giovedì 27 dicembre 2012

Bella 'ca partenza... / Bella che la partenza...



Testo: Anonimo popolare;
Musica: Carlo Alberto Malito; Mandolino: Pino Coschignano; Chitarra: Elio Curto; Tastiere: Adolfo Cappello; Basso: Adolfo Cappello; Percussioni: Carlo Alberto Malito; Cori: Cantannu Cuntu.
Rinnovo i miei ringraziamenti a Riccardo Venturi che ha avuto la pazienza di lavorare su questo post e riproporlo alla seguente pagina: http://www.antiwarsongs.org/canzone.php?lang=it&id=43166&all=1#last
   Sono andato a rovistare nella memoria e su qualche ripiano. Ho scelto questo canto popolare del gruppo ‘Cantannu Cuntu’, che mi ritrovo per casa quale frutto del fortunato acquisto di un cd (‘Canzoni di campagna, di mare e d’amore’) allegato ad un numero della rimpianta rivista ‘Avvenimenti’ di qualche (…eufemismo) anno fa. Il nome del gruppo, ‘Cantannu Cuntu’ significa ‘Cantando Racconto’ e mi sembra che renda abbastanza bene la funzione del canto di estrazione popolare, che è sempre partecipativo e corale ed in certe realtà uno dei pochissimi mezzi di aggregazione concessi al popolo da parte dell’organizzazione padronale, chiamiamola così.
    Il gruppo ‘Cantannu Cuntu’ è nato ed opera ad Acri, quello che si può comunemente definire un ‘popoloso centro silano in provincia di Cosenza’. Io sottolineerei, invece, che Acri è il paese natale di Vincenzo Padula (1819-1893), prete, patriota e rivoluzionario, e che, nonostante tutto, questo paese è abbastanza popoloso, forse perché ha avuto miglior sorte rispetto a comuni vicini e che trovo ad esso assimilabili come San Giovanni in Fiore o Petilia Policastro. Sono luohi d’emigrazione ai quali il tempo ha concesso poche opportunità, fatti salvi i natali o la presenza di qualche personaggio illustre, vedi il Padula stesso e Gioacchino da Fiore, e la bellezza e salubrità dei luoghi. Non mi soffermerei sull’etichetta che qualifica l’altopiano della Sila come ‘Svizzera d’Italia’, piuttosto ribadisco che questi sono luoghi d’emigrazione ai quali ‘i padroni’ vicini e lontani hanno tolto tantissime vite e possibilità di crescita: le gallerie autostradali italiane mormorano ancora, almeno per chi ne è a conoscenza, il dialetto delle maestranze petiline cadute sul lavoro, come le miniere di tutto il mondo rilasciano, per chi non vuole dimenticarli, i richiami dei minatori sangiovannesi periti ovunque ci fosse da scavare, in Belgio come a Monongah. Cantare tutto questo e fare in modo che questo patrimonio intimamente culturale non vada smarrito è compito precipuo dei ‘ricercatori musicali’, con ciò non sminuendo la componente ludica del canto, specie quando associato al ballo popolare.
   Trovo normalissimo, concludendo, che i canti di Calabria in buona parte vertano sugli aspetti disperanti che derivano dalla separazione e dalla lontananza, vale a dire emigrazione, brigantaggio, guerre e conseguenti ostacoli alla realizzazione di quelli che si chiamano, senza dubbio né vergogna, ‘amori’, quali che siano, in questa terra indurita dai millenni ma che riesce sempre a sorprendere, anche in positivo. Una terra chiusa in sé stessa, pensierosa, che nel proprio dialetto non contempla un equivalente dell’italiano ‘ti amo’, un dialetto che ha scientemente omesso un tempo che in altre lingue si chiama ‘futuro’: in calabrese non c’è, non cercatelo questo ‘tempo’.

Ho ricopiato il testo della canzone dal sito dei ‘Cantannu Cuntu’ e l’ho tradotto e annotato per quanti volessero leggerlo.

