sabato 8 dicembre 2012

da vecchi diari

   ...da vecchi diari ingialliti, eseguire scansioni di pagine così malandate e ottenerne risultati apprezzabili per quanto anodini, mi sorprende. Il contenuto di quelle pagine ha perso valore, per me, al punto che posso ripensarmi e domandarmi chi fossi, o chi fosse il tizio che picchiettava sui tasti della vecchia lettera 35 che oggi patisce in garage il gelo padano. Forse dovrei riesumarla. Come ho deciso di riesumare, indossandolo, il basco a mo' di coppola, e di cercarmi un manto da indossare come usava ai tempi di mio nonnò Vitàl. Difficile a farsi, ma è così. Intanto ammiro le meravigliose prestazioni dello scanner portatile che ho usato per l'esperimento, avvisando di una differenza: io posso riesumare, una lucina laser no. Dopo tutto, riprendere queste vecchie parole, di un quarto di secolo fa, mi interessa solo per confrontare il modo in cui coglievo e riportavo segni, il resto è di nessuna importanza, non documenta oltre.

'Variazione quotidiana.'




   Posai le mani cercando il fresco della parete… Quando é successo tutto questo? Forse oggi stesso, neanche lo ricordo, neanche saprei dirlo… So che stavo aspettando, e mi sorprese il bisogno inderogabile di sentire quel qualcosa di eventuale che traspirava dalle pareti.
                                   
   Ero solo e osservavo le mie mani, le commensuravo alla vastità indifferente di quel muro a calce… Un bianco abbacinante, da paesaggio lontano… Poteva fissarsi un legame tra la mia attesa e l'offerta insondabile di quella parete che avevo eletto forse a sede di quel nostro appuntare il tempo?  

   Ci saremmo incontrati, era inevitabile, probabilmente dovuto, alle due persone -ai due amanti, forse dovrei dire- che ci avevano scelti e che in noi si erano desiderati e trasformati.

   Ero sicuro che mi avresti incontrato, fosse stato anche per un solo istante. Ora le mie mani attendevano, attendevano lentamente, e dal muro qualcosa saliva, presenza o presagire, muto.

   Ricordo come se fosse quello stesso giorno, che pensai che nel dividere le azioni in tempi, nella scansione dei ritmi e dell’accadersi dell'uomo, c'è, ci sarà, qualcosa che mi sapeva di germe ineludibile della morte. Perché suddividere il tempo? Me lo domandavo, ma sapevo che la mia domanda sarebbe rimasta inevasa: non ero in grado di rispondermi, o non volevo farlo, preferivo quell'atteggiamento dilettantesco, naif, pilatesco, non saprei, non intendevo qualificare il mio pormi dinanzi al problema… Ero lì, sapevo solo di esserci, e questo mi faceva sentire ancor più ed ancora una volta un uomo senza titolo, un po’ il prosecutore di una vita raccolta a metà di un paragrafo… Riflettevo sul mio modo di raccogliere quell'eredità di portare avanti il discorso, e finii per considerare quei miei trent’anni… Quante variazioni, svolte improvvise, cambi di destinazione e di classe…
   A  volte mi sembrava di poterli toccare i miei anni uno ad uno, e contarli e ricontarli, individuare quelli che più mi avevano fatto male e quelli più legati ad una qualche soddisfazione, all'incasellamento di qualche 'achievement': era tutto quì? Oppure, sinceramente pensavo che tutto fosse ancora di là da venire: ti conoscevo da troppo e da troppo poco perché non dovesse esserci un cambio radicale… Solo, ora che saresti venuta, avrei voluto nascondere i miei pensieri o modificare la mia tristezza, non farti sapere subito che mi autodefinivo un uomo senza titolo, poi che anche questo mi faceva sentire di una pensosità ridicola, quello scimmiottare il titolo, appunto ciò che negavo, dell’uomo senza qualità, der mann ohne geschaft, come mi piaceva omaggiare la mia ignoranza della lingua tedesca… (perché non cercavo di dimenticare quel "titolo originale"?)

   Credo che fosse di pomeriggio, un muro bianco di pomeriggio, da qualche parte, ma sicuramente nei ricordi… quel giorno avevo delle mani lunghissime, per un istante credo che mi sembrassero delle mani curate… ma da chi? Non da me, di sicuro, però chissà… durante la notte, un angelo, o una manicure…
   Quello che vorrei dire… Io non sono portato per la letteratura o per la scrittura in genere, ma mi affascina il segno, questo so, e non basta, non può bastare, lo capisco… So che esistono dei segni, li sento, li avverto, mi sembra, e a volte ne sono sicuro, di poterli afferrare, decodificare, utilizzare, sono sul punto di parlarne, quando… un vuoto, un grave senso di vuoto mi immobilizza, vorrei reagire, indagare fino al fondo, ma...
   Ma poi arriva l'estate e in qualche modo sorrido, capisco che non c'é più tempo per le parole. Tantomeno per i segni.

                         

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