sabato 22 dicembre 2012

Casa sparsa*

Casello FS Km 203+108,della linea Taranto-Reggio di Calabria. 



Sì, io sono la più anziana del gruppo.

Sono la casa verso la collina, quella a mezza costa, che si raggiunge per ultima, forse a fatica; forse dico, perché io non conosco la fatica del cammino: posso solo offrire rifugio a chi giunge dal fondovalle.

Sono la più anziana, dicevo.

Quella sorta quasi per scommessa e quella che per prima si è svuotata, quella forse che negli ultimi tempi ha udito le voci e i nomi più strani.

Ogni giorno che passa divento sempre più una casa isolata.

Da sparsa che ero.

Questo è anche meno.

Leggo negli occhi di chi si ferma a guardarmi una controversa voglia di possesso, un dimesso far di conto, l'eterno raffronto, i costi, i ricavi, i benefici...

Una casa è sempre una casa, una casa si può sempre riattare, qualcosa si può sempre recuperare, e poi agevolazioni, detrazioni, e i sempre che cedono il posto ad altri sempre che non finiscono mai...

E intanto quegli occhi poi tirano avanti, passano oltre, giù verso le case che lungo la strada digradano verso il mare, servite dai mezzi, ogni anno rivalutate, con cartelli fioriti, ore pasti e inviti.

E mai una parola gentile, un pensiero un po' fuori dalle righe, mai un'idea che sfiori i pensieri di quelli che mi inchiodano il fardello “vendesi” e di quelli che si fermano a leggerlo.

Gente sempre diversa, affittuari di ventura, passeggeri...

E' molto cambiata la gente del posto, in questi quarant'anni.

Anche se, in fondo, a pensarci bene, questo posto non ha più una sua gente.

Sui nostri tetti sono rimaste le antenne.

E anche le antenne, là in basso, da tempo hanno cambiato forma.

Quarant'anni fa non era così.

Quell'apparecchio, quello scatolone era veramente qualcosa di sacro.

Ed io ho faticato e fatico ad abituarmi a tutte quelle voci che si alzavano e abbassavano a piacere, senza un motivo che fosse nell'ordine delle cose...e quel variare continuo di immagini, e questa antenna, questa croce da sostenere sul mio tetto, come un simulacro o una visione che indica la via verso l'etere...

Me li ricordo, il primo giorno che lo scatolone si accese, sarà stato il '64, lì nella stanza dove per tanti anni avevo assistito alla lentezza delle serate passate intorno ad un braciere, a raccontare, immaginare, sognare, trattenere paure...e l'eccitazione del figlio più piccolo, la tensione palpabile sul volto del padre, il figlio più grande, serissimo, col dito pronto sulla levetta dello stabilizzatore, e le bambine e la moglie, incredule di fronte a tanta spesa, a tante cambiali.

E poi la prima immagine, un film di Ivanhoe, qui, nella mia stanza da pranzo, cavalli imbizzarriti, spade, accozzaglie di fanti e briganti, proprio lì dove ora si affaccia un rampicante.

E il braciere allontanato, “compriamo anche una stufa elettrica..., ci sarà più posto!”

Già, perché allora non avevo ancora i riscaldamenti appiccicati ai fianchi come un cilicio e quella grande ruota di legno con il braciere al centro era troppo ingombrante, anche se nei loro ricordi - sciocco a dirsi, o patetico -, la cinigia fa ancora faville.

Lo so, i miei sono i ricordi di una vecchia casa in quiescenza, una casa che non chiede più nulla, che non ha più voglia di rifacimenti e di riparazioni al risparmio.

Mi basterebbe forse solo un po' di cielo, ecco, un po' di cielo e qualche ricordo.

Forse me li lasceranno, ricordi e cielo, attraverso queste tegole che il vento ha discosto, i volti di rapina di questi miei abitanti venuti da di là dal mare, per i quali sono pur sempre una casa, seppur di fortuna, abusiva, ma viva, almeno fino a quando un reticolo di mattoni non verrà a chiudermi gli occhi e la bocca.



Rumori, non è il solito treno che fa vibrare i miei vetri sottili, che interseca le radici dei pini allungate fin sotto i binari, e non è ora di fantasmi o acquirenti, chi mi abitava è sgattaiolato fuori, nella sua ombra clandestina, dovrei avvertire solo deserto, sconnessioni di maioliche e mattonelle, ragni, lavorio di formiche, invece qualcosa ho sentito, non possono essere passi, non può essere che passi...

