martedì 28 maggio 2013

Di mio padre.

Arriviamo in un attimo, il tempo di chiamare, anzi no, meglio se venite voi, facciamo prima.
Le bare sono accatastate, il magazzino è cadente, il portone è sgangherato, una grossa catena stringe i due battenti, non lo conoscevo questo deposito a una sola fila di case dal mare... ne conoscevo un altro, in via Roma, un po' all'interno, con le porte semiaperte, una volta mi ci sono nascosto per sbaglio, e per poco non ne uscivo morto di paura...
La bara la sceglie tuo nipote, porta il tuo nome, una bara intonata alla tua età, decorosa, una bara, in fondo, è per sempre, è l'ultimo vestito buono, quello che a nessuno si può o si dovrebbe negare, almeno allo stato dell'arte, o delle cose, o di come, più semplicemente, intendiamo la vita e la morte, almeno da questa parte del mondo...
Il ragazzo ti ha visto morire, sulle prime non capiva, ha pianto e rimesso, ma ha anche eseguito quanto gli avevo detto di fare, e senza sbagliare, come gli dicevo io, zio paterno, senza piangere, io piango sempre dopo, quando sarà quasi fuori luogo quel nodo in gola che mi taglia le parole.
E' strano, ma non riesco mai a ricordare bene il giorno in cui hai deciso che poteva bastare, la data dico, ma non dimentico mai l'ora esatta, le 23.35, e so anche perchè hai aspettato quegli altri cinque minuti, il tuo udito ti tradiva da tempo, e volevi essere certo che quello che avevi sentito fosse il fischio del treno da Milano, “del Milano”, come diciamo da queste parti, che non si confondesse con il fischio dell'altro diretto, quello da Roma, volevi essere certo che io fossi arrivato, nella tua casa di rimpetto alla stazione, parallela ai binari, non potevi rischiare, non eri sicuro di ricordare che ero lì da giorni, a guardare la bombola dell'ossigeno, a bagnarti le labbra, a chiederti di provare a mangiare qualcosa...
Francesco cerca di ridere, mi dice “Cià zì, come sta u nonnu?”*, manca ancora forse un minuto, nemmeno... il fischio del treno, ripetuto, oggi mi sembra quasi un saluto, sento il rumore della locomotiva, 'lo spunto alla trazione', ed io che, non so come, forse reduce da qualche telefilm che non ricordo, dico a quel ragazzo “vai a prendere uno specchio, per favore, piccolo”, il sorriso gli si blocca sullo stomaco, piange, mi porta lo specchio, non so se vuole capire, non ho tempo di capire, corre via dalla nonna, dalla zia, dalla mamma, in cucina, le donne sono lì, stirano un lenzuolo, deve essere perfetto, il lenzuolo più bello...
Lo specchio non si è appannato, sento che era quello che volevi.
Il tuo ultimo respiro, fino all'ultimo respiro.
Più tardi mi domanderanno come è stato, questo più tardi.
Per un attimo non si capisce nulla, qui non è previsto morire in silenzio.
Giusto o sbagliato, non lo voglio sapere.
Maria, mia sorella, mi domanda perchè non l'ho chiamata... non rispondo, forse sono stato egoista, forse quel tuo ultimo sguardo ho voluto trattenerlo solo per me, non lo so, poi Maria che ha perso da poco un figlio ci ripensa e mi ringrazia, mi dice che è stato meglio così.
Lo spero.
Finalmente ti stacco quel sondino dal naso, allontano la bombola dell'ossigeno, sfilo il catetere, ti dico che fra un po' sarà ora di vestirsi, che devi fare la tua bella figura, ci tenevi tanto, almeno fino a una certa età, a essere un uomo piacente, fino a quando hai deciso che per stare nel tuo orto, nei tuoi silenzi, nella tua sordità che nessuno voleva accettare tranne te, anche una canottiera bucata poteva bastare, e per me eri bello così, quando arrivavo e un poco arrancando, tirandoti su la cintura, venivi ad accogliermi insieme alla mia famiglia, scrollandoti di dosso un poco di terra, col tuo collaudato “chi si dicia a Piacenza?”, “com è jutu u viaggiu?”, “... 'sa Salernu Reggiocalabbria, n'han semp abbannunati!”, e a mio figlio che porta il tuo nome il solito “veni ccà, petto da bersagliere!..., fatti vasari!”**
Chiamo la guardia medica, un giovane di un paese abbastanza distante, non capisce, credo abbia sonno e poca voglia di fare la guardia di notte, gli spiego la strada, gli vado incontro, tanto 'sto qui non capisce, è inutile, poi finalmente arriva, mi chiede uno specchio, all'incirca a che ora... si china su mio padre, accerta il decesso, in qualche modo compila un certificato... e va beh, mi dico che era necessario, basta che adesso se ne torni a dormire.
Biascica un buonanotte, condoglianze, allunga una mano, quasi provo tenerezza a guardarlo andar via.
Andremo a prendere l'infermiera albanese, è notte e mia cognata la tranquillizza, resterà lei a guardare i bambini.
L'infermiera dice che sono stato bravo, che ho saputo prendermi cura di mio padre, ma che ora è meglio se esco, che le lasci sole, lei e Maria.
Maria esce dopo una decina di minuti, aspetto dietro la porta chiusa, ha gli occhi troppo rossi per una che ne ha viste e passate così tante, mi dice che non è giusto, che ho fatto bene a non insistere per rimanere nella stanza, che nessuno merita quelle piaghe, che non potrà mai dimenticarle...
Arrivano in due, bisognerà spostarlo nell'altra stanza, è bastata un'occhiata e sanno già dove andrà posizionata la bara, coi quattro ceri enormi, i fiori, e tutte le altre cose che si materializzano dal nulla, in verità un poco mi stordisce questa efficienza che neanche immaginavo... lo avvolgono in un lenzuolo e in un attimo lo sollevano, devo scansarmi in fretta per lasciarli passare in corridoio, fino all'altra stanza da dove si vedono, attraverso le foglie di un fico gigantesco, la collina di Madonna d'Itria, lo stante del segnale di partenza per i treni (lato Crotone, diresti, da ex ferroviere), e la stazione stessa, deserta da tempo, frequentata ormai solo da qualche cane, i cani di Cirò, lenti, trasandati, indolenti, con la lingua sempre fuori dai denti, e la coda che sfiora il suolo, che poi risale, quasi con moto pendolare, e penso che questi cani mi piacciono, che non sono cani da medaglia, che sempre hanno ricevuto calci, ma forse sono proprio loro quanto di più libero offre questa terra. O qualche matto.
Sarà notte di veglia, non voglio lasciarti solo nella tua ultima notte in questa casa per cui ti sei dannato l'anima e ti sei, a volte, negato alla famiglia.
Voglio starti accanto, in questa notte di marzo, di primavera inoltrata e di domenica delle palme.
Sento che il mio compito, se di compito si trattava, sta per esaurirsi... ho staccato dal muro il rametto fiorito di percoco che ti avevo raccolto, e che avevi riconosciuto in un sorriso quasi estremo, l'ho affidato alle tue mani insieme all'asparago selvatico che il giorno prima avevi guardato a lungo, e mi sono seduto accanto al camino.
Tutt'al più dopodomani partirò, un altro fischio di treno, prolungato, lungo lo Ionio, l'Adriatico, la valle padana, fino al mio appartamento fuori terra, fuori di casa.
Poi torno, promesso.
12 aprile 2010

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