BELLA CA A PARTENZA E’  CERTA E CHIARA         bella che[1] la partenza è certa e chiara
E NI PARTIRI NUA E' VENUTA D’URA                        e[2] di andar via è venuta l’ora
NA NEAVA MMIENZU U MEARI SI PRIPARA            una nave[3] in mezzo al mare si prepara
PENSA A SU CORI MIA NA DOLURU                        pensa al cuore mio che si addolora[4]
PENSA A SU CORI MIA NA DOLURU                        pensa al cuore mio che si addolora

E VUA STAVITI BUONI AMICI E FREATI CARI         e voi statemi bene amici e fratelli[5] cari
CA PARTU DUVU VO’ LA MIA SVENTURA               ché vado dove vuole la mia sventura[6]
CA PU MI VUATU E DICU MAMMA CARA                ché poi ritorno e dico (6bis) mamma cara
BENEDICEMI I MUMENTI E L′URA                             benedicimi i momenti e l’ora (6ter)
BENEDICEMI I MUMENTI E L′URA                             benedicimi i momenti e l’ora


CA PARTU SUPRA MEARU E JACCU DUNNA          ché parto sopra mare e fendo l’onda[7]
CA FAZZU A MIA PARTENZA DACRIMANNU         e affronto[8] la partenza lacrimando[9]
CA APPENA ARRIVU A CHILLU MEARU FUNNU   e appena arrivo a quel mare profondo
SUBITU SCRIVU E DITTARA TI MANNU                   subito scrivo e nuove mie ti mando
SUBITU SCRIVU E DITTARA TI MANNU                    subito scrivo e nuove mie ti mando


SI VIU A ′NCUNU DE LU TUA PAISU                           se vedo qualcuno del paese tuo[10]
CU LLI LACRIMI ALL′UOCCHI L′ADDIMMANNU     con le lacrime agli occhi gli domando[11]
SI UNN′E′ AMICU MI LU FAZZU AMICU                     se non è un amico me lo faccio amico
GIOIA PPE TI MANNARI SALUTANNU                       o gioia, per mandarlo a salutarti[12]


SI GIUVANI TU VIDI CUMI E MMIA                             se giovani tu vedi come me[13]
TU VASCIA L’UOCCHI E U LLU GUARDARI                tu abbassa gli occhi e non guardarli
CA SI GESÙ CRISTU MI NNI FA VENIRI                      che se gesù cristo mi fa tornare

UGNE GUSTU CHI VU TE AJU E CACCIARI                ogni tuo piacere ti devo soddisfare.[14]