Passi che hanno scelto il buio incipiente, occhi che mi guardano quasi con timore, che sembrano sfiorarmi, di là dal muretto riquadrato con al centro la effe e la esse, avvitate, lo stemma delle ferrovie, oltre la cisterna, dove i ragazzi si contendevano fragole e sguardi di volpe, nel posto dove venivano a ricamare le ragazze del quartiere, 'da ruva'*, rilasciando, a volte, sorrisi, quasi sempre incanti.

Oggi i miei occhi sono stanchi, e forse solo credo di vedere, ma qualcosa mi parla di un'ora che è giunta, di un ragazzo che è tornato, un cercatore di braci.

Vorrei staccare il mio cartello più bello, il “vendesi” più allettante, cui ho saputo resistere, dirgli sono io, la tua unica, ultima casa, da sempre, ricordargli il solletico bambino di quando coi gessetti sottolineava le mie crepe, già allora avevo crepe lunghissime, un mio vezzo, come ciglia, come gambe, e le sue mani le coloravano, indolenti, poi scappava via inseguito da strilli o pensieri.

Forse mi sto illudendo per l'ultima volta, è un lusso un pò eccessivo che voglio concedermi, prima che arrivino le ruspe, prima che sia la mia ora.

Eccolo, non posso più sbagliarmi, il cancello stride come sempre, come quando i ragazzi lo sentivano cigolare e correvano incontro al padre, per richiudere e aggiungere la sicurezza di una palizzata a questa specie di fortino per famiglia sola.

Si avvicina, scosta erbacce, si guarda intorno, cerca di ricordare, sì, ricorda, come non potrebbe, sul muro del magazzino dei ferrovieri c'è ancora il disegno col carboncino del soldato con cui giocava alla guerra, forse un tedesco, con in mano una granata...l'ha visto, son sicura, e mi ha vista, è qui per me, non può essere diversamente.

Ho resistito con tutte le mie forze, ho cercato di conservare quanto più ho potuto, poi l'abbandono, gli anni, i vandalismi, queste persone che hanno violato le mie stanze più segrete, con bottiglie rotte, con aghi, materassi disfatti, mi hanno ridotta così, quasi un ammasso di pareti, e crepe, null'altro.

Lui invece se n'è andato anzitempo, non ha voluto esserci per il trasloco, e non è più tornato, prima d'ora, e chissà poi cosa è venuto a cercare, se quello che sta facendo può avere ancora un senso.

Altre case mi han parlato di lui, come parliamo noi case, coi nostri messaggeri invisibili di gioie e di paure, quei portatori di ansie e rumori che lui chiamava 'spirdi'*, quando serrava tra le dita l'immaginetta dell'angelo custode sotto il cuscino, per prendere sonno, ché aveva sempre paura dei miei muri, allora, e non bastava la madre sempre presente, voleva sempre e solo luce, come di giorno fatto.

Quante avrei da dirtene, ragazzo, se solo potessi, ma dovrai essere tu a ricordare, a capire...io lo so che sei passato più volte qui davanti e non ti sei mai fermato, e ai tuoi figli hai ripetuto sempre la stessa solfa...guardate, quello è il casello delle ferrovie dove ho sempre vissuto, e poi, per farli ridere, ma sono nato in un'altra casa che prima di essere abbattuta -ci passiamo spesso quando andiamo al mare- era diventata una stalla, e per poco non ho avuto anch'io un bue e un asinello...che sciocchezze!, ma questo almeno sai dirtelo da solo... e scusami, se a volte anch'io recrimino.

Ma ora sei qui, e non mi importa, vorrei solo staccarmi di dosso qualche ragnatela più perniciosa, come fanno le madri che si asciugano le mani col grembiule prima di gettarle al collo del figlio che torna, ma questo a noi case non è dato, noi per queste cose dobbiamo aspettare il vento: ti parlerà, per me, come un silenzio grande, di voci spente, di suoni riposti e imposte preda della tormenta, di versi paurosi d'animali, di racconti incredibili di morti spaventose, di catene agitate nella notte, di bocche nere, e braccia levate dal sottosuolo... credevi a tutto, piccola volpe paurosa, piccolo chisciotte senza sosta, credevi agli amori, e forse questo ti ha perso, chissà cosa immaginavi... proprio qui nel mio grembo, dove ti ho sentito crescere, diventare un giovane uomo, poi ti sei fatto sempre più serio, più cupo, hai preso a tacere, e mi mancavano i tuoi gomiti sul davanzale, la corsa, quando sentivi un treno arrivare, per salutare viaggiatori senza un sorriso, solo una mano alzata al finestrino, ogni tanto, di rimando, per educazione.

