A dimostrazione della verosimiglianza delle considerazioni esposte in un post precedente, ecco questo 'Esse est percipi', della coppia Borges-Bioy Casares, del 1967, e facente parte delle 'Crónicas de Bustos Domecq'. E' una traduzione estremamente... difficile, nel senso che bisogna sforzarsi per non riportarla pari pari dallo spagnolo, che definirei classicissimo, della formidabile coppia Jorge Luis/Adolfo, all'italiano. Infatti, in questo caso, più che tradotto, il pezzo è stato ricopiato in italiano.
Il titolo, 'Esse est percipi', è già di per sé perfetto: 'essere è essere percepiti', con il richiamo fin troppo evidente alla filosofia di George Berkeley, delle cui tesi la frase-titolo è la formula riassuntiva.
La rilettura di questo racconto, a distanza di quasi mezzo secolo dalla sua apparizione, è illuminante, e un po' inquietante, anche se meno di quanto lo fu, per Bustos Domecq, il 'disvelamento' di quello che era in fondo il motivo della sparizione dello stadio monumentale del River.
E' una lettura in apparenza semplice, anche grazie alla elegante ironia dei due coautori.
In realtà, l'amarezza non è aliena all'assunto, dal momento che vengono prima a giustapporsi due visioni della realtà, l'una, quella di Savastano, proiettata già verso la 'propaganda globale', l'altra visione, quella di B. Domecq, trattenuta e guidata dallo scorrere 'ordinario' del tempo. Si potrebbe parlare, anche, di un incombente 'nuovo che avanza', già allora!
Di queste due visioni, la prima è costantemente all'attacco, l'altra è costretta perennemente in difesa. Sarebbe interessante allegare a queste visioni delle categorie di persone, o -se si volesse- dello spirito, ma il 'gioco', così impostato, porterebbe forse troppo lontano.
Torniamo alle due visioni della realtà di cui parlavo poco fa: delle due, la seconda è destinata, se non a soccombere, a vivere nell'ombra (la maggioranza silenziosa spaparanzata sulla poltrona?), l'altra, la prima, ha un continuo, inesauribile bisogno di visibilità (ad esempio: 'è la stampa, bellezza!'), e non può fermarsi, ristare o sostare: si pensi solo alla moltiplicazione esponenziale di offerte e richieste a mezzo web, televisione, stampa, telefono, social networks...Parlare di Orwell, di 'grande fratello', è quasi superfluo: trascurarne i metodi e la presenza, invece, credo sia pericoloso, per tutti, anche per coloro che credono di dominare o controllare i mezzi di persuasione (sto parlando di 'convitati di pietra'?)... Altrettanto pericoloso è tralasciare una semplice nozione che ci deriva dalla notte dei tempi - o almeno dai greci in qua: la tragedia, in fin dei conti, non è che il convergere di interessi contrastanti verso un punto di 'incontro'.
Quelle due visioni del mondo di cui prima parlavo, anche questo potrebbero essere o diventare: un convergere di volontà opposte verso un punto di rottura... tragico! ('E se si rompe l'illusione?')
Scherzavo!
Divagazioni a parte, gli autori affrontano, con una operazione semplice, precisa quanto intelligente, un tema tra i più sentiti e dibattuti di fine anni sessanta del '900: la massa, con tutte le implicazioni che il suo studio poteva comportare, in anni segnati dalle lotte, -Vietnam, sessantotto, decolonializzazione...,- ma anche da conquiste sociali e crescita culturale.
Borges e Bioy Casares hanno capito e lasciato detto; a noi tocca capire e ridire, riconoscendo le loro intuizioni. Aggiungo solo, visto che anch'io nella notte dei tempi mi appassionavo al 'gioco più bello del mondo', che episodi simili a quelli di questo racconto, si sono avverati, anche solo per riparare agli abbagli di cronisti troppo presi dalla passione, come avvenne con un cambio di punteggio grazie ad una rete mai realizzata in un incontro del mondiale messicano del '70. Va da sé che lo stesso radiocronista, a fine partita, riportò 'indietro le lancette' comunicando il risultato esatto della gara. A meno che...non so, avevamo vinto veramente? Mah! Non c'ero, non ho visto, non c'erano immagini, e neanche reti fantasma, ché sì, anche quelle, per essere devono essere viste... Devo guardare sull'almanacco di quegli anni, se non mente, se non è di parte, se non lo ha stilato un qualche 'Arturo'...