[1] L’incipit ‘bella che…’ sembra la ripresa di un discorso che ‘l’anima poetante’ sta intrattenendo con l’amata, una attitudine normalissima nel nostro modo di 'pensare calabro'.
[2] Nel testo ‘’E’’, secondo me andrebbe preceduto da un apostrofo, poiché ritengo che significhi ‘di’, che si pronuncia esattamente come ‘’e’’ congiunzione, ché, se tale fosse, necessiterebbe di un ‘de’ che completerebbe il significato che ho appena espresso.
[3] L’esito linguistico ‘neava’ da nave, ‘meari’ da mare, mi ha stupito, credo che farebbe (e magari l’ha fatta) la felicità di Gerhard Rohlfs, il grandissimo filologo e glottologo  studioso dei dialetti italiani, calabresi e salentini in particolare
[4] Traduco a senso, perché la costruzione non mi è chiara, o è diversa da quella che mi aspettavo: presumevo di trovarmi di fronte un ‘pensa a su cori mia ca n’ha doluru’, ma trovo senz’altro stimolanti queste differenze tra dialetti (Cirò, il mio paese, è un po’ distante da Acri).
[5] Per ‘freati’, fratelli, vale quanto detto sopra, ma al di là di questo dato, siamo ad una svolta, nel testo: nella prima strofa è stata espressa quella inevitabile ‘condanna’ alla partenza, ora è il momento di raccomandare a chi rimane, fratelli ed amici, le cure verso l’amata.
[6] Sventura, sua accettazione, e un filo di speranza, un empito fugace: parto verso l’ignoto, ma poi torno; tu intanto benedicimi, mamma.
(6bis) Forse c'è una separazione, ineliminabile per motivi ritmici, tra 'dicu' e 'mamma cara', nel senso che 'dicu' significa 'vi racconto', 'vi informo', al mio ritorno, ma quel 'dicu' si lega al vocativo seguente 'mamma cara': se fosse in fine di verso si potrebbe leggere come un enjambement, almeno credo. Diversamente avrebbe poco senso chiedere la benedizione dopo il ritorno, dal momento che quella benedizione deve il viatico per la partenza.
(6ter) Qui e nel verso seguente, nel testo calabrese si riporta 'l'ura', a differenza di 'd'ura' come nel 2° verso della 1a strofa; non so se sia casuale o dovuto al fatto che la 'l' è preceduta da una 'e' che le impedisce di trasformarsi in 'd'.
[7] ‘E benedicimi per ogni istante, per ogni ora’, perché il mio viaggio è fitto di insidie: parto ‘sopra mare’ (che Acri si trovi parecchio all’interno ha un suo significato: il mare fa ancor più paura), e ‘jaccu’, cioè letteralmente ‘spacco’ (come direbbe esattamente e giustamente un boscaiolo silano; questo mi ricorda il moto di speranza richiamato alla nota precedente) l’onda. Credo che ‘dunna’ potrebbe scriversi pure staccato, anche se mi piace leggere questa fusione dell’articolo col sostantivo: la ‘elle ’ di ‘la’ con l’elisione è diventata una ‘d’: ‘l’onda’ diventa ‘d’unna’; questo fenomeno della trasformazione della ‘l’ in d è molto diffuso in provincia di Cosenza, come pure la trasformazione di ‘l’, ‘ll’, in ‘u’, ad esempio in Rogliano (lampadina, uampadina; gallina, gauina, con una ‘u’ più marcata).
[8] ‘Fazzu’ sarebbe ‘faccio’.
[9] E infatti, ‘lacrimando’diventa ‘dacrimannu’ e poco oltre ‘lettere’ produce ‘dìttara’.
[10] L’innamorato si rivolge all’amata promettendole che appena arriva, manderà notizie di sé, e appena incontrerà qualcuno del paese di lei, evidentemente diverso, se lo renderà amico, se già non lo fosse, per farne un messaggero d’amore e latore di saluti… altro che sms!
[11] ‘L’addimmannu’ è costrutto tipico: lo domando, nel senso di ‘gli domando’, con una soluzione semplicissima: in questo dialetto ‘addimmannar’, in questa accezione, è un verbo transitivo, tutto qui, con buona pace di chi storce il naso di fronte a un ‘t’u ‘mparu iju’, ‘te lo insegno io’ , dove basterebbe dire che ‘insegnare’ si traduce ‘mparare’… i false friends esistono anche tra italiano e dialetti…
[12] Anche questa è una costruzione idiomatica: ‘ti mannar a salutar’, che letteralmente sarebbe ‘mandare te a salutare’…
[13] Qui il discorso si fa per così dire più intimo, sanguigno: finora si è parlato di distanza, solitudine, amore materno, tentativi di stabilire un contatto ‘alto’, ma poi la carne, la gelosia e il desiderio intervengono: se vedi qualche (bel) giovane come me, abbassa gli occhi e non guardarlo, che se Dio mi concede la grazia, torno e… ogni tua voglia la soddisfo io. La traduzione letterale sarebbe ‘che se Gesù Cristo me ne fa venire a casa, ogni desiderio che vuoi te lo devo cacciare’.
[14] Nel testo in dialetto aggiungerei l’apostrofo dopo vu (vu’) e prima di e (‘e cacciari).

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