono tracce ancora più antiche, mi spiegò il professore, le ha lasciate il terremoto, più di cinquant'anni fa, prendemmo una strada bellissima, che costeggiava il mare da una parte e filari sconfinati di agavi e fichidindia polverosi dall'altra, e man mano si allontanava dalla visione celeste della Sicilia per inoltrarsi in un mondo liquido di azzurro, dove mare e cielo infrangevano i confini.
«Amore a prima vista? mah, non so cosa vuol dire "amore". Curiosità, bellezza, progetto, divertimento. Questo è amore? Per me amore è qualcosa che è il contrario della noia. E con lui non mi annoiavo, non mi annoio. Quella notte a
Zurigo, la nostra prima passeggiata in mezzo alla roba vecchia, sì, gliel'ho detto, fu una delle notti più belle della mia vita. Volavo. Camminavo leggera a un palmo dalla terra, ed era lui, così alto, così misterioso, così inaccessibile, a farmi volare. Ora lei, professore, magari pensa: un uomo forte, bello, sordomuto e una ragazza giovane, ma sì, bella, tutti dicono così, olandese... sì, insomma, voglio dire, due che si piacciono e che non possono comunicare tra loro con le parole... chissà che passione sconfinata si sarà scatenata tra quei due... in fondo eravamo liberi, senza pregiudizi e forse già un pochino innamorati... Niente di tutto questo... Non si scatenò proprio niente, quella notte...».
«Un bacio? Neanche un bacio? Non ci posso credere...».
«Neanche un bacio, ci creda, invece. Lui mi disse dopo che gli sembravo trasparente, sì, eterea e trasparente, disse proprio così, che non aveva mai visto una ragazza così lucente, sì, "luminosa", ecco... insomma, dovunque e sempre
gli uomini mi mangiavano con gli occhi, non avevano che un progetto appena mi conoscevano, quello di portarmi a letto, e lui, lui no... lui vedeva dentro, il mio corpo era come un cristallo... L'ho stancata, professore?».
«No, vada avanti...».
«Una settimana dopo partimmo insieme per Parigi, dove lui abitava. Aveva un atelier al Quartiere latino e vendeva un sacco di quadri. Mi chiese se volevo andare con lui, in Calabria, mi disse, perché non ne poteva più di Parigi: aveva
visto tutto, aveva fatto tutto, lì. Voleva la sua luce, voleva il vento della sua montagna. A Parigi non sentiva più nulla, non gli arrivava nessuna voce da lontano, da tempi remoti, da luoghi abbandonati. In Calabria si sentiva tutto, lui diceva. E poi le sue installazioni diventavano sempre più grandi, non c'era studio che potesse contenerle. Allargava le sue braccia imponenti come un dio che invita a pregare e diceva: io ho bisogno di spazio, andiamo via di qua. Non era solo questo. È che non si capisce niente di un pittore se non si capisce il suo rapporto con la luce. A Parigi, come in qualunque città nordica, le ore di luce sono pochissime per tutti, per un artista insopportabilmente poche. Quando lavorava, era tranquillo, Arrivavano le ombre della sera e diventava inquieto, malinconico, un animale in gabbia. Andiamo via, Ela, ti prego, andiamocene, io dissi di sì, ero libera, senza legami e senza pesi. Dentro una sacca di stoffa c'era tutto quello che possedevo. Ero forte e mi sentivo padrona del mondo. Potevo prendere quello che volevo e buttarlo via se non mi andava più. Anche lui e i suoi sogni e le sue malinconie e la Calabria, se volevo. Ero libera come l'aria, io. Presi la mano che lui mi porgeva, quel giorno, non la lasciai più».
Pellaro, Lazzàro, Bocale. Costeggiavamo il mare, nascosto appena da una barriera di vecchie case rurali di pietra, a un piano, bellissime, di proporzioni perfette, attaccate l’una all'altra come a sostenersi. Case di mare, senza verde, sbattute dal vento. Qualcuna qua e là era stata abbattuta e c'era aperto un cantiere poverello, e l’effetto era come di un sorriso armonioso a cui mancava un dente. A monte era già primavera, e i prati gialli di giunchiglie e margherite davano respiro a giardini di agrumi smaglianti. Aranceti e limoneti ancora carichi di frutti.
«Vede quegli strani agrumi verdognoli che assomigliano ai limoni?».
«Quelli?...».
«Sono bergamotti».
«Ber...».
«Bergamotti. Crescono solo qua in tutto il Mediterraneo. Davvero: neanche in Sicilia, neanche nelle altre parti della Calabria: in una fascia limitatissima di una decina di chilometri, quella che stiamo costeggiando. E sono preziosi più del
l'oro».
«Si mangiano?».
«Nooo! Si ricava dalle scorze un'essenza insostituibile per farci i profumi».
«Voglio toccarli».
Ci avvicinammo a un bergamotteto. Era tutto a vista, ci si poteva accostare e prendere quello che si voleva. Colsi un frutto, lo aprii con le mani, si sparse intorno un odore acidulo, inebriante.
Guardai le mie mani e d'un tratto erano come ustionate: tanto urticante era il succo di bergamotto. Il professore rideva:
«È il frutto proibito. Dev'essere successo più o meno così quando Eva colse la mela nel paradiso terrestre!».