ESSE EST PERCIPI
Vecchio frequentatore delle parti di Nuñez e
dintorni, non mancai di notare che mancava dal suo posto di sempre il
monumentale stadio del River. Costernato, consultai al riguardo il mio amico
dottor Gervasio Montenegro, membro effettivo dell’Accademia Argentina delle
Lettere. In lui trovai quella spinta capace di indirizzarmi. A quei tempi la
sua penna compilava una sorta di Storia panoramica del giornalismo nazionale,
opera altamente meritevole, nella quale si affannava la sua segretaria. La
relativa documentazione lo aveva casualmente condotto a subodorare il busillis.
Poco prima di addormentarsi completamente, mi mandò da un comune amico, Tulio
Savastano, presidente del club Abasto Juniors, alla cui sede, situata nel
Palazzo Amianto, di avenida Corrientes e Pasteur, mi recai. Il dirigente,
nonostante il regime di doppia dieta a cui lo sottoponeva il suo medico e vicino
dottor Narbondo, si mostrava ancora agile e scattante. Alquanto inorgoglito per
l’ultimo trionfo della sua squadra contro la compagine canarina, si lasciò
andare a confidarmi, tra un mate e l’altro, ghiotti particolari inerenti alla
questione sul tappeto. Benché io mi ripetessi che Savastano era stato un tempo
il mio compagno di ragazzate di Agüero angolo Humahuaca, l’importanza del suo incarico
mi intimoriva e, per allentare la tensione, mi congratulai per lo svolgimento
dell’azione dell’ultimo goal che, nonostante l’intervento di Zarlenga e Parodi,
il centrocampista Renovales aveva realizzato, grazie allo storico passaggio di
Musante. Sensibile alla mia adesione all’undici di Abasto, il grand'uomo diede
un ultimo tiro alla cannuccia esaurita del mate, dicendo filosoficamente, come
chi sogna ad alta voce:
-E pensare che sono stato io ad inventare questi
nomi.
- Vale a dire? – domandai gemendo – Musante non
si chiama Musante? Renovales non è Renovales? Limardo non è il vero nome dell’idolo
acclamato dalla tifoseria?
La risposta mi fiaccò nelle membra.
- Come? Lei crede ancora nella tifoseria e negli
idoli? Ma dove ha vissuto, don Domecq?
- In quella entrò un fattorino che sembrava un
pompiere e mormorò che Ferrabás voleva parlare con lui.
- Ferrabás, il cronista dalla voce pastosa? –
esclamai- L’animatore dei cordiali dopopranzo delle 13 e 15 del sapone Profumo?
Questi miei occhi lo vedranno così com’è? Davvero si chiama Ferrabás?
- Che aspetti! - ordinò il signor Savastano.
- Che aspetti? Non sarebbe più prudente che io mi
sacrifichi e me ne vada? – aggiunsi con sincera abnegazione.
Neanche per idea – rispose Savastano-. Arturo,
dica a Ferrabás che entri. Fa nulla…
Ferrabás entrò con naturalezza. Stavo per
cedergli la mia poltrona, ma Arturo, il pompiere, mi dissuase con una di quelle
occhiatine che sono come uno sbuffo di aria polare. La voce presidenziale
sentenziò:
- Ferrabás, ho già parlato con De Filipo e
Camargo. Nella prossima giornata l’Abasto perde, per due a uno. Il gioco sarà
duro, ma non ricada, se lo ricordi bene, nel passaggio di Musante a Renovales,
che la gente conosce a memoria. Io esigo immaginazione, immaginazione. Capito?