Si è fermato, lo sapevo, indugia, io so cosa cerca, ha nascosto tesori, scava nella memoria di piccoli forzieri lontani, non sa, li hanno portati via in silenzio, coi materiali di risulta degli ultimi scavi, lontano dalle viscere di questo orto che si ostinavano a chiamare giardino, si rassegnerà, penserà di essersi sbagliato, meglio così, meglio che si accontenti di soli ricordi, del dito che spinge sulla scorza del pino superstite, ripassando a mente i disegni scavati che il tempo ha cancellato quasi interamente, con altre scorze più dure e colate di resine.

Il pino è enorme, una chioma che è un mare verde scheggiato di piccole isole scure, i nidi di passeri e rondini, piccole case che il freddo straziava con rovinose cadute di implumi al suolo e la sua lotta col tempo e coi gatti lesti ad afferrarli e portarli via, li rincorreva anche a piedi nudi, se era il caso, sul tappeto pungente degli aghi caduti.

Era così la tua casa, con l'altro pino, anche lui gigantesco, quello che se n'è andato da tempo, un giorno di novembre che decisero che le sue radici avrebbero potuto sollevare i binari...come dicevano?...ah, che poteva essere un pericolo, che era troppo vicino alla sede ferroviaria, sì, così mi pare.

E ora sei qui e forse non sai bene cosa cerchi, o non riesci a dirlo chiaramente: si chiama capire, ed io, da vecchia casa, io che da te mi sono lasciata abitare, posso dirtelo, ragazzo, questo che vorresti fare tu, si chiama capire.

Ora, se vorrai, potrai anche parlare.

********

Il tuo abbandono mi è entrato nell'anima, era questa la casa di Alì dagli occhi azzurri*- o quasi, o almeno cangianti.

Sono qui che misuro in silenzio i passi e a ritroso le speranze. Sono solo e non potrebbe essere diversamente, sono venuto in cerca di qualcosa che non ho, come nel tempo in cui vivevo in questa casa dagli infissi divelti, dalle ringhiere cedute, dalle ruggini ovunque, dai cardini senza perni, la casa di quando il sogno era più forte di qualsiasi sobbalzo, o forse cerco solo fantasmi da razionalizzare, i miei fantasmi troppo umani, portatori di nomi cognomi e indirizzi.

Ai miei figli avrebbe fatto piacere conoscerti, a me no, non ora, magari un'altra volta, quasi sempre c'è un'altra volta migliore o più adeguata o consona al momento.

Ti sarebbe spiaciuto essere trovata così, in disordine, sciupata dal tempo, e magari poteva scapparci qualche apprezzamento fuori luogo per la mia casa e non avrei voluto doverti dire che i miei figli sono moderni o che non possono capire, poiché possono, in effetti, ma sono altri tempi, e non sono loro il ragazzo che ti cerca, anche se ne trattengono gran parte, penso.

Non lo credi neanche tu, ma hai conservato ogni cosa, ogni cosa al suo posto, neanche a te sembra vero, non puoi renderti conto forse che tra noi non ci sarà mai distanza, neanche quando ti abbatteranno, neanche quando non potrò più tornare a guardarti, di nascosto, e desiderarti...fino a quando l'abbandono non avrà la meglio sulla mia memoria, fino ad allora sarò sempre qui, e i volti di sempre occhieggeranno giocando a nascondino o a sassate, agli sceriffi, alla campana o ai quattro cantoni, lasciando che il mondo venisse incontro, nascondendo la lama nel palmo della mano.

E qui mi fermo, già oltre, aspetterò giusto il tempo che si riaprano le sbarre del passaggio a livello: sono automatiche, le aprono da Catanzaro, a cento chilometri da qui, e pensare che un tempo ci abitava apposta un casellante con tutta la famiglia, nella casa qui a lato della strada.

Chissà chi era.



* Casa sparsa credo sia un termine specifico, anche nella toponomastica delle abitazioni rurali, almeno così l'ho inteso leggendo un saggio della professoressa Maria Luisa Gentileschi sullo sviluppo delle marine sul litorale ionico della Calabria;

* ‘A ruva, o ruga, dove ‘a è l'articolo (la), la v (o la g) si sentono appena, sembra genovese o portoghese, ma è calabrese, significa il rione o il quartiere, ma con una accezione più specifica, forse, che richiama una profonda 'appartenenza al clan' (come per gli scozzesi o i sudafrikaaner, se non mi sto sbagliando);

* I spirdi sono gli spiriti, i fantasmi, la pronuncia prevede una specie di s come in sc: scpird;

* “Alì dagli occhi azzurri”, di Pasolini, lui friulano-bolognese-romano, credo abbia capito e riassunto in questa poesia una condizione che fiumi di parole 'indigene' non hanno saputo né capire né tantomeno spiegare, in saggi e articoli troppe volte avvitati su se stessi.



venerdì, 23 aprile 2010

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