Il paradiso terrestre. Ecco, dove mi trovavo. Passammo Capo d'Armi a strapiombo sul mare, e poi Saline che era una distesa di sabbia bianca come di sale e poi, e poi... Poi difesi il mio sguardo con le mani a tettoia davanti ai miei occhi, perché c'è una bellezza che abbaglia e da cui devi proteggerti come da una luce che ti acceca. Una montagna come staccata dalle altre, azzurrine e sfocate, se ne stava piazzata in fondo alla pianura. Non era solo il suo straniamento rispetto al paesaggio che colpiva, come se qualcunoi l’avesse acchiappata dalla cima e portata più vicina allo sguardo dei viaggiatori, ma la sua forma, con i cocuzzoli a formare cinque dita e aggrappate alla mano centinaia di casupole che a distanza parevano di fango.
Non avevo mai visto niente di più bello.
«E’ Pentedattilo, quel paesino lì».
«Pente...».
«Pentedattiio. Vuol dire "cinque dita". Prova a contarle. Guarda: le dita di una mano...».
«È... è bellissimo».
«Ed è abbandonato».
«Come abbandonato?».
«Non ci abita nessuno».
«E… la gente dov'è andata?».
«Partiti. Via. Chi in Germania, chi al Nord, a lavorare in fabbrica, nei cantieri... Erano rimasti i vecchi, senza medico, senza farmacia, senza niente. E allora sono scesi alla Marina...».
«Voglio andare».
«E il tuo... Kromo?».
«Aspetterà».
La strada era piena di alberi fioriti di mimose, il sole diventava tiepido, qualche casa di contadini a valle, poi il deserto. Solo qualche composizione disordinata di arnie. È il paese del miele, Pentedattilo, mi disse il professore. E c'è una storia di amore e di morte, consumata quassù.
Il viaggio nel paese dei morti, io pensavo. Altro che Africa, questo è un sogno e un privilegio. Sapessi quanti ce ne sono, in Calabria, di paesi così, lui mi diceva. Deserti, abbandonati, morti. Per una pestilenza o per alluvione, cento o duecento anni fa, oppure di recente, per l'emigrazione. Questa è la terra dei ruderi e delle rovine. Pensavo alle casette di bambola delle mie parti continuamente restaurate e ridipinte, che miseria, mi dicevo, non sanno neanche cosa vuol
dire, quelli là, tanta ricchezza e tanta poesia. Lasciammo la macchina fuori del paese e andammo a piedi. L'erba sulla soglia delle case raccontava l'assenza di vita all'interno. Porte squinternate, finestre senza vetri, stradine divorate dai cespugli, tetti sfondati e infissi divelti. Eppure l'abbandono componeva un paesaggio di spettrale armonia, di decadente bellezza. Ero dentro un'altra dimensione spaziale e temporale, ero dentro un sogno. Spinsi una porta semiaperta e mi trovai dentro una stanza forse abitata da qualcuno di recente, uomo o animale, non avrei saputo dire: c'era un pagliericcio che sembrava aver conosciuto traccia di calore, e accanto un lume a petrolio, con una base di bronzo
e una coppa istoriata di vetro in cima. Mi chinai a prenderlo come se fosse un regalo che qualcuno aveva lasciato per me. Mi girai per mostrarlo come un cimelio al professore: non c'era, lo chiamai, non rispondeva, ebbi un attimo di
paura, feci per uscire e lui mi venne addosso, e mi spinse sul pagliericcio, mi sovrastava tutta, con una furia che i suoi movimenti mollicci ed effeminati non lasciavano intuire. Era già mezzo nudo su di me che mi divincolavo inutilmente. Sulla mìa testa un quadretto sbilenco di una madonna col volto di contadina. Chiusi gli occhi per non vederlo e non vedere la sua faccia rossa e congestionata che godeva dentro di me che ero abbandonata e come morta. Allora non mi divincolai, non lottai, non lo respinsi. Nei film forse puoi farlo, nella vita vera rimani paralizzata come una bambola buttata via, con le gambe spalancate, il capo reclinato e il cuore che batte forte forte. Ero dentro l'universo frullato di colori e di luci di un quadro di Chagall. Non so quanto tempo passò, non avevo fretta, aspettai lucidamente che lui perdesse tutte le sue difese vinto dal piacere e lo colpìi con il lume che avevo ancora stretto tra le mani. Una, due, tre volte. Mi liberai del peso del suo corpo, andai all'automobile a prendere la sacca piena delle mie cose, pulìi il lume con le foglie di parietaria che tappezzavano i muri delle case, lo cacciai dentro la borsa e mi avviai piano piano verso la marina. La Calabria mi aveva accolta così, ma io ci sarei arrivata, non so quando, ma ci sarei arrivata dal mio Kromo. Camminavo e piangevo, camminavo e piangevo, poi mi misi a correre e a urlare con quanta voce avevo in gola. Dì dolore e di sollievo, come un animale. Lui mi avrebbe sentita. Lui sentiva le voci che arrivavano da lontano.

MACRÌ ANNAROSA, calabrese, giornalista Rai, è stata per molti anni collaboratrice dei programmi televisivi di Enzo Biagi, da Dieci comandamenti all'italiana (1990) al Il fatto (2000-2002), fino a Rt-Rotocalco televisivo (2007), di cui è stata curatrice. Ha scritto il romanzo A Berlino un bouganville (1985), il libro-inchiesta ‘I ragazzi di Locri’ (2004), l'omaggio al suo maestro, ‘L'ultima lezione di Enzo Biagi’(Rubbettino 2008).

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