Può andare
- Raccolsi le forze per azzardare la domanda:
- Devo dedurre che il risultato è scritto a
tavolino?
Savastano, letteralmente, mi gettò nella polvere.
- Non c’è risultato, né formazioni, né partite.
Gli stadi sono già demolendi che cadono a pezzi. Oggi tutto passa per la
televisione e la radio. La falsa eccitazione dei commentatori, non
le è mai venuto il sospetto che fosse tutto un imbroglio? L’ultima partita di
calcio si è giocata qui nella capitale il 24 giugno del ’37. Da quel preciso
momento, il calcio, proprio come tutta la vasta gamma degli sport, è un genere
drammatico, a carico di un solo uomo in una cabina o di attori in maglietta
davanti ad un cameraman.
- Signore, ma chi ha
inventato tutto ciò? Riuscii a domandare.
-
Nessuno lo sa. Tanto varrebbe cercare di scoprire a chi è venuta per primo
l’idea della inaugurazione delle scuole o delle visite fastose di teste
coronate. Sono cose che non esistono fuori degli studi di registrazione e delle
redazioni. Si convinca, Domecq, la propaganda di massa è il marchio dei tempi
moderni.
- E la conquista dello
spazio? – gemetti.
-
E’ un programma straniero, una coproduzione russo-americana. Un lodevole passo
avanti, non neghiamocelo, dello spettacolo scientificista.
-
Presidente, lei mi mette paura – farfugliai, senza rispettare la via
gerarchica-. Quindi al mondo… non succede nulla?
-
Ben poco, rispose con la sua flemma inglese-. Ciò che non afferro è la sua
paura. Il genere umano se ne sta in casa, spaparanzato, attento allo schermo o
al commentatore, se non alla stampa scandalistica. Cosa vuole di più, Domecq?
E’ il cammino gigantesco dei secoli, il ritmo del progresso che si impone.
- E se si rompe l’illusione?-
dissi con un filo di voce.
- Ma cosa deve rompersi…- mi
tranquillizzò.
-
E se anche fosse, sarei una tomba – gli promisi-. Lo giuro per la mia passione
personale, per la mia lealtà alla squadra, per lei, per Limardo, per Renovales.
-
Dica quello che le pare, nessuno le crederebbe.
Squillò
il telefono. Il presidente portò la cornetta all’orecchio, e con la mano
libera mi indicò l’uscita…
"Viejo turista de la
zona de Nuñez y aledaños, no dejé de notar que venía faltando en su lugar de
siempre el monumental estadio de River. Consternado, consulté al respecto al
amigo y doctor Gervasio Montenegro, miembro de número de la Academia Argentina
de Letras. En él hallé el motor que me puso sobre la pista. Su pluma compilaba
por aquel entonces una a modo de Historia panorámica del periodismo nacional,
obra llena de méritos, en la que se afanaba su secretaria. Las documentaciones
de práctica lo habían llevado casualmente a husmear el busilis. Poco antes de
adormecerse del todo, me remitió a un amigo común, Tulio Savastano, presidente
del club Abasto Juniors, de cuya sede, sita en el Edificio Amianto, de avenida
Corrientes y Pasteur, me di traslado. Este directivo, pese al régimen doble
dieta a que lo tiene sometido su médico y vecino doctor Narbondo, mostrábase
aún movedizo y ágil. Un tanto enfarolado por el último triunfo de su equipo
sobre el combinado canario, se despachó a sus anchas y me confió, mate va, mate
viene, pormenores de bulto que aludían a la cuestión sobre el tapete. Aunque yo
me repitiese que Savastano había sido otrora el compinche de mis mocedades de
Agüero esquina Humahuaca, la majestad del cargo me imponía y, cosa de romper la
tirantez, congratulélo sobre la tramitación del último goal que, a despecho de
la intervención de Zarlenga y Parodi, conviertiera el centro-half Renovales,
tras aquel pase histórico de Musante. Sensible a mi adhesión al once de Abasto,
el prohombre dio una chupada postrimera a la bombilla exhausta, diciendo
filosóficamente, como aquel que sueña en voz alta:
-Y pensar que fui yo el que les inventé esos
nombres.
