venerdì 24 maggio 2013

lettera al padre



Diario, pagina, 13 ottobre 2010.

...penso a te che magari a quest'ora, a molte miglia da qui non riesci a prendere sonno nel tuo letto di legno, e forse ti affacci con cautela da quella parete esile che non ti fa più dire ''figlio mio'', che non ti fa più udire la parola ''patri'', come dicevamo in segreto piacere; ché non si addicono i piccoli piaceri della lingua agli adulti, i suoni come questo, dialettale e inconsulto: patri, vocativo di un luogo per noi oltremontano, di un paese che più non sappiamo;
guardo fuori e siete tutti svegli, io credo, lo sento, a quest'ora, tutti i morti, anche quelli andati via senza un valido motivo, troppo presto, anzitempo, a misurare la distanza tra i piedi e l'orizzonte, tra il presente e la parola fine, tra la punta della scarpa e un calcio all'esistenza, tra il cammino e la falce, tra gli occhi serrati e le immagini di vie spezzate;
sono certo in quest'ora di trovarti davanti alla tua tomba, la nostra, di famiglia dispersa, so che ti troverei davanti a quel punto di ritrovo, con in mano il tuo rosario sussurrato, mai letto veramente, dismesso, e so anche che fingi di non vedermi, di non potermi vedere, ché non sta bene parlare ai vivi, anche quando gli vuoi bene, e che un morto è sempre un morto, e ci vuole una certa dignità, un portamento, un'andatura e rispetto delle regole...
è notte di lavoro e di silenzi, di binari ormai solo odiati, di pane sputato e di bocconi mandati giù a forza, notte di tempo da dimenticare, di luce che in fondo alla visione si fa tremula e sembra scivolare via, trascinando con sé anche le migliori intenzioni: notte di nulla, di fantasmi che smettono di fare rumore, di catene che non vale più la pena di temere, notte di giorno prima, notte che non prelude a un nuovo giorno, ombra nera che è quasi e solo il colore dei silenzi che verranno;
sono qui, distante, e non vorrei più pensare a quella tua frase che faceva storia nella nostra famiglia ''disamorata'' - ché giocavi, ma non troppo, col nostro cognome -, quando dicevi, insomma,
''povero me, figlio mio...quando sarai grande capirai!'', e mai ti sei risentito perché, sciocco e bambino, ti imitavo, mai pensando, io, che non c'era alcun bisogno di imitarti: siamo stati sempre uguali, anche nei silenzi, tuoi di morto, miei di vivo, ma solo per questione di particolari, o di tempo, il che fa lo stesso, fa nulla;
ti davo torto, quasi sempre, perché mi piaceva la tua irriducibilità, e un po' mi deludeva vederti infine docile, fino a lasciare che uno stupido male ti sconfiggesse, ti avesse... vecchio leone poeta, mio padre, col quale avrei scambiato le mie sciocche letture, le assonanze, le consonanze, le sinestesie, i sogni di eteronimi, le parole vive e quelle mai nate, con cui volentieri avrei tutto scambiato per i tuoi ricordi del Pireo, di Lero, di bracciante, di sognatore arrabbiato... peccato doverti dire che con me hai fallito, e non averti dato i canti che in te intravedevo, quasi tu indicandomeli, nelle parole bestemmiate, rimate nel vento, peccato per i tuoi scalmi che lasciavano i remi alla terra più dura, e non averti potuto aiutare, ché non avresti mai accettato... e sentirti, le tue grida mute, quando avresti voluto strappare la poesia al tuo sangue, cederla al mondo, a chiunque passasse, e tu, non compreso: un peccato, come la tua scuola, solitaria, fatta di sere e di righe inviolate, appena macchiate dalle bolle esplose dalle mani: più non usa, o quasi, questa tua fatica animale;
questa notte vorrei dirti qualcosa di come mi spiace essere diventato grande e non aver capito, o solo ora, e fuori tempo, quel tuo dire
''quando sarai grande capirai...'';
di sicuro stanotte avrai parlato ancora ad altri morti, li ho visti come allora distratti, ancora e sempre troppo presi dalla vita, anche da morti;
è ancora buio e sono solo ombre, richiudi con cautela, non serve bussare, alle prime luci sarai di nuovo nella tua stanza dell'eternità, pronto inutilmente, in mano a un altro giorno da scontare.
Io smonto, le consegne sono pronte, firmate e da controfirmare. Quasi quasi lascio un sorriso al mio cambio, lui non ha colpe, non colpe che mi riguardino, almeno, è solo un paradigma.
Sono le sei e una strada che si moltiplica, patri!

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