-¿Alias?- pregunté, gemebundo- ¿Musante no se llama Musante? ¿Renovales no es
Renovales? ¿Limardo no es el genuino patronímico del ídolo que aclama la
afición?
La respuesta me aflojó todos los miembros.
-¿Cómo? ¿Usted cree todavía en la afición y en los ídolos? ¿Dónde ha vivido, don Domecq?
En eso entró un ordenanza que parecía un bombero y musitó que Ferrabás quería
hablarle al señor.
-¿Ferrabás, el locutor de la voz pastosa?
-exclamé- ¿El animador de la sobremesa cordial de las 13 y 15 y del jabón
Profumo? ¿Estos, mis ojos, le verán tal cual es? ¿De verás que se llama
Ferrabás?
-Que espere - ordenó el señor Savastano.
-¿Que espere? ¿No será más prudente que yo me sacrifique y me retire? -aduje
con sincera abnegación.
-Ni se le ocurra -contestó Savastano-. Arturo, dígale a Ferrabás que pase.
Tanto da…
Ferrabás hizo con naturalidad su entrada. Yo iba
a ofrecerle mi butaca, pero Arturo, el bombero, me disuadió con una de esas
miraditas que son como una masa de aire polar. La voz presidencial dictaminó:
-Ferrabás, ya hablé con De Filipo y con Camargo.
En la fecha próxima pierde Abasto, por dos a uno. Hay juego recio, pero no vaya
a recaer, acuérdese bien, en el pase de Musante a Renovales, que la gente sabe
de memoria. Yo quiero imaginación, imaginación. ¿Comprendido? Ya puede
retirarse.
Junté fuerzas para aventurar la pregunta:
-¿Debo deducir que el score se digita?
Savastano, literalmente, me revolcó en el polvo.
-No hay score ni cuadros ni partidos. Los estadios ya son demoliciones que se
caen a pedazos. Hoy todo pasa en la televisión y en la radio. La falsa
excitación de los locutores, ¿nunca lo llevó a maliciar que todo es patraña? El
último partido de fútbol se jugó en esta capital el día 24 de junio del 37.
Desde aquel preciso momento, el fútbol, al igual que la
vasta gama de los deportes, es un género dramático, a cargo de un solo hombre
en una cabina o de actores con camiseta ante el cameraman.
-Señor, ¿quién inventó las cosas? -atiné a preguntar.
-Nadie lo sabe. Tanto valdría pesquisar a quién se le ocurrieron primero las
inauguraciones de escuelas y las visitas fastuosas de testas coronadas. Son
cosas que no existen fuera de los estudios de grabación y de las redacciones.
Convénzase, Domecq, la publicidad masiva es la contramarca de los tiempos
modernos.
-¿Y la conquista del espacio? -gemí.
-Es un programa foráneo, una coproducción yanqui-soviética. Un laudable
adelanto, no lo neguemos, del espectáculo cientifista.
-Presidente, usted me mete miedo -mascullé, sin respetar la vía jerárquica-.
¿Entonces en el mundo no pasa nada?
-Muy poco -contestó con su flema inglesa-. Lo que
yo no capto es su miedo. El género humano está en casa, repatingado, atento a
la pantalla o al locutor, cuando no a la prensa amarilla. ¿Qué mas quiere,
Domecq? Es la marcha gigante de los siglos, el ritmo del progreso que se
impone.
-¿Y si se rompe la ilusión? -dije con un hilo de
voz.
-Qué se va a romper -me tarnquilizó. -Por si
acaso, seré una tumba -le prometí-. Lo juro por mi adhesión personal, por mi
lealtad al equipo, por usted, por Limardo, por Renovales.
-Diga lo que se le dé la gana, nadie le va a creer.
Sonó el teléfono. El presidente portó el tubo al oído y aprovechó la mano libre
para indicarme la puerta